Quel dicembre del 1938, un mese decisivo per il mondo e per la fisica

C’è un mese decisivo nella storia della fisica nucleare e nella storia di molti fisici nucleari: il mese di dicembre del 1938. E’ il mese in cui il tedesco Werner Heisenberg, il fondatore della meccanica dei quanti, sembra aprire definitivamente gli occhi sulla realtà del nazismo. “A volte dispero completamente che qui, in Germania, possano avere la meglio le persone per bene”, scrive al suo maestro Arnold Sommerfeld. La gente si appresta a preparare il Natale. L’Austria è tornata nel Reich. I Sudeti sono stati “liberati”. Gli Stukas con la croce uncinata stanno fiaccando la resistenza repubblicana in Spagna. E’ nato l’Asse Roma-Berlino. E da qualche giorno si è consumata la “notte di cristallo” del Reich: dalla discriminazione si è passati al pogrom degli ebrei.

Heisenberg e il nazismo

Nel dicembre del 1938, mentre le sinagoghe sono date alle fiamme, Heisenberg è al centro di violente contestazioni studentesche all’Università di Lipsia. Johannes Stark, il premio Nobel mentore della “fisica ariana”, lo va denunciando come lo “spirito dello spirito di Einstein”. E sui giornali delle SS figura come “l’ebreo bianco” che porta in sé i germi della “distruzione della fisica tedesca”. Con siffatti dichiarati nemici la carriera e la vita stessa di Heisenberg in Germania sono in pericolo. E lui, finalmente, se ne rende conto. Ma ecco che a segnare il destino di Heisenberg giunge, inatteso, l’aiuto di Heinrich Himmler, il potente capo della Gestapo. Heisenberg, sentenzia, è una persona perbene “che non possiamo permetterci di perdere o di mettere definitivamente a tacere; è ancora giovane e può preparare una nuova generazione di scienziati”.

L’intervento risolutore di Himmler fa ricredere Heisenberg. Così l’”ebreo bianco” resta in Germania. E diventerà il leader del progetto nucleare tedesco. Sarà considerato il massimo pericolo da parte di tutti quei fisici che sono stati costretti a lasciare il vecchio continente a causa di quel movimento nazista che Albert Einstein, con lucida preveggenza, considera da anni una minaccia non solo alla democrazia, ma alla stessa civiltà europea.

Fermi, la fuga negli Usa via Stoccolma

Intanto a Roma il 5 di quel decisivo mese di dicembre del 1938, Enrico Fermi e Laura Capon celebrano, testimoni Edoardo e Ginestra Amaldi, un frettoloso matrimonio religioso. La sera dopo, i coniugi Fermi salgono sul treno per Stoccolma. Hanno un biglietto di sola andata. Enrico deve ritirare il premio Nobel nella capitale svedese. E ne approfitta per lasciare l’Italia e raggiungere gli Stati Uniti. A Roma ormai la situazione, più che insostenibile, è poco dignitosa.

Orso Mario Corbino è morto. I ragazzi di Via Panisperna, con l’eccezione di Amaldi, sono dispersi per il mondo. Alla guida dell’Istituto di Fisica c’è quell’Antonino Lo Surdo che Fermi mal sopporta e da cui è mal sopportato. E poi c’è quel “manifesto della razza” vergato da Mussolini e pubblicato il 14 luglio, che apre, anche in Italia, la questione ebraica. A ottobre il Gran Consiglio ha introdotto le prime discriminazioni contro gli ebrei. E il Consiglio dei ministri si appresta ad approvare, il 10 dicembre, le leggi razziali. Laura è ebrea. Forse nessuno oserà molestare il giovane e notissimo Accademico d’Italia. Ma la situazione, appunto, più che pericolosa, è indecorosa. No, meglio raggiungere gli Stati Uniti e iniziare una nuova vita. Enrico Fermi non può immaginare che la decisione presa in quel mese di dicembre del 1938 lo porterà in breve ad assumere un ruolo decisivo per il successo il progetto nucleare americano.

Quella strana reazione che aprì la strada alla bomba