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Sexting, chi sono gli italiani che flirtano con l’AI

Quando nel 2013 uscì nelle sale Her, il film di Spike Jonze in cui un solitario Joaquin Phoenix si innamorava perdutamente della voce suadente di Samantha, un sistema operativo dotato di intelligenza artificiale, la pellicola fu accolta come una brillante parabola fantascientifica sulla solitudine contemporanea. Allora – sembrano passati secoli – l’intelligenza artificiale era poco più che una suggestione, relegata quasi esclusivamente alla fantascienza; oggi, a poco più di un decennio di distanza, quella fantasia cinematografica ha smesso di essere una proiezione sul futuro per trasformarsi in un’abitudine misurabile statisticamente. L’esplosione dei modelli linguistici di grandi dimensioni (Llm) e dei cosiddetti Ai companion, chatbot progettati specificamente per offrire compagnia, supporto emotivo o interazioni romantiche, ha spalancato le porte a una nuova forma di intimità mediata dalla tecnologia. All’interno di questo fenomeno si sta facendo strada una pratica specifica, l’Ai sexting, ovvero lo scambio di messaggi, foto o contenuti sessualmente espliciti con un agente conversazionale artificiale. A scattare la prima fotografia empirica di questo comportamento nel nostro paese è uno studio appena pubblicato sulla rivista scientifica Archives of Sexual Behavior, firmato da Alessandra Ragona, Antonio Chirumbolo, Lia Ruggeri e Mara Morelli di Sapienza Università di Roma, insieme a Elena Cattelino dell’Università della Valle d’Aosta.

“Mi capisce meglio del mio partner”

L’interesse dei ricercatori italiani per le incursioni dell’intelligenza artificiale nella sfera sessuale si innesta su un filone di ricerca decennale: “Con il nostro gruppo di lavoro, composto in gran parte da psicologhe dello sviluppo, ci occupiamo da oltre dieci anni di sexting tradizionale, sia consensuale che non consensuale, di cyber-aggressività e più in generale di comportamenti a rischio negli adolescenti e nei giovani adulti”, racconta a Galileo Antonio Chirumbolo, professore ordinario di psicometria presso il Dipartimento di Psicologia della Sapienza e coautore dello studio. “L’idea di allargare lo sguardo all’intelligenza artificiale è maturata proprio all’interno di questo percorso, spinta anche dall’attualità. Lo scorso anno hanno iniziato a moltiplicarsi sulla stampa internazionale racconti e testimonianze di utenti, spesso ragazze, che dichiaravano di essersi innamorate dei chatbot, in particolare con l’arrivo di modelli conversazionali molto fluidi e ‘umani’ come GPT-4o: sentivamo frasi come ‘mi capisce più del mio ragazzo’ o “mi ascolta più di mio marito’. Dal legame sentimentale e romantico all’interazione erotica il passo è brevissimo, eppure ci siamo resi conto che dal punto di vista scientifico ed empirico la letteratura su questi temi era ancora quasi inesistente”.

Il gruppo di ricerca ha allora deciso di concentrarsi specificamente sul sexting con l’intelligenza artificiale. Per farlo, ha reclutato un campione esplorativo di 378 giovani adulti italiani di età compresa tra i 18 e i 35 anni (con un’età media di circa 24 anni e una leggera prevalenza femminile, pari al 57,9%). “Non avevamo la pretesa di costruire un campione statisticamente rappresentativo dell’intera popolazione italiana, che avrebbe richiesto numeri molto più ampi, ma volevamo raccogliere un gruppo il più possibile eterogeneo”, precisa Chirumbolo. “Per evitare il classico limite degli studi psicologici basati solo sugli studenti universitari, abbiamo contattato i partecipanti di persona in contesti molto diversi, in luoghi pubblici come le stazioni ferroviarie o le fiere di settore come il Romix, invitandoli poi a compilare un questionario online anonimo”.

