“Il coronavirus si diffonde anche con l’aerosol”, l’appello all’Oms

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(Foto: Zhang Kenny on Unsplash)

Torna alla ribalta l’ipotesi che il contagio del nuovo coronavirus possa avvenire in maniera importante anche attraverso l’aria o meglio l’aerosol di particelle piccolissime sospese nell’aria, soprattutto in ambienti chiusi ed affollati. Su questo tema, come racconta il New York Times, 239 scienziati da tutto il mondo hanno inviato una una lettera aperta all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che contano di pubblicare al più presto su una rivista scientifica. La richiesta èdi rivedere la sua posizione su questa via di contagio, detta airborne. Finora, infatti, l’Oms ha ribadito e continua a ripetere che la trasmissione del virus avviene principalmente da persona a persona, attraverso le ormai note droplet, goccioline di saliva relativamente grandi emesse quando si parla o si tossisce, e dalle mani sporche a contatto con le mucose. Mentre il contagio nell’aria da aerosol non rientra fra le principali vie di trasmissione o comunque non ci sono prove sufficienti per poter fare questa affermazione. Come interpretare le diverse posizioni?

Droplet e aerosol, le differenze

Da un lato ci sono le droplet, goccioline di saliva di dimensioni maggiori di 5 micrometri (millesimi di millimetro) che si emettono quando parliamo, tossiamo o starnutiamo che possono raggiungere l’interlocutore e che, se contenenti il Sars-Cov-2, possono infettarlo. Queste particelle sono rimosse a breve distanza (1-2 metri) dal punto di emissione, da cui la distanza di sicurezza di almeno 1 metro. Dall’altro c’è il bioaerosol emesso durante la respirazione e parlando oppure il residuo secco delle goccioline di saliva che rimane dopo l’evaporazione: questo aerosol generalmente assume dimensioni più piccole (meno di cinque micrometri) e può rimanere in sospensione per tempi maggiori.

La domanda è se questo bioaerosol può contenere una quantità di virus in grado di contagiare e per quanto tempo il Sars-Cov-2 rimarrebbe attivo e sospeso nell’aria, ma la trasmissione attraverso questo canale resta discussa e ancora non del tutto chiara. Recentemente uno studio condotto dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr ha affrontato l’argomento e ha mostrato che all’aperto la probabilità di trasmissione con questo meccanismo sembra essere molto bassa. Mentre al chiuso, soprattutto in ambienti affollati e non ventilati, il rischio potrebbe essere maggiore – pensiamo agli ospedali o a mezzi pubblici dove viaggino persone contagiate.

Aerosol, contagia o no? Il punto di vista dell’Oms

Secondo l’Oms, come rimarcato anche nell’ultima guida, la trasmissione airborne è possibile soltanto in circostanze particolari, come procedure mediche che producono aerosol (ad esempio dal dentista, che per questo prende adeguate precauzioni). Ma i 239 scienziati non sono d’accordo e sulla base dei dati a disposizione hanno sottolineato che la possibilità di un contagio airborne esiste anche al di fuori di queste situazioni specifiche. “Soprattutto negli ultimi due mesi”, ha dichiarato al New York Times Benedetta Allegranzi, responsabile tecnico del settore dedicato al controllo delle infezioni dell’Oms, “abbiamo affermato diverse volte che consideriamo la trasmissione airborne come possibile ma di certo non supportata da prove solide o chiare. C’è un acceso dibattito su questo tema”. Nel frattempo Soumya Swaminathan, responsabile scientifico dell’Oms, spiega che l’organizzazione sta facendo di tutto per valutare quanto più rapidamente possibile le prove sull’argomento senza sacrificare la qualità della revisione.

Fra dubbi e critiche

Ma non tutti sono d’accordo sulla linea di condotta dell’Organizzazione mondiale della sanità; dalle interviste a 20 scienziati, inclusi circa 12 consulenti dell’Oms, emerge che il modo di agire è frutto di una visione rigida e basata sulla ricerca di prove scientifiche in maniera eccessivamente medicalizzata, come si legge sul New York Times. Gli scienziati auspicherebbero una maggiore apertura verso questo punto di vista o meglio verso la considerazione di un’ipotesi probabile anche se ancora non ci sono prove sufficienti.

Se non ci sono prove incontrovertibili che il virus viaggi nell’aria e sia trasmesso dall’aerosol, aggiunge la dottoressa Trish Greenhalgh, medico di medicina generale dell’università di Oxford nel Regno Unito, non ci sono nemmeno prove definitive che questo non avvenga. Dal 1946 siamo a conoscenza che la tosse e la saliva emessa quando si parla genera aerosol, come sottolinea Lindsay Marr della Virginia Polytechnic Institute and State University, esperta della trasmissione airborne. Per ora, aggiunge l’esperta, gli scienziati non sono stati in grado di far crescere il virus in ambienti interni e nell’aria (airborne), continua, ma ciò non vuol dire che gli aerosol non siano infettivi.

Insomma, tutto starebbe nell’atteggiamento da assumere di fronte a un elemento possibile ma non certo e ancora in corso di valutazione (come può accadere in una situazione imprevista come una pandemia): adottare maggiore o minore precauzione? Una maggiore precauzione potrebbe significare, ad esempio, la necessità di indossare le mascherine al chiuso anche se si è a distanza sufficiente.

Via: Wired.it

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Credits immagine di copertina: Zhang Kenny on Unsplash