HomeNutrire il pianeta senza distruggerlo: la sfida dell’agroecologia

Nutrire il pianeta senza distruggerlo: la sfida dell’agroecologia

La storia delle civiltà ci racconta come le possibilità di sopravvivenza umane si siano sempre intrecciate con capacità di utilizzare (e sfruttare) differenti risorse in una incessante trasformazione di quanto, vivente o non vivente, potesse dimostrarsi utile alla vita della nostra specie. Di volta in volta l’uso di nuove e diverse fonti energetiche permetteva nuovi modi di vivere, accresceva e arricchiva le popolazioni, modificava ulteriormente gli ambienti in cui si svolgeva la vita. Così, nella continua ricerca di cibo, in diverse parti del mondo le popolazioni umane hanno sviluppato efficaci pratiche di agricoltura modellando il proprio modo di vivere sulle condizioni ambientali che si succedevano nel tempo.

Francesco Lami, Agroecologia. Riconciliare natura e agricoltura. Il Mulino. Farsi una idea 2026 – pp. 162, € 13,00

Lo sviluppo dell’agricoltura

Francesco Lami, ricercatore in Scienze e Tecnologie Agroalimentari preso l’Università di Bologna, tratteggia con efficacia la complessità dei problemi alimentari che oggi una popolazione al limite dei nove miliardi di individui deve risolvere per la sua sopravvivenza, analizza la relazione tra esigenze umane e resilienza ambientale, mette in evidenza le possibili alternative presentate dallo sviluppo dell’agricoltura ad una umanità che ha praticamente “divorato” una buona parte del pianeta.

Interazioni tra specie e ambiente

Esigenze alimentari ed economiche hanno portato a nuove conoscenze scientifiche sul mondo vegetale rilevando l’importanza delle interazioni tra le componenti biotiche e abiotiche reciprocamente indispensabili al mantenimento in un sistema ecologico complesso. Lami commenta come le interazioni tra specie e ambiente siano il fondamento dei processi evolutivi: le differenze valorizzano nuove potenzialità e attivano comportamenti flessibili, ad esempio permettendo il manifestarsi di caratteristiche sfumate o di proprietà emergenti in organismi che così riescono a vivere in situazioni diverse da quelle abituali.

I servizi ecosistemici

Sappiamo che la biodiversità è alla base delle interazioni funzionali tra specie: in ogni ecosistema piante, animali, microrganismi si influenzano competendo tra loro o favorendo l‘esistenza reciproca che, sempre, dipende dalla vita e dai comportamenti complessivi. Lami riporta diversi esempi per spiegare come gli intrecci nella biodiversità, nelle diverse esigenze, nei diversi modi di vivere permettono la sopravvivenza di specie che offrono e utilizzano servizi legati alla vita di altri. Tra i più importanti servizi ecosistemici Lami cita ad esempio la purificazione dell’aria e dell’acqua, la produzione di ossigeno, il mantenimento della qualità e della fertilità del suolo, il riciclo della materia organica morta.

Preservare la biodiversità

In questo complesso intreccio di interazioni si sviluppano le attività umane che tendono a soddisfare le nostre specifiche esigenze alimentari. L’agroecologia, spiega Lami, ha proprio l’obiettivo di proteggere la nostra sopravvivenza attraverso modi corretti di gestire l’agricoltura, cercando di erodere al minimo la biodiversità e mantenendo – per quanto possibile – un equilibrio tra i nostri bisogni e quelli degli organismi animali e vegetali, da cui dipendiamo. È vero che insetti e patogeni possono provocare gravi danni all’agricoltura, che le piante infestanti sottraggono spazio, acqua e risorse nutritive alle piante coltivate producendo inoltre abbondanti quantità di semi che possono germinare anche a distanza di anni. Ma la competizione è quasi sempre ineguale e i mezzi tecnologici a nostra disposizione sono spesso devastanti.

Un linguaggio bellicoso

È interessante notare anche come il linguaggio stesso sia estremamente aggressivo e indichi piante e animali che da sempre hanno condiviso la nostra storia evolutiva come nemici, infestanti, parassiti, dannosi, pericolosi, velenosi o comunque da sterminare. L’agricoltura “commerciale” di oggi, infatti, non si limita a distruggere prati e foreste per sostituirvi campi in cui si praticano colture intensive o ad avvelenare gli habitat di una quantità di insetti tra cui – fondamentali – gli impollinatori. È diffuso infatti l’uso massiccio di agrofarmaci, che comprendono pesticidi, fungicidi, erbicidi ed altri prodotti che, trasportati dalle acque e dal vento, hanno una dispersione molto ampia e piuttosto stabile nel tempo. Ci si sta accorgendo, però, che gli effetti del loro uso sono piuttosto discutibili ed anche di breve durata, perché generano in breve tempo grandi quantità di organismi resistenti, in un inseguimento biologico senza quartiere che – sempre usando l’abituale linguaggio guerrafondaio – porta a rendere più efficace l’aggressività reciproca.

I problemi del sottosuolo

Altre battaglie si combattono nel sottosuolo dove vivono – al buio – microrganismi, larve e microfauna di vario tipo. Qui la sostanza organica derivata dalla decomposizione di vegetali e animali è essenziale allo sviluppo dei nuovi vegetali, e l’intreccio delle radici permette scambi di sostanze e di informazioni che possono indurle a crescere in direzione di acqua o di vari nutrienti. Ma pesticidi e fertilizzanti modificano la chimica dei suoli, forzano o accelerano la crescita dei vegetali, sterminano larve nemiche. La parte non metabolizzata dei concimi e dei sali cosparsi sul terreno è – ovviamente – solubile in acqua e va ad ipernutrire paludi, laghi e corsi d’acqua che presentano fioriture anomale in superficie e putrefazione nei fondali. A questi scenari piuttosto catastrofici Lami aggiunge un’altra serie di problemi: le infezioni delle monocolture geneticamente omogenee, come quella per cui un fungo distrusse completamente la più diffusa varietà di banane, o quella per cui la peronospora, un altro fungo, distruggendo i raccolti di patate, portò l’Irlanda alla Grande Carestia.

Gli allevamenti intensivi

L’attenzione si sposta poi sui primi consumatori dei vegetali, gli erbivori dei grandi allevamenti che trasformano in carne il loro cibo vegetale. Un rapido conto energetico dimostra che l’allevamento del bestiame è un modo estremamente dispendioso e inefficiente di produrre cibo. Inoltre libera in atmosfera una notevole quantità di gas serra e sottrae all’agricoltura una enorme quantità di suolo destinato al pascolo. Per nutrire il bestiame da allevamento, infatti, ci stiamo mangiando il paesaggio – scrive Lami – trasformandolo in campi di soia, bruciando parti di foresta, interferendo col cambiamento climatico e riducendo la varietà degli habitat.

Quale modello di agricoltura?

Le soluzioni, in parte ovvie, sono difficili da realizzare e richiedono grandissima consapevolezza, senso di responsabilità e diverso uso dei capitali da investire in agricoltura. Senza proporre soluzioni definitive o ottimali, l’ultimo capitolo lascia al lettore la possibilità di farsi una opinione tra due alternative entrambe parziali, ed entrambe dipendenti dal tipo di ambiente e di economia in cui sarebbe necessario operare. È meglio dedicarsi ad uno sfruttamento di tipo biologico meno intensivo del terreno agricolo (land sharing), capace di adeguarsi ai processi naturali che rendono l’ambiente agrario più accogliente, o impegnarsi in una agricoltura intensiva (land sparing) che sfrutta intensamente il territorio ma si limita a zone meno estese? Non esistono soluzioni univoche e dovrebbe essere proprio la varietà delle condizioni ambientali a guidare scelte che permettano una adeguata   produzione di cibo ed una sua adeguata distribuzione. È comunque necessaria una politica previdente, esperta e responsabile che sostenga i necessari cambiamenti tecnologici e le nuove abitudini alimentari; soprattutto che educhi la nuova popolazione in crescita ad una diffusa – e rispettosa – consapevolezza anti-spreco.

Foto di Yulian Alexeyev su Unsplash

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