A Doha parte la conferenza sul clima

Con circa 17mila persone provenienti da 194 paesi, nell’ambito della Climate Change Conference 2012 in programma a Doha (Qatar) fino al prossimo 7 dicembre, prende il via oggi la diciottesima conferenza delle parti (Cop 18) della United Nations Framework Convention on Climate Change(Unfccc) e l’ottava sessione della conferenza della parti del Protocollo di Kyoto (Cmp8). Con la speranza di andare oltre Durban 2011, il summit sul clima dello scorso anno che si era concluso con poche promesse per la tutela della salute del pianeta. 

Punto primo del summit: impegnarsi a tagliare le emissioni di anidride carbonica, e l’aver scelto come luogo per ospitare la conferenza del clima uno dei paesi non solo ricchissimo di petrolio e gas, ma anche leader nell’infausta classifica dei paesi con la maggior quantità di emissioni (44 tonnellate pro capite per anno), potrebbe rappresentare già un segno di sfida, un punto di svolta. Per capire di cosa stimo parlando e di quale saranno i temi affrontati a Doha, il Telegraph propone un’analisi per punti, cominciando dai costi climatici prodotti dalla stessa conferenza. 

Le emissioni: 25mila tonnellate di anidride carbonica, ovvero l’equivalente circa del movimento di diecimila persone che dal mondo si sono dirette a Doha e del peso ambientale della loro permanenza per due settimane in hotel. Costi che dovranno essere scontati attraverso investimenti nel settore delle rinnovabili e nei processi di riforestazione con il meccanismo delle riduzioni certificate delle emissioni (Cer). Quelli invece della conferenza invece sono più difficili da stimare, sebbene si possa fare un paragone con quelle passate, costate circa 15 mila tonnellate di CO2. Le intenzioni per comportarsi bene sembrerebbero però esserci tutte: una location costruita con legno certificato proveniente da fonti sostenibili, alimentata in parte (circa il 12%) con pannelli solari, servita da bus abiocarburanti e la promessa di un riuso intelligenze dei beni di consumo, riciclati, donati e smaltiti in modo responsabile. 

I protagonisti: a dirigere i lavori nei prossimi giorni a Doha saranno Christiana Figueres per quanto riguarda l’ Unfccc Abdullah Bin Hamad Al-Attiyah per quanto concerne la conferenza stessa. 

Il protocollo di Kyoto e i suoi eredi: il trattato internazionale per ridurre le emissioni di gas serra sta per scadere, e dovrà in qualche modo essere rimpiazzato, così da avere ancora per gli anni a venire un accordo giuridico per limitare le emissioni. Tenendo conto però che rispetto al 1997 – anno in cui il protocollo venne sottoscritto –  i protagonisti del riscaldamento globale sono cambiati, e gli allora paesi in via di sviluppo sono diventati oggi tra i maggiori responsabili delle emissioni. Si sono già detti pronti ad aderire a un secondo atto del protocollo di Kyoto, per gli anni 2012- 2020, Unione Europea, Australia, Norvegia, Svizzera, Lichenstein, Croazia, Ucraina e Islanda, ma i target da raggiungere riguardo i tagli sulle emissioni devono ancora essere stabiliti (anche se è verosimile parlare di tagli del 20% rispetto al 1990 da raggiungere entro il 2020). 

Doha, inoltre, si avrà modo anche di affrontare un nuovo trattato da stipulare entro il 2015 per il taglio delle emissioni per tutti i paesi a partire dal 2020, uno degli accordi partoriti durante Durban 2011. 

In tutto questo i delegati delle diverse nazioni dovranno trovare punti in comune, che concilino le richieste di alcuni paesi virtuosi che hanno accumulato cioè più crediti di emissioni che sperano di usare negli anni successivi al 2012 e che rischiano però di sminuire il significato dei nuovi obiettivi sui tagli. Senza dimenticare il ruolo che svolgeranno nelle trattative gli Usa, il grande assente nel protocollo di Kyoto, e la Cina, alla quale si chiede di adottare comportamenti più trasparenti. Entrambi però sembrano impegnate in iniziative per così dire più domestiche, slegate da accordi internazionali, come le promesse degli Usa di tagliare entro il 2020 del 17% le emissioni rispetto a quelle del 2005, o quelle della Cina di abbattere del 45% la sua intensità di carbonio (una misura dell’anidride carbonica emessa per unità di Pil). 

Come si presenta il pianeta: a dispetto delle misure prese negli ultimi anni, i gas serra non sono diminuiti. Dal 2000, per esempio, la sola anidride carbonica è cresciuta del 20%, e lo scorso anno i suoi livelli erano a circa 390 parti per milione, che confrontati alle 280 dell’era pre-industriale significa un aumento del 40%. Dati che pongono la Terra in una situazione piuttosto precaria, lontana da quell’aumento di 2°C nei prossimi anni giudicato se non sicuro, tollerabile dal nostro pianeta. Perché se le emissioni continueranno a crescere al tasso attuale entro il 2020 avremmo circa 58 giga tonnellate di gas serra immessi nell’atmosfera all’anno: 14 in più di quelle necessarie a mantenere l’innalzamento delle temperature sotto i 2°C. Ma abbiamo ancora una chance, dicono gli esperti, che si gioca soprattutto questi giorni a Doha.

Via: Wired.it
Credits immagine: Joi/Flickr

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