HomeVitaChi siamo davvero? Le cellule vagabonde e il mito dell’identità

Chi siamo davvero? Le cellule vagabonde e il mito dell’identità

Col progredire delle tecnologie e con l’elaborazione di modelli sempre più complessi, tante certezze su noi stessi e sulla nostra biologia perdono la loro rassicurante consistenza diventando ambigue e problematiche. Si sente dire spesso da qualcuno (sia pure al limite del paradosso) che le opinioni politiche, i gusti culinari, le ideologie e i valori sono ben scritti stabilmente nel Dna, rendendo così difficile o addirittura impossibile qualsiasi speranza di cambiamento. Ma con la decifrazione del genoma, anche questi luoghi comuni hanno cominciato a modificarsi: che cosa c’è veramente “scritto” nel Dna delle nostre cellule?

Lise Barnéoud, Le cellule vagabonde. Come la nuova scienza del microchimerismo sta ridefinendo il concetto di identità. Codice edizioni, 2025 – Pp 141, € 16,00

Il nostro Dna è davvero solo nostro?

In passato, la biologia aveva pensato che una notevole parte del nostro patrimonio genetico fosse inutile “spazzatura”, e ne metteva in evidenza le origini raccogliticce, dovute a virus che vi si erano inseriti in tempi lontanissimi (i trasposoni), o a ripetizioni ossessive di sequenze senza significato. Ma restava ben chiaro il fatto che il nostro Dna era effettivamente solo nostro, una combinazione unica ereditata dall’associazione nell’uovo fecondato tra i patrimoni genetici dei nostri genitori. Così il feto si sviluppava con una propria individualità, certo modulata dalle condizioni ambientali ma con un hardware ben definito, capace di reagire a infiltrazioni estranee e mantenere il proprio sé. Ricerche più recenti hanno invece sviluppato conoscenze capaci di mettere in crisi un sapere che sembrava saldamente costituito.

Cellule vagabonde

Nell’evoluzione dinamica delle idee Lise Barnéoud, giornalista scientifica, ha dovuto padroneggiare cambiamenti di imprevedibile complessità nelle interpretazioni biologiche. Ed è interessante notare che, come lei, anche la Biologia accademica è rimasta sconcertata dai risultati che, prima causalmente e poi in base a ben precisi protocolli di ricerca, hanno modificato convinzioni apparentemente stabili e sicure. I nuovi indizi ci parlano di microchimerismo, cioè di cellule vagabonde che in determinate condizioni passano con tutto il loro Dna da un organismo all’altro, si insediano in un organo (o addirittura in un feto) e lì cominciano la loro esistenza, moltiplicandosi, funzionando, a volte proteggendo, a volte distruggendo l’ospite.

Genomi sconosciuti

Il problema è ancora aperto, ma non mancano accurate misure di fluorescenza che hanno permesso di riscontrare in diversi organi formati da cellule caratterizzate dai cromosomi XX, tipici del genoma femminile, anche cellule con cromosomi XY, tipiche del genoma maschile. Così donne incinte di bambini maschi presentano cellule maschili inserite nel loro tessuto epiteliale, mentre altre ricerche documentano la presenza di cellule materne (XX, femminili) all’interno di un feto (XY, maschile), o la presenza in un embrione delle cellule di un fratello abortito anche prima che la madre ne divenisse consapevole. I casi oggetto di studio sono sempre più interessanti e i risultati spesso inaspettati. Per esempio, ad alcuni padri era stata negata la paternità dei loro figli perché questi presentavano cellule con genomi sconosciuti, diversi da quelli rilevati nella maggior parte del loro corpo.

Cosa è l’identità?

Barnéoud si domanda, al di là dei dettagli tecnici, chi siamo veramente e dove possiamo cercare la nostra identità. Se nel nostro organismo sono presenti e funzionanti cellule di parenti lontani (per esempio antenati,) se il nostro Dna ospita e consente il funzionamento di svariati Dna altrui, allora chi siamo noi? E visto che abitano in noi fin dalla nascita, queste cellule sono delle estranee o sono veramente noi? E cosa fanno nel nostro corpo? Le ipotesi mediche si susseguono e si contraddicono: forse sono alla base di processi tumorali, forse fanno parte del sistema immunitario e ci difendono dalle infezioni innescando meccanismi di tolleranza, per esempio nei trapianti, forse… non si sa. Certamente sono essenziali per rispondere all’antico dubbio che si presenta ad ogni gravidanza: come mai la madre non rigetta come corpo estraneo un embrione con cellule geneticamente diverse dalle proprie? Alcuni sostengono che proprio questo microchimerismo permetta l‘accettazione del feto e di altri eventuali allotrapianti.

Veri maschi e vere femmine

Gli insediamenti di cellule con genomi “forestieri” si trovano ovunque e pare che il 63 % delle donne presenti cellule con genomi maschili anche nel sistema nervoso: chi sa se sarà ancora possibile valutare le differenze di genere studiandone i cervelli. E siccome succede anche di trovare genomi femminili nei cervelli maschili, sarà interessante vedere come si potrà fare leva su queste percentuali di migrazione per trovare nuove pseudo-cause per sostenere inferiorità e discriminazioni. Come si farà a riconoscere una vera femmina da un vero maschio, se le cellule sono così mescolate?

Un’eredità alla rovescia

Certo fa impressione, conclude Barnéoud, immaginare una eredità alla rovescia, per cui le madri ereditano geni dalla loro discendenza: è preoccupante? È patologico? Può avere conseguenze? Da sempre, però, la biologia ci aiuta a pensare in modo complesso, spingendoci a decifrare gli intrecci di molteplici ambigue relazioni di causa–effetto prima di dare giudizi di valore, per esempio prima di definire cosa è o sarebbe bene, cosa è o sarebbe male. Il confine è sfumato, labile e mutevole a seconda delle circostanze e dipende anche dai momenti in cui certi eventi possono verificarsi, rispettando o no la dinamica temporale del ciclo vitale. Ma uscendo dal campo strettamente biologico, e considerando le nostre umane capacità di conoscenza, è importante pensare che se il corpo può essere una microchimera, la nostra mente lo è certamente: sappiamo di esserci formati culturalmente con i contributi di pensatori diversi, facendo esperienze personali e fruendo di quelle altrui, ed i nostri pensieri non sono più nostri di quanto non lo siano i nostri corpi chimerici. Abbiamo acquistato coerenza combinando insieme elementi di origini disparate: per esempio siamo stati chimicamente modellati da materie che arrivano dall’Universo, siamo culturalmente modellati da pensieri che arrivano da genti e sapienze lontane, siamo geneticamente modellati da un Dna antichissimo che si è formato e trasformato nel tempo… ora ci accorgiamo che la nostra stessa identità si modella integrando in noi genomi diversi. Un modo interessante e nuovo per capire che proprio l’accoglienza e la condivisione con gli altri ci rendono unici.

Credits immagine di copertina: Maria Kovalets su Unsplash

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