Sars-Cov 2, dobbiamo stare attenti all’aria che respiriamo?

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Tra me e chiunque altro la distanza deve essere di almeno un metro. Perché il nuovo coronavirus si trasmette per via respiratoria, quando goccioline (droplets) cariche di virus, emesse mentre si parla, si tossisce o si starnutisce, raggiungono direttamente le mucose di una altro individuo: la bocca, il naso, gli occhi.

Ma allora perché preoccuparsi tanto della presenza del coronavirus nell’ambiente, sulle superfici o addirittura nell’aria? Possiamo ammalarci anche solo respirando? E il personale sanitario quanto rischia?

Come viaggia il coronavirus

In effetti, la possibilità che il nuovo coronavirus possa essere presente nell’aria e, respirato, possa far ammalare non è ritenuta significativa dagli studiosi. Tant’è che Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha sin da subito detto che il nuovo coronavirus non si trasmette per via aerea (aereosol) ma direttamente da persona a persona attraverso le ormai famose goccioline (droplets). Queste goccioline, dicono gli esperti, sono abbastanza grosse e pesanti (diametro maggiore di 5 micron) per cui, anche se un colpo di tosse o uno starnuto possono proiettarle fino a una distanza di 2 metri, finita questa spinta, non possono rimanere sospese per aria: per gravità cadono e si depositano per terra o su altre superfici. Certo, non si può escludere che, una volta essiccate, i virus in esse contenuti possano circolare nell’ambiente. Ma in queste condizioni ambientali e di concentrazione, la loro capacità di infettare non è certo comparabile a quella di una gocciolina carica di migliaia e migliaia di virus che raggiunge direttamente le mucose. Fuori dal suo habitat, l’organismo umano, il coronavirus ha poche chance di sopravvivere e riuscire a infettare un organismo umano per riprodursi.

Morbillo, il virus che vola

Insomma: Sars-Cov 2 non è propriamente una minaccia aerea, come è invece il virus del morbillo, in grado di sopravvivere e rimanere sospeso nell’aria almeno mezz’ora e fino a qualche ora, in determinate condizioni ambientali di temperatura e umidità. Il virus del morbillo è in effetti l’unico virus airborne, vale a dire, che può contagiare via aerosol, tra quelli che destano preoccupazione sanitaria. Ed è anche il virus il più contagioso finora conosciuto: basti pensare che ogni caso di morbillo provoca dai 12 ai 18 nuovi casi, mentre per il nuovo coronavirus il rapporto è di uno a due o tre.

“Se il nuovo coronavirus fosse in grado di diffondersi via aerosol, vedremmo livelli di contagio molto maggiori”, ha dichiarato a StatNews Michael LeVasseur, epidemiologo dell’Università di Drexel. “Via droplets, la trasmissione dei virus avviene per contatti stretti, mentre via aerosol può avvenire anche tra persone che condividono lo stesso ascensore”, spiega l’esperto. “E’ evidente che il coronavirus si diffonde prevalentemente attraverso le goccioline e non come un aerosol“.

L’aerodinamica di Sars-Cov 2

Qualcuno potrebbe obiettare che tra goccioline e aerosol la distinzione non è sempre così netta. “Anche gli aerosol sono goccioline ma più piccole”, spiega a Wired.com Lydia Bourouiba, del Massachusetts Institute of Technology. “E in effetti, quando espiri o tossisci, rilasci goccioline di tutte le dimensioni, da quelle più grandi e più piccole”. Per questo, sebbene i dati disponibili sul nuovo coronavirus non ci diano motivo di preoccuparci di una eventuale trasmissione aerea nella popolazione generale, la comunità scientifica cerca di capire quanto questa evenienza, che al momento ci appare poco probabile, possa comunque dare un contributo, seppur minimo, alla diffusione dell’epidemia in luoghi dove è inevitabilmente maggiore la presenza del virus: gli ospedali.

Un recente studio pubblicato su Jama ha esaminato le stanze in cui sono stati tenuti in isolamento tre pazienti di Singapore affetti dalla Covid-19. I risultati non hanno rilevato la presenza del virus nell’aria, tuttavia, i sistemi di areazione e alcune superfici di una camera sono risultati positivi al coronavirus. Un altro studio, non ancora sottoposto alla revisione degli esperti, ha invece rilevato la presenza del coronavirus nell’aria in alcun alcuni ambienti ospedalieri di Wuhan, ma nella maggior parte dei casi in quantità irrilevanti.

Entrambi gli studi, tuttavia, hanno individuato solo un indizio della presenza del virus, la sua firma genetica, e non il virus “in carne e ossa”. Dunque, non sappiamo se nel sistema di ventilazione o nell’aria di quegli ospedali ci fossero effettivamente dei virus ancora infettivi. Per la maggior parte dei virologi la presenza dell’RNA virale non significa in alcun modo che le persone possano essere contagiate.

Più inquietanti invece i risultati di uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine che ha dimostrato che, in condizioni di laboratorio, il coronavirus può persistere nell’aria fino a tre ore. E in questo arco temporale, avrebbe conservato capacità di infettare una campione di cellule animali, ma con una sostanziale riduzione dei livelli del virus presenti nell’aria di ora in ora. Risultati preliminari che però, secondo Maria Van Kerkhove, responsabile dell’unità malattie emergenti e zoonosi dell’Oms, giustificano un invito alla maggiore cautela da parte degli operatori sanitari, in particolare, in quelle operazioni, come l’intubamento, che possono comportare la produzione di spruzzi e aereosol.

Coronavirus, difendersi con buon senso

La ricerca continua a indagare i dettagli del comportamento del coronavirus, ma le evidenze scientifiche ad oggi ci dicono che la trasmissione via aerosol non svolge un ruolo importante nella diffusione dell’epidemia nella vita di tutti i giorni. La raccomandazione, quindi, rimane sempre quella di adottare le misure consigliate dalle istituzioni e di esercitare il buon senso, rimanere a una distanza di sicurezza di almeno un metro gli uni dagli altri, non toccarsi la faccia, lavarsi spesso le mani e disinfettare regolarmente oggetti e superfici.

Coronavirus, le buone pratiche

Riferimenti: Wired.com; Jama; bioRxiv; medRxiv; New England Journal of Medicine

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