L’epidemia di Hiv sta devastando l’Africa e galoppa verso l’Est. I Paesi dell’Europa Orientale e dell’Asia Centrale sono quelli in cui l’Aids colpisce più rapidamente: nell’ultimo anno si sono verificati 250 mila nuovi contagi, portando il totale dei malati a 1,2 milioni di persone. Una marcia inesorabile, soprattutto considerando che si tratta di un epidemia giovane: oggi si contano 40 milioni di malati – di cui 30 milioni in Africa sub-sahariana – ma se non si riuscirà a fermarne l’avanzata nel 2020 il numero salirà a 270 milioni. In più si tratta di una diffusione che non si è ancora stabilizzata, come dimostrano i continui cambiamenti di scenari. Quello disegnato dal Rapporto annuale dell’UNAids, l’agenzia delle Nazioni Unite per la lotta all’Aids, è ancora una volta preoccupante e fa segnare una novità: il numero di donne infette ha superato quello degli uomini, aumentando così il numero potenziale di neonati infetti. Alla vigilia della giornata mondiale della lotta all’Aids, che come ogni anno si celebrerà il 1° dicembre, abbiamo fatto il punto della situazione con Stefano Vella, responsabile progetto di ricerca sulla terapia dell’Aids dell’Istituto superiore di sanità (Iss).
Professor Vella, perché è avvenuto il sorpasso?
”Le donne sono più esposte al contagio sotto due aspetti: quello biologico, perché è più semplice che l’infezione passi da un uomo a una donna che viceversa, e quello socio-culturale, perché la donna ha spesso nei Paesi dove maggiore è la diffusione dell’Aids una posizione subalterna. In altre parole non può decidere della propria sessualità, di gestirla e quindi di proteggersi”.
Come è possibile agire?
”Innanzitutto ridisegnando la strategia della prevenzione. Il fatto che l’anno scorso si siano infettate sei milioni di persone dimostra più di ogni altra considerazione che la prevenzione, così come era stata pensata, non ha funzionato. Dobbiamo mettere a punto strumenti efficaci di controllo e cura della malattia sia dal punto di vista economico sia scientifico rispettando però la cultura e la religione dei Paesi in cui si va ad agire”.
Un esempio è il gel microbicida su cui sta lavorando l’Iss?
”Sì, si tratta di un presidio che la donna gestisce anche all’insaputa dell’uomo e che quindi la rende libera di proteggersi. Il composto su cui stiamo lavorando ha dato buoni risultati sul modello animale: inserito il gel nella vagina del topo femmina immunodeficiente abbiamo verificato che il virus viene fermato. Ora però dobbiamo verificare che questa sostanza (un “non nucleosidico” chiamato per ora Tmc120 e non ancora in commercio) non sia tossica per l’essere umano. Come era successo invece nel caso del gel microbicida e spermicida a base di nomoxinolo che una volta provato nella vagina si è dimostrato doppiamente nocivo: non solo non fermava il virus ma provocava delle lesioni nella mucosa che aumentavano le probabilità di infezione”.
Il vostro è l’unico progetto di questo genere?
”No, ci sono diversi gruppi di ricercatori al lavoro sui gel microbicidi, in Europa come negli Stati Uniti. Si sta mettendo a punto per esempio un gel in grado di attaccare il virus ma non di uccidere gli spermatozoi. In questo modo anche la Chiesa potrebbe essere d’accordo al suo utilizzo. Anche se per garantire la prevenzione il presidio più efficace rimane sempre il preservativo”.
Qual è la situazione dell’acceso alle cure?
”Dal punto di vista economico si sta finalmente movendo qualcosa. L’istituzione del Global fund è stata una grande vittoria: al momento sono stati versati due miliardi di dollari. Non basta, ma è già qualcosa. Le battaglie condotte nei confronti delle case farmaceutiche hanno fatto si che si sia abbassato il prezzo dei medicinali: in questo momento una cura costa tra i 350 e i 500 dollari per anno a persona. Si può abbassare ancora, ma il vero problema ora è un altro: assicurare strutture e medici ai Paesi colpiti dall’epidemia. Così che la malattia non si trasformi da emergenza sanitaria in calamità sociale”.





