Eugenio TurriLa conoscenza del territorioMarsilio, 2002p.190, euro 9,90 La conoscenza del proprio territorio non è un astratto interesse culturale, ma uno strumento indispensabile per interagire consapevolmente con esso. E non solo per gli amministratori e i progettisti, ma anche per i semplici cittadini. Al punto che, anni fa, l’Unesco propose di introdurre questo argomento come materia scolastica. Così che i docenti potessero supplire a un compito che un tempo era svolto dalla comunicazione orale fra padri e figli. Riempire questo vuoto è lo scopo del volumetto di Eugenio Turri, docente di geografia del paesaggio presso il Politecnico di Milano. “Metodologia per un’analisi storico-geografica”, recita il sottotitolo del libro, ma le questioni metodologiche sono affrontate solamente nel primo capitolo. Il resto del volume è dedicato alla minuziosa disamina del territorio di Caprino Veronese, un comune collocato fra il lago di Garda e la valle dell’Adige. Con l’effetto che il primo capitolo risulta troppo astratto e privo di esempi, e il resto del libro troppo specifico e privo di generalizzazioni. Chi avrà la pazienza di studiare il testo, comunque, riuscirà a cogliere le linee metodologiche seguite dall’autore. Così, dalla cima del Monte Baldo, che sovrasta la zona, si potrà assistere all’evolversi della storia di questo spazio. E osservare, per esempio, il fenomeno detto “inerzia territoriale”, ovvero la permanenza nel tempo di strutture anacronistiche. Una resistenza tanto più forte quanto più la società insediata sul paesaggio è conservatrice e basata sul potere degli anziani. Un’immutabilità nell’organizzazione e nello sfruttamento del territorio che spesso ha costretto una parte dei suoi abitanti all’emigrazione forzata. Un immobilismo infine travolto dalla rapidità dei mutamenti più recenti, che hanno privato il territorio – e i suoi abitanti – di un’identità stabile. Metamorfosi che fanno esplodere le cellule territoriali allargandole all’orizzonte globale. Il metodo di Turri conferisce centralità alla storia, più ancora che all’urbanistica e alla geografia, per la comprensione del territorio (ma non della sua proiezione visiva, il paesaggio). Questo perché, se occorre l’architetto per creare gli edifici, “è necessario il tempo per creare i luoghi”, come scrisse D.Lowenthal. Per ricostruire la storia del territorio, allora, bisognerà fare uno “strip” del paesaggio. Ovvero sottrarre uno a uno gli strati che il tempo vi ha deposto. Fino a risalire all’età medievale, o prima ancora a quella romana. Ovvero ai tempi a cui risale, almeno in Italia, l’“imprinting originario” del paesaggio. L’atto iniziale, creativo e determinate dell’uomo, il vero “genius loci” di ogni territorio. E poi ricostruire l’evoluzione fino ai nostri giorni. E assistere alla mutazione di “valore” subita dal territorio negli ultimi decenni: la superficie non è più valutata come risorsa per l’agricoltura o la pastorizia, ma per la sua edificabilità, e per la disponibilità di risorse ambientali e culturali.Il discorso su Caprino Veronese acquista interesse quando si parla dell’economia “molecolare” che lo caratterizza attualmente, ovvero della fragile rete di piccole imprese polverizzate del nord-est italiano, e della “città diffusa” che caratterizza l’area padana. Appare chiara, a questo punto, l’importanza di concepire il territorio non solo come un campione di studio, ma come un laboratorio dove sperimentare nuove soluzioni. Per salvare le nuove generazioni dall’“atopìa”, la perdita di riferimenti spaziali, che è anche perdita d’identità.





