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La mente etica

di
Francesca Riccioni

Michael S. GazzanigaLa mente eticaCodice Edizioni, Torino, 2006pp. 177, euro 21,00Le neuroscienze negli ultimi 50 anni hanno dato un grande apporto al tentativo di spiegare il comportamento e la vita mentale umana, influenzando così diversi campi, dal diritto alla medicina, dalla politica alla psicologia. Al tempo stesso, le nuove scoperte e applicazioni che si pensa possano derivarne spaventano molti tra i non addetti ai lavori. Michael Gazzaniga, direttore del Centro di neuroscienze cognitive del Dartmouth College, vuole ridimensionare queste paure, in primo luogo analizzando obiettivamente le acquisizioni delle neuroscienze. Il mero approccio scientifico-descrittivo gli sembra però insufficiente per smussare i timori che possono nascere quando si inizia a parlare, per esempio, di “manipolazione” della mente tramite farmaci che influenzano le nostre prestazioni cognitive. Il neuroscienziato porta allora la riflessione più in profondità, cercando una strada per indagare nell’emotività di ognuno di noi, per raggiungere le radici delle nostre credenze, alla ricerca di quello che potrebbe essere il fondamento biologico della stessa etica umana universale. La riflessione di Gazzaniga sembra portarci verso un cambio di paradigma rispetto alla natura e alla genesi del pensiero etico. Nell’ambito delle decisioni su che cosa sia moralmente accettabile e su che cosa non lo sia nel campo delle neuroscienze, egli va oltre una semplice, se pur necessaria, bioetica del cervello. Con sguardo smaliziato, sfiorando a volte il tono della provocazione, Gazzaniga affronta l’incontro-scontro di problematiche di squisito contenuto scientifico con la società e le sue credenze. In quale istante la società dovrebbe accordare uno status etico all’embrione? Quando un embrione può essere considerato un essere pensante? Entro quali limiti è giusto programmare e migliorare il destino genetico dei nuovi nati? Quali sono i margini accettabili di miglioramento dell’efficienza del cervello con metodi farmacologici? Gazzaniga introduce poi il concetto di determinismo biologico e sposta l’attenzione sulla problematica del libero arbitrio e della responsabilità personale. Il cervello è regolato da meccanismi deterministici ed è quindi cablato geneticamente per eseguire azioni sulle quali non abbiamo alcun controllo, oppure è capace di libero arbitrio? In un’aula di tribunale chi verrà dichiarato colpevole, l’imputato accusato di omicidio o il suo cervello? Anche gli studi sulla memoria portano complicazioni sul piano giuridico. Sappiamo infatti che essa non è così affidabile, ma per sua natura tende a rendere difettosi i ricordi, entro che limiti possiamo fidarci del ricordo di un testimone in tribunale? Queste sono alcune delle domande che l’autore propone al lettore, ma anche a se stesso, sia in veste di scienziato, sia come cittadino con le sue credenze e la sua emotività. La parte più innovativa del libro è comunque quella in cui Gazzaniga espone le proprie ricerche su una particolare regione dell’emisfero cerebrale sinistro, detto “interprete”, che codifica le continue informazioni del mondo esterno e ha la funzione specifica di “fabbricare” credenze. L’attività cerebrale dell’interprete è, per esempio, particolarmente evidente nel fenomeno culturale della credenza religiosa. Gazzaniga arriva quindi a proporre l’idea di una base biologica del sentimento religioso e delle costruzioni morali, che sarebbero in qualche modo connaturate allo stesso modo di funzionare del nostro cervello. Non solo una bioetica del cervello quindi, ma una vera e propria “neuroscienza dell’etica”.

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