Individuata l’area del cervello in cui risiede la paura

Carne andata a male mista a sudore. È l’odore dell’urina della lince rossa, qualcosa di disgustoso e difficile da dimenticare per un uomo, ma che per i topi significa una cosa sola: paura. Tutti i roditori rispondono alla stessa maniera al segnale del loro predatore naturale, compresi quelli vissuti in laboratorio e che non hanno mai visto né una lince rossa, né qualsiasi altro felino. Un comportamento istintivo dunque, che può salvare loro la vita: l’ondata odorosa genera paura, e quest’ultima innesca un ormone dello stress che allerta i muscoli del roditore per una fuga repentina. E sebbene per gli esseri umani le cause di innesco dello stress e della paura differiscano da quelle dei topi, le risposte fisiologiche di entrambi sembrano presentare dei tratti comuni.

Ora, uno studio guidato da un gruppo di ricercatori del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, e pubblicato su Nature, ha identificato le cellule nervose e la zona cerebrale artefici della risposta innata.

Per individuare i nervi coinvolti e la piccola area cerebrale del topo responsabile del comportamento, gli scienziati hanno utilizzato una particolare tecnica che sfrutta virus opportunamente modificati. In questo modo hanno constatato che l’area in questione è una piccola regione della corteccia odorosa (meno del 5% del suo volume) conosciuta come amygdalo-piriform transition area.

“Anche se gli esseri umani non dimostrano reazioni innate relative a odori di predatori – spiega Linda Buck, premio Nobel per la medicina nel 2014 che ah collaborato alla ricerca – lo studio condotto sui roditori può aiutarci a capire le nostre emozioni e risposte innate dato che, per grandi linee, le reazioni allo stress dei roditori somigliano alle nostre”.

“Comprendere i circuiti neurali deputati alla paura e allo stress è molto importante – continua Buck – non solo per capire meglio la biologia e il funzionamento del cervello, ma anche per scoprire negli umani possibili comportamenti e geni che si sono conservati durante l’evoluzione, e che possono giocare un ruolo importante”.

Riferimenti: Nature

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