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2043, l’anno senza quotidiani

di
Francesca Riccioni

Vittorio Sabadin
L’ultima copia del New York Times. Il futuro dei giornali di carta
Donzelli 2007, pp. 168, euro 15,00

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Non serve essere esperti di media per farsi un giro in rete e realizzare facilmente il vertiginoso sviluppo dei nuovi modi di produrre informazione alternativa ai tradizionali supporti di cellulosa. I più accorti probabilmente avranno seguito la vicenda del tragico futuro dei giornali di carta fin dalla scorsa estate, quando l’Economist riportò la previsione di Philip Meyer dal suo libro “The vanishing newspaper”: l’ultima sgualcita copia del New York Times sarà letta e cestinata durante i primi mesi del 2043. Nel giro di qualche decina d’anni, circa la metà dei giornali generalisti dei paesi economicamente avanzati saranno costretti a chiudere, e questo dipenderà dall’allontanamento dei lettori e dalla conseguente perdita di domanda dal versante pubblicitario. A supporto di questa tesi, la scomparsa del 18 per cento dei posti di lavoro dalle redazioni americane durante gli ultimi 15 anni e la scomposta reazione degli azionisti di grandi testate giornalistiche al crollo delle quotazioni. In questo scenario si inserisce il libro di Vittorio Sabadin, giornalista de “La Stampa” dal 1979.

Sabadin, dopo un ricco lavoro di ricerca e di osservazione dall’interno del mondo dei media, racconta con ritmo incalzante le crisi e i tentativi di superarle di un settore professionale che cambia, e lotta per la sopravvivenza, a stretto contatto con lo sviluppo delle nuove tecnologie per comunicare, internet in prima fila. L’iniziale miopia della maggior parte degli editori mondiali sulla possibilità di fornire notizie attraverso una discreta varietà di piattaforme, dai siti web all’iPod, dai telefonini ai laptop, ha portato a investire idee ed energie in trovate paradossalmente tese a far restare tutto com’era.

Ridurre i formati dei quotidiani, introdurre il colore o attirare i lettori/acquirenti tramite i numerosi gadget di corredo alla copia tradizionale del quotidiano sono stati tentativi di aumentare le vendite, funzionali forse nell’immediato, ma inadeguati e sicuramente insufficienti rispetto al passaggio epocale e alla necessità di riflessione e ridefinizione a cui la tecnologia sta sottoponendo il mondo dell’informazione. Per non parlare dei continui snellimenti delle redazioni, del conseguente impoverimento della qualità dei contenuti e del rischio di omologazione tra le testate.

L’utilizzo in funzione giornalistica di piattaforme del web nate per altri scopi come i blog, pensati e utilizzati inizialmente come diari o come possibili estensioni dell’identità individuale, è stata per molti un fatto inaspettato. Il citizen journalism, ovvero la possibilità che la rete dà a ogni cittadino di proporre al mondo il suo notiziario ideale, rischia di vanificare, se non l’ha già fatto, la funzione tradizionale dei quotidiani. I nuovi mezzi tecnologici – fotocamere, telecamere digitali, registratori mp3 -, sono alla portata di tutti e tutti potenzialmente potremmo essere giornalisti. In più la rete, dice Sabadin, è capace di autocorreggersi sconfiggendo l’iniziale sfiducia e la presunta mancanza di garanzie sull’attendibilità dell’informazione fornita.

Il consiglio che i quotidiani dovrebbero accettare e seguire è quello di non vedere internet come un nemico e un concorrente, ma come uno strumento da utilizzare per raggiungere i propri lettori più facilmente e più in fretta, e alcuni si stanno già mettendo in gioco con articoli pubblicati in rete prima che sulla carta, raccolta di notizie dai lettori, uso degli strumenti collaborativi del web.

Il libro è già diventato oggetto di discussione nella rete e non c’è blogger che non ne abbia “postata” una recensione tanto che, se si è a caccia di blog giornalistici, il titolo di questo libro diventa automaticamente un’ottima parola chiave.

 

 

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