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Psichiatria e antipsichiatria in Italia

di
Luca Passacielo

Gilberto Corbellini, Giovanni Jervis
La razionalità negata
Bollati Boringhieri 2008, pp.173, euro 12,00

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Trent’anni fa fu approvata dal Parlamento italiano la legge 180/78 che prevedeva la chiusura dei manicomi, e la creazione delle attuali istituzioni psichiatriche (centri di salute mentale, strutture residenziali, reparti psichiatrici negli ospedali). È la legge nota anche come legge Basaglia, dal nome dello psichiatra che ne ispirò alcuni principi, e in particolare il superamento dell’istituzione manicomiale e delle misure di contenzione fisica per il paziente psichiatrico. Tuttavia, come ci raccontano in modo chiaro i due autori, le pratiche basagliane non erano in linea con altre parti della legge, la quale costituì invece la confluenza di un processo di rinnovamento intrapreso da parte della stessa comunità di psichiatri e che a torto è stato per lungo tempo identificato con il movimento dell’antipsichiatria.

Sfatare questa falsa identificazione è uno degli obiettivi principali del lungo dialogo che i due autori intraprendono: psichiatra, cresciuto professionalmente proprio quando il cambiamento stava vedendo la luce, Giovanni Jervis; storico della medicina, matricola universitaria alla fine degli anni Settanta, Gilberto Corbellini. I loro percorsi biografici si intrecciano nel ricostruire le vicende del cambiamento delle pratiche psichiatriche. Jervis fu appunto uno degli psichiatri più impegnati nello studiare e mettere in pratica le nuove idee che circolavano a livello internazionale e che miravano a non considerare più la malattia mentale come un problema di ordine pubblico né come esclusivamente medico, ma piuttosto puntavano a utilizzare tutti gli strumenti messi a disposizione dalla nuova farmacologia insieme a quelli forniti dallo sviluppo della psicologia e della sociologia. Tutto ciò senza arrivare alle punte più estreme dell’antipsichiatria, che troppo spesso ha idealizzato le forme di disagio mentale separandole completamente dagli aspetti medici e organici. Tuttavia, ci tiene a sottolineare Jervis, la reazione contro la psichiatria “classica” e le sue istituzioni era giustificatissima e sacrosanta, tant’è che molti psichiatri stavano cercando vie d’uscita da quegli orrori rappresentati dai manicomi, istituzioni di controllo e non curative, troppo spesso lasciate in mano a direttori non interessati al disagio del paziente ma piuttosto alla tutela e all’affermazione di valori sociali precisi. Franco Basaglia fu tra questi: uno psichiatra interno alla comunità degli psichiatri, che impostò un nuovo modello di relazione interne all’istituzione psichiatrica, in cui la socializzazione dei pazienti non fosse impedita dalle misure quasi carcerarie imposte in precedenza, e che portasse al reinserimento sociale piuttosto che all’esclusione.

Secondo Corbellini e Jervis, fu l’eccesso di ideologia di quegli anni a spingere molti degli allievi di Basaglia, nonché molti sostenitori dell’antipsichiatria, verso posizioni secondo cui la riforma della psichiatria non poteva che essere la sua distruzione, con accenti irrazionali e perfino mistici, nonché l’assenza di criteri affidabili per creare strutture di sostegno per i pazienti e le loro famiglie. L’eccesso era d’altra parte giustificato, almeno in parte, dall’arretratezza del sistema italiano, che considerava il disagio mentale una questione di polizia e che troppo spesso puniva la devianza dai modelli borghesi, colpendo una presunta pericolosità sociale che poco aveva a che fare con il disagio individuale.

Le critiche che quindi vengono fatte all’antipsichiatria e alla legge 180 sono dovute in gran parte alla contestualizzazione storica di quel periodo e di quelle idee. Ogni tanto il lato autobiografico emerge in modo eccessivo, impartendo evidentemente una direzione soggettiva alla ricostruzione, ma tuttavia il libro risulta un tassello efficace per la comprensione della storia della cultura scientifica italiana, nonché del Paese nel suo complesso.

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