Diario di una ricercatrice globetrotter

Ilaria Capua
I virus non aspettano. Avventure, disavventure e riflessioni di una ricercatrice globetrotter
Marsilio Editore 2012, pp. 180, euro 13,60

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“Uscire dal recinto del proprio laboratorio, lasciarsi contaminare, dialogare, osare qualche piccola incursione nelle altre discipline”, è questo il mantra che recita Ilaria Capua nelle pagine del suo libro. L’autrice è un medico veterinario, ed è stata il primo ricercatore che ha infranto le regole dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: nel 2006 ha depositato le sequenze genetiche di ceppi patogeni dell’influenza aviaria H5N1 in un database “open access”, aperto a tutta la comunità scientifica, scatenando un dibattito internazionale sulla ricerca condivisa e sulla trasparenza dei dati. “La scienza è prima di tutto condivisione: d’informazioni, di valori, di metodi, di risultati”, sostiene lei.

Nota anche per avere realizzato il “DIVA”, il primo sistema di controllo in alternativa all’abbattimento di animali in caso di epidemie, consigliato oggi dalle principali organizzazioni internazionali, come FAO e OMS, Capua dirige oggi a Padova un laboratorio di 75 persone, un centro di eccellenza in cui vengono studiati i virus emergenti, ovvero quelli che saltano dall’animale all’essere umano con conseguenze a volte catastrofiche (si pensi alla SARS, verosimilmente originata da un pipistrello o all’HIV, trasmesso all’umano dalle scimmie, o al morbo della mucca pazza).

Nelle pagine del libro sono descritte le avventure di una ricercatrice globetrotter. Il lettore accompagna la strong lady della ricerca scientifica in giro per il mondo: a imparare nuove metodiche, a studiare, ricevere premi ma, soprattutto, a consolidare il riconoscimento internazionale nei confronti del suo laboratorio per accrescerne visibilità e credibilità.

Si va dal Sudafrica, dove la Capua viene chiamata in seguito al diffondersi di una febbre emorragica trasmessa dalle zecche, a Bruxelles, sede dell’Unione Europea dove “si genera il futuro”, al Cile al Giappone, al Brasile, fino agli Stati Uniti, il paese dove “l’unica caratteristica che conta per farsi strada è il talento. E’ come se tutti maschi, femmine, gay, bianchi e neri e gialli fossero coperti da un burqa o avvolti da un mantello dell’invisibilità e al centro della discussione rimanessero solo le idee e i risultati”.

Capua ha solo una regola, da rispettare da quando è diventata madre, “mai più di tre notti fuori casa”, la stessa regola che, a causa dei voli aerei, la porterà a un curioso record: essere stata in Brasile senza dormirci una sola notte.

Dalle pagine del libro emerge chiaramente che sono proprio le esperienze all’estero che fanno maturare nella Capua la convinzione della necessità di condividere i dati: mettere al servizio di tutta la comunità scientifica certi risultati accelera il processo di risoluzione, questa è l’idea di ricerca efficace. Così in un mondo, quello della ricerca di alto livello, dominato dagli uomini, soprattutto anglosassoni e nordeuropei, Ilaria Capua, donna e italiana, riesce a emergere e a eccellere.

Leggendo il libro si respira scienza. Si respirano orgoglio nazionale, caparbietà e rigore. Ma anche un po’ di disappunto verso chi, neolaureato, anziché optare per un lavoro con prospettive stimolanti ma lontano da casa, sceglie quello meno impegnativo anche dal punto di vista emotivo-gestionale (“così non sentirei più la mamma”).

Anche in Italia si può, basta muoversi! I virus non aspettano…

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