I numeri e le caratteristiche del fenomeno

Ma quante sono le persone che scambiano messaggi erotici con una macchina, e con quali strumenti lo fanno? “I modelli linguistici più diffusi e generalisti hanno filtri rigorosi e si bloccano immediatamente di fronte a richieste sessualmente esplicite”, spiega lo psicometrista. “Chi fa Ai sexting utilizza perlopiù piattaforme e chatbot dedicati, quasi esclusivamente in lingua inglese”. Nonostante la barriera linguistica e culturale che potrebbe frenare gli utenti italiani, i dati raccolti dal gruppo di ricercatori mostrano che su 378 partecipanti, 33 individui (pari all’8,7% del campione) hanno dichiarato di aver praticato sexting o avuto interazioni sessuali con un chatbot. E il dato acquista ancora più valore se inserito nel quadro delle pochissime ricerche analoghe condotte a livello internazionale: nel 2023, un vasto studio statunitense guidato da Amanda Gesselman e colleghi del Kinsey Institute e pubblicato su The Journal of Sex Research ha sondato oltre 7.500 adulti americani sull’uso delle nuove tecnologie sessuali (sextech), scoprendo che esattamente l’8% degli intervistati aveva scambiato messaggi sessualmente espliciti con un chatbot o un’entità basata sull’Ai (percentuale che saliva intorno al 14-15% nella fascia d’età tra i 18 e i 29 anni). Ancora più di recente, nel 2026, una ricerca condotta in Germania da Nicola Döring e colleghi della Technische Universität Ilmenau su un campione nazionale di 2.658 adulti (18-75 anni), pubblicata sempre su Archives of Sexual Behavior, ha mappato le cosiddette Aisa (AI-Supported Sexual Activities): quasi un terzo dei tedeschi (il 31,6%) ha utilizzato l’Ai per scopi legati alla sessualità negli ultimi dodici mesi (dalla ricerca di informazioni al consumo di porno generato dall’IA), e ben il 14,1% ha intrattenuto interazioni sessuali dirette o sexting con agenti artificiali, con un picco del 33,6% tra gli under 40.

“Pur con tutte le cautele legate alla dimensione ridotta del nostro campione, è sorprendente notare come la percentuale che abbiamo riscontrato in Italia sia sostanzialmente allineata a quella degli studi internazionali”, commenta Chirumbolo. “Anche le caratteristiche demografiche ricalcano esattamente quanto osservato negli Stati Uniti e in Germania. Nel nostro studio, chi fa sexting con l’AI è in netta maggioranza di sesso maschile, circa il 75,8%, e mostra una correlazione statisticamente significativa con un orientamento sessuale non esclusivamente eterosessuale, che riguarda quasi la metà di chi utilizza questi strumenti (48,5%). È una dinamica interessante, perché nel sexting tradizionale tra esseri umani i dati ci dicono che la partecipazione femminile è molto più alta, spesso paragonabile a quella maschile, mentre gli uomini prevalgono purtroppo nelle forme di condivisione non consensuale o malevola. Con l’intelligenza artificiale, invece, il divario di genere si ribalta nettamente a favore degli uomini”. Una tendenza confermata sia dal lavoro tedesco, dove gli uomini che interagiscono sessualmente con l’Ai sono il 20,5% contro il 7,7% delle donne, sia da quello americano, in cui gli uomini e le minoranze sessuali (persone gay, lesbiche e bisessuali) risultano da due a tre volte più propensi a chattare eroticamente con un algoritmo, spesso perché le minoranze trovano negli spazi digitali ambienti più sicuri per esplorare la propria identità.

Il profilo psicologico

Oltre a tracciare il perimetro demografico, lo studio italiano ha il merito di aver indagato per la prima volta il legame tra questo tipo di sexting e specifiche variabili psicologiche individuali, utilizzando scale psicometriche validate. I ricercatori, in particolare, hanno messo in relazione l’uso dei chatbot erotici con due fattori: la sexual sensation seeking (Sss), ovvero la ricerca di sensazioni forti in ambito sessuale, e l’uso problematico della pornografia online (Pcpu). Dall’analisi statistica è emerso che l’84,8% di chi fa sexting con l’Ai consuma pornografia almeno quattro volte al mese, e che sia la ricerca di sensazioni sessuali sia l’uso problematico del porno sono positivamente associati a una maggiore probabilità di interagire eroticamente con un chatbot. “La sexual sensation seeking misura la tendenza di un individuo a cercare esperienze sessuali sempre nuove, intense, complesse ed emozionanti, fino alla propensione a correre rischi che nella vita reale possono tradursi in rapporti occasionali estremi o sesso non protetto”, chiarisce Chirumbolo. “Accanto a questo, abbiamo trovato una correlazione significativa con chi fa un uso compulsivo o smodato della pornografia in rete. Questi dati ci dicono che l’Ai sexting non nasce come un comportamento isolato o avulso dal resto, ma probabilmente si inserisce in pattern preesistenti di forte coinvolgimento con i media sessuali digitali e di curiosità verso la sperimentazione”.

