Perché la chiave della felicità passa anche dai batteri

Forse i microbi intestinali non si limitano ad alterare la salute fisica, ma anche quella mentale. A raccontarlo è Alanna Collen, divulgatrice britannica con un dottorato in biologia evolutiva dello University College London, nel suo nuovo libro "I batteri della felicità"

  • 55
  •  
  •  

Che la flora intestinale abbia una grande importanza per il benessere dell’organismo è noto da tempo. Ma negli ultimi anni il microbiota, cioè l’insieme dei differenti ceppi di microrganismi che vivono all’interno dell’intestino umano, è stato studiato con particolare attenzione, portando a scoperte inattese e rilevanti. L’ipotesi di partenza dell’autrice del libro, Alanna Collen – divulgatrice britannica con un dottorato in biologia evolutiva dello University College London – è quella secondo cui non solo le sofferenze di stomaco ma anche i problemi mentali sono in ascesa: e questo potrebbe essere un segnale del fatto che “il nostro corpo ha bisogno delle infezioni per mantenersi in equilibrio”, e che “insieme al benessere arriva la cattiva salute cronica”. Affermazioni indubbiamente provocatorie, anche se l’autrice raccoglie nel suo libro una gran quantità di testimonianze ad avvalorare la sua ipotesi.

(Foto: Hoepli)

Alanna Collen

I batteri della felicità. Perché i microbi del nostro corpo sono la chiave per la salute e il benessere

Hoepli, 2017

pp. 287, Euro 22,90

 

 

 

 

Esperimenti realizzati su animali dimostrano che la gestione del peso corporeo non dipende dalla quantità di calorie ingerite con la dieta: nutrizione, regolazione dell’appetito e immagazzinamento dell’energia rappresentano un sistema estremamente complesso che dipende dall’equilibrio del microbiota. In topi di laboratorio, alimentati con la stessa dieta, è stata studiata la presenza di differenti specie di batteri intestinali, i Firmicutes e i Bacteroidetes, scoprendo che nei topi obesi la percentuale di Firmicutes era molto più elevata rispetto a quella di Bacteroidetes. E se bastasse alterare il microbiota per trovare una terapia contro l’obesità? Anche se i meccanismi d’azione sono ancora in fase sperimentale, i primi esperimenti realizzati sulla specie umana sembrano confermare questa ipotesi.

Si sviluppano così nuovi modi di pensare: forse i microbi intestinali non si limitano ad alterare la salute fisica, ma anche quella mentale. Confrontati con bambini sani, riferisce Collen, un gruppo di bambini autistici presentava nell’intestino un numero dieci volte maggiore di Clostridia: questi batteri sono responsabili della produzione di una neurotossina che avrebbe potuto danneggiare il cervello dei piccoli fin dai primi giorni di vita. Analogamente, l’aumento della celiachia, del diabete e di altre malattie autoimmuni può essere attribuito a una maggiore permeabilità dell’intestino a una varietà di proteine che possono passare nel sangue, provocando infiammazione cronica: l’interpretazione di questa permeabilità alterata porta a riconsiderare il ruolo protettivo del microbiota all’interno dell’intestino. Infatti molti microrganismi contribuiscono a “rivestire” la parete intestinale con sostanze che impediscono o permettono il passaggio di particolari molecole nel sangue: secondo Collen, lo sviluppo di molte moderne epidemie potrebbe essere ricondotto a reazioni eccessive del sistema immunitario stimolato da sostanze che, attraversando un intestino permeabile, provocano una infiammazione cronica. Un microbiota sano ed equilibrato, al contrario, rinforza l’integrità dell’intestino e protegge l’inviolabilità del corpo.

Il microbiota della pelle, formato anche esso da differenti specie batteriche, forma uno strato protettivo che tiene lontani eventuali agenti patogeni e regola le risposte del sistema immunitario contro eventuali infezioni. La diffusione di pratiche igieniche e l’uso spesso sconsiderato di antibiotici altera profondamente le relazioni tra i ceppi batterici ospiti, riducendo selettivamente alcune specie e rompendo equilibri complessivi. Talvolta, invece di eliminare definitivamente i patogeni, gli antibatterici possono indurre la sporificazione di batteri dannosi che torneranno a svilupparsi in condizioni ambientali appropriate.

L’invito dell’autrice, dunque, è quello di considerare l’importanza del microbiota ritenendolo una parte del sé, evitando di uccidere i batteri intestinali con farmaci non necessari e curandone piuttosto l’alimentazione con cibi appropriati. Ma di cosa si nutrono prevalentemente questi microrganismi? Oltre a un giusto equilibrio tra (pochi) grassi e (pochi) carboidrati, si nota che le popolazioni “ricche” hanno un microbiota tipico dei carnivori, mentre le popolazioni più povere hanno microbiota da erbivori. E l’obesità potrebbe essere dovuta non tanto al contenuto in dieta di grassi e zuccheri quanto ad uno scarso apporto di fibra. La somministrazione di fibra riduce la permeabilità intestinale facendo sì che meno nutrienti passino dall’intestino al sangue, riducendo un eventuale aumento di peso. I probiotici sono certamente un valido aiuto per ripristinare una flora batterica deteriorata da una cattiva alimentazione o dalla perdita selettiva di ceppi importanti, ma ci vuole molto tempo e molta perseveranza per ricostituire un microbiota funzionale. Di recente sono state anche sviluppate modalità controllate di trapianto di feci, per modificare o arricchire in ceppi pregiati la componente microbica di chi ne era carente.

Fin dalla nascita però è importante sviluppare in modo corretto il patrimonio batterico del bambino: nel parto naturale, nella fase di espulsione, il neonato entra in contatto con i microrganismi vaginali della madre che potranno svilupparsi nel tempo insediandosi al suo interno. Nel parto cesareo, ovviamente fatto in condizioni di sterilità, la trasmissione batterica da madre a figlio è molto limitata, e la sicurezza dell’operazione impedisce al bambino il contatto col microbiota materno. Collen suggerisce allora di portare sul viso e sulla bocca del bambino dei tamponi impregnati delle secrezioni vaginali materne, in modo da trasferire almeno una parte dei batteri che il piccolo avrebbe incontrato nel parto naturale. Questa procedura si sta già attuando in condizioni particolari, dove la cura per il microbiota proprio e altrui è diventata una esigenza culturale oltre che sanitaria. Così, anche se gli studi sperimentali riportati dall’autrice devono essere ancora verificati, rendersi conto di quanto siamo dipendenti dalla componente batterica del nostro organismo insegna a convivere con ospiti che sono parte integrante del nostro stesso corpo. L’attenzione alla vita microbica che si svolge nel nostro intestino può portare a importanti modificazioni della nostra salute, del nostro modo di essere e del nostro modo di pensare.

Articoli correlati


  • 55
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *