Elof A. Carlson
Mendel’s Legacy.The origin of classical genetics
Cold Spring Harbor Laboratory Press, 2004
pp. XIX + 332, euro 22,05
Tra le scienze della vita, la regina degli ultimi tre decenni è sicuramente la biologia molecolare. Gli spettacolari successi (organismi transgenici, sequenziamento dei genomi, ecc.) l’hanno resa famosa anche presso il grande pubblico, come ampiamente evidenziato dai festeggiamenti del 2003 per il cinquantesimo anniversario della scoperta della struttura a doppia elica del Dna da parte della celebre coppia Watson e Crick. Prima della biologia molecolare, però, c’era la genetica classica: lo studio teorico e pratico della trasmissione ereditaria dei caratteri.
Gran parte della storiografia è d’accordo nell’individuare il punto di partenza di questa disciplina nell’anno 1900, quando diversi ricercatori riscoprirono i risultati di Gregor Mendel sull’incrocio delle piante di pisello.Come però dovrebbe essere ovvio – ma non sempre lo è, come hanno spesso confermato gli stessi eventi che celebravano la doppia elica – la nascita della genetica non fu un ‘coniglio dal cilindro’, ma piuttosto il risultato dell’evoluzione di diverse tradizioni di ricerca che sul finire del XIX secolo si avvicinarono fino a dare vita a un campo di studi coerente.
Carlson mette bene in luce questo sviluppo, dedicando quattro capitoli (su ventitré) rispettivamente all’evoluzione, alla citologia, all’embriologia e all’allevamento e agricoltura sperimentali. La genetica delle piante è stata infatti, nella prima parte della storia della genetica classica, predominante. La genetica animale si sviluppò soprattutto a partire dagli anni Dieci del Novecento, particolarmente grazie all’opera di Thomas H. Morgan della Columbia University di New York, che si dedicò allo studio della drosofila, il moscerino della frutta, piccola, semplice da allevare e con alcune cellule dotate di cromosomi giganti, facilmente osservabili.
Da allora, il moscerino è diventato l’organismo modello per eccellenza della genetica (fino all’avvento del topo). Morgan mise insieme un gruppo di altissimo livello che ha influenzato per decenni la genetica in tutto il mondo. Lo stesso Carlson è stato allievo di Hermann J. Muller (premio Nobel 1946 per le sue ricerche di radiogenetica), forse il più brillante collaboratore di Morgan. Negli stessi anni si realizzò anche l’incontro di genetica ed evoluzionismo, la cosiddetta ‘nuova sintesi’, che ha definito il quadro generale per le scienze della vita.
Nella seconda metà del volume, si fanno strada anche temi più ‘politici’, quali l’eugenica e il lysenkoismo, che hanno contribuito ad una sorta di eclissi della genetica dopo la II Guerra mondiale. Tuttavia, sostiene Carlson, la biologia molecolare che si è sviluppata a partire dalla metà del secolo, è solamente un’estensione dei concetti della genetica classica, la quale non può essere considerata obsoleta. Una tesi discutibile, ma anche stimolante.
Il volume è ben curato e ben scritto, agile e sintetico, aiutato da un ricco apparato iconografico. Risulta però decisamente scolastico in molte parti, con eccessiva attenzione ai contributi dei singoli personaggi della genetica, nonché concentrato quasi esclusivamente sugli Usa. Tuttavia, ricostruisce in modo chiaro una storia che è per molti versi esemplare di come la scienza si sviluppa nel corso del tempo.





