Colli Albani, il vulcano romano che si sta per svegliare

Vulcano
(Immagine: Wikipedia)
Vulcano
(Immagine: Wikipedia)

Si pensava che fosse spento per sempre. Che non avrebbe mai più ruggito. Invece il vulcano dei Colli Albani, a 30 chilometri dal centro di Roma, è più vivo che mai. Lo ha scoperto un gruppo di ricerca guidato da Fabrizio Marra dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv). I dati parlano chiaro: l’attività del vulcano è ciclica, e in una scala di tempo geologica (dell’ordine dei millenni, per intenderci) avverrà la prossima eruzione. Intanto gli scienziati gongolano perché il sito diventerà un vero e proprio laboratorio a cielo aperto, in cui indagare, per esempio, sulla datazione delle glaciazioni e sulle fonti di energia alternativa. Ne abbiamo parlato con lo stesso Fabrizio Marra.

Come avete scoperto che il vulcano è ancora attivo?
Abbiamo datato tutti i materiali eruttati in passato da 600000 fino a 36000 anni fa, quando cioè avvenne l’ultima eruzione a Castel Gandolfo. Ci siamo riusciti col metodo degli isotopi radioattivi dell’argon (40Ar/39Ar) e abbiamo scoperto un ciclo di eruzioni regolari, più o meno una ogni 40000 anni. Visto che il tempo trascorso dall’ultima eruzione rientra ancora nella regolarità, il vulcano non può considerarsi estinto. Inoltre, con ulteriori ricerche abbiamo visto che negli ultimi 100000 anni il tempo medio tra un’eruzione e l’altra si è ridotto a circa 30000 anni, quindi i tempi potrebbero essere maturi per una nuova eruzione. Su scala geologica, s’intende.

Dobbiamo preoccuparci per questo vulcano?
L’assenza di segnali premonitori ci tranquillizza sul fatto che una possibile eruzione sia ancora lontana. Però abbiamo capito che il ciclo di ricarica magmatica è già cominciato. Infatti, attraverso una tecnica chiamata telerilevamento satellitare abbiamo visto che il sito si sta sollevando a un ritmo di 2 millimetri all’anno. Niente di preoccupante alla scala dell’esperienza umana, ma questo vuol dire che molto in profondità, probabilmente tra 5 e 10 chilometri, si sta lentamente accumulando nuovo magma. Possiamo perciò affermare che tra qualche migliaio di anni questo magma troverà una via di risalita e darà luogo a nuove eruzioni. Comunque non stiamo parlando di un singolo vulcano, si tratta di un’area estesa – quella dei Castelli Romani – dove ogni volta le eruzioni sono avvenute in un punto diverso. L’ultimo punto ad aver eruttato corrisponde al cratere di Castel Gandolfo, dove adesso c’è un lago. Ma anche se sappiamo dove sono i crateri delle eruzioni passate, non possiamo sapere da quale parte avverrà la prossima eruzione.

I Colli Albani possono diventare un laboratorio a cielo aperto, come già avviene per l’Etna?
Sì, certo. Attraverso un monitoraggio continuo dei segnali che indicano la presenza di magma in profondità sarà possibile tutta una serie di ricerche, come lo studio delle emissioni gassose, delle deformazioni del suolo e della sismicità locale. Un’altra ricerca riguarda le fonti alternative come la geotermia, che sfrutta i fluidi geotermici (gas e acqua calda) come fonti di energia, in particolare per il riscaldamento. Il gas può essere usato anche per produrre energia elettrica. Non ultimo, il vulcano ha permesso a noi dell’Ingv di studiare la cronologia delle epoche glaciali. I prodotti delle eruzioni vulcaniche sono infatti intercalati ai sedimenti fluviali e costieri del fiume Tevere e ne permettono quindi la datazione. Poiché il deposito dei sedimenti è legato alle fasi di risalita del mare dovute allo scioglimento dei ghiacci alla fine delle grandi glaciazioni pleistoceniche, datando tali fasi si è fornita in modo indipendente anche l’età per i cicli glaciali.

Quali saranno le prossime mosse dell’Ingv?
Osserveremo i terremoti, che possono essere molto utili per lo studio dell’area vulcanica. Sia come eventuali segnali premonitori di risalite di magma – o più semplicemente di gas e fluidi termali – sia perché lo studio della propagazione delle onde sismiche fornisce indicazioni sulla struttura della crosta terrestre al di sotto del vulcano. Sicuramente una ricerca da avviare a breve termine è proprio lo studio di tomografia sismica: una “scansione” della crosta terrestre utilizzando le registrazioni di terremoti lontani, che permettono di fare una sorta di radiografia ed evidenziare quindi l’eventuale presenza di corpi magmatici. Abbiamo anche già avviato un modello al computer per stabilire le possibili dimensioni e la profondità della presunta camera magmatica all’origine dell’attività del vulcano.

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