Giovanni Boniolo e Stefano Giaimo (a cura di)
Filosofia e scienze della vita
Bruno Mondadori 2008, pp. 400, euro 32,00
La biologia è generalmente considerata una “scienza speciale”. Una scienza, cioè, dove le regolarità si lasciano difficilmente catturare da leggi universali, dove molti processi sono affidabili ma poche cose accadono di necessità. Scavando un poco a fondo in queste verità ricevute, però, si può giungere alla conclusione che certe differenze siano state alquanto esagerate. “Filosofia e scienze della vita”, tra le tante cose, offre anche una prospettiva filosofica sulla biologia in cui certe caratteristiche “speciali” finiscono per apparire non così diverse da quelle che si incontrano in alcune branche della fisica e della chimica, che non sono poi così “dure” come spesso ci vengono presentate.
Ma il merito principale del libro sta nella qualità della discussione dei temi della biologia di questi giorni. Non, per intenderci, la biologia in cui si dice che il Dna contiene il “programma genetico” per la formazione di un organismo, o peggio ancora il suo “codice genetico” (oggi si tende a parlare del Dna come una “risorsa dello sviluppo”, che fornisce alla cellula i materiali necessari alla costruzione e al mantenimento dell’organismo, ma senza implicare un ruolo direttivo). Non è neanche la biologia in cui si “spiega” l’evoluzione con la mutazione e la selezione naturale, trattando tutto il resto come un dettaglio tecnico da lasciare agli addetti ai lavori.
Di questo bagaglio antiquato nel libro non c’è traccia, se non in qualche considerazione critica, e la discussione mira dritta alle questioni concettuali che oggi sono realmente discusse nelle scienze biologiche. Il segreto, racchiuso tra le copertine del libro, è che oltre ai due curatori e autori principali hanno collaborato alla stesura del testo altri nove esperti, tra cui biologi attivi nella ricerca. Il lettore può quindi, per una volta, affidarsi con una certa tranquillità (mai ciecamente!) a ciò che sta leggendo, senza temere di trovarsi di fronte a concetti o fatti resi obsoleti da ulteriori sviluppi, neanche troppo recenti.
La prima parte del libro tratta del concetto di gene (dei diversi concetti di gene necessari alla biologia), della selezione, dell’adattamento, della filogenesi e del problema delle specie (dei molti concetti di specie in uso in biologia). Una menzione particolare meritano la discussione dell’omologia e quella dei vincoli dello sviluppo, che assieme ai “geni dello sviluppo” costituiscono gli snodi principali del percorso che ha portato all’EvoDevo.
La seconda parte affronta invece problemi più tipici della filosofia della scienza, come le già accennate questioni dell’esistenza o no di leggi, regolarità, cause, meccanismi, che sono sembrate relegare la biologia in un un mondo a sé. Da mettere in evidenza, per il suo carattere di novità, c’è la discussione delle metafore informazionali (il codice genetico, l’informazione genetica, la trascrizione e la traduzione del DNA nella sintesi delle proteine). Si tratta solo di metafore inoffensive, o questi termini condizionano la concettualizzazione dei processi biologici e quindi la loro comprensione? È possibile fare a meno di questi concetti e adottare termini più vicini ai domini della fisica e della chimica, soprattutto quando si lavora alla scala molecolare?
Caso forse unico in Italia (esclusa naturalmente la letteratura scientifica), in questo libro la selezione naturale è trattata su un piano di parità con la deriva genetica, non come un ripensamento o un’aggiunta posticcia. Certo non si può negare che la selezione naturale presenti implicazioni filosofiche più significative della deriva genetica. Gli autori evitano che considerazioni sul peso filosofico influenzino la presentazione della scienza. E grazie anche alla ripresa del dibattito sui livelli di selezione (il “gene egoista”, l’individuo, il gruppo), e a una discussione di caso e necessità, anche la deriva genetica casuale guadagna un certo spessore filosofico.
Le circa 340 pagine del libro (bibliografia a parte) sono appena sufficienti per una discussione adeguata di tutti i temi scelti dagli autori. Pure preferenze personali mi porterebbero a voler approfondire certe questioni più di altre, e un libro non può certo pretendere di accontentare tutti. Su un solo dettaglio, piuttosto secondario, penso che una piccola variante sarebbe stata più divertente (perché il libro riesce anche a divertire). Il famoso “dogma centrale della biologia molecolare”, enunciato da Crick nel 1958, è giustamente considerato con imbarazzo da molti biologi (cui l’idea di avere un dogma nell’armadio non piace di certo). Il libro ne parla come di un’ipotesi semplicistica e superata. Però lo descrive nei termini di quella che Crick chiama “the sequence hypothesis”: è l’ipotesi che una certa sequenza di nucleotidi (nel Dna) si traduca in una precisa sequenza di amminoacidi (nella proteina). Poteva essere divertente richiamare il fatto che, negli ultimi cinquant’anni, il dogma centrale sia stato confutato più di una volta. Non bastava la prima? Purtroppo, in tutti i casi a mia conoscenza la versione confutata è stata quella formulata da James Watson. La versione del “dogma” enunciata da Crick ha un carattere negativo: afferma che una volta che l’informazione si è tradotta in proteina non torna più indietro. In questa versione, mi sembra che il dogma centrale continuerà a turbare la coscienza anti-dogmatica di molti biologi, e li stimolerà a proseguire nella veneranda pratica della “confutazione”.
Come si sarà capito, è una lettura impegnativa che richiede una buona dose di conoscenze preliminari, un testo di livello accademico. Ma un testo così unico che non potrei fare a meno di raccomandarlo a chiunque abbia un interesse più che episodico per gli argomenti che vi sono trattati.