 

Di fronte a questa associazione con il consumo problematico di pornografia, tuttavia, il docente di Sapienza tiene a fare una precisazione fondamentale per evitare letture distorte o allarmistiche. “Il messaggio a cui teniamo di più è che non bisogna in alcun modo ‘patologizzare’ questo fenomeno o etichettarlo come anormale”, sottolinea con forza Chirumbolo. “Chi sperimenta il sexting con l’intelligenza artificiale non ha una malattia. A livello statistico e psicologico, altre ricerche presenti in letteratura evidenziano come queste persone spesso presentino tratti di maggiore introversione e timidezza, che magari vivono un senso di isolamento psicologico o relazionale, ma che al tempo stesso possiedono un’elevata apertura mentale verso le nuove esperienze. Come per qualsiasi altro comportamento legato alla rete o alla sessualità, il campanello d’allarme clinico scatta solo ed esclusivamente quando subentra la dipendenza, ovvero quando la persona perde il controllo, non può più farne a meno e sostituisce completamente la vita reale con quella virtuale. Al di fuori di questi casi estremi, potremmo essere di fronte a una nuova forma di esplorazione della sessualità digitale al pari di altre”.

Un’intimità senza giudizio

Resta da capire cosa spinga un giovane adulto a preferire, o ad affiancare, le risposte generate da una rete neurale allo scambio intimo con un partner in carne e ossa. Se lo studio tedesco di Döring ha rilevato che gli utenti traggono un livello di soddisfazione medio-alto dalle interazioni sessuali con gli agenti artificiali (con un punteggio di 3,69 su 5, il più elevato tra tutte le attività sessuali legate all’IA proprio per il grado di interattività e personalizzazione), la psicologia offre una chiave di lettura legata alla gestione delle emozioni e delle insicurezze. “Non conosciamo ancora con certezza tutte le differenze qualitative tra il sexting umano e quello con la macchina, ma possiamo fare delle ipotesi molto solide su cosa significhi sapere che dall’altra parte dello schermo non c’è una persona”, riflette Chirumbolo. “Lo scambio sessuale con un altro essere umano comporta sempre una quota fisiologica di ansia: ci si espone, si ha paura di essere giudicati, si teme il rifiuto o ci si vergogna di esprimere apertamente i propri gusti e le proprie fantasie più intime. Con l’intelligenza artificiale tutto questo sparisce. A fronte di un’esperienza conversazionale ormai quasi paragonabile a quella umana per fluidità, il chatbot offre la certezza assoluta di non essere giudicati. È esattamente lo stesso meccanismo psicologico per cui sempre più persone scelgono di confidarsi e fare ‘terapia’ con un’Ai anziché sedersi di fronte a uno psicologo umano: ci si sente all’interno di una bolla protetta, un ambiente sicuro e privo di rischi sociali in cui lasciarsi andare”.

Proprio per indagare queste sfumature emotive e motivazionali, il gruppo di ricerca di Sapienza e dell’Università della Valle d’Aosta ha già in cantiere i prossimi passi. “Questo studio era un primo passo, ma il sexting non esaurisce affatto lo spettro delle interazioni intime con gli algoritmi”, conclude Chirumbolo. “Nei prossimi lavori amplieremo il campione e utilizzeremo approcci qualitativi per capire cosa provano davvero gli utenti. Vogliamo mettere a confronto la dimensione puramente sessuale con quella sentimentale e romantica, per comprendere le diverse motivazioni di chi cerca nell’Ai un’eccitazione momentanea rispetto a chi vi cerca compagnia, affetto e intimità emotiva”. L’era dell’intimità sintetica è appena iniziata, e la scienza ha appena cominciato a decifrarne le regole.

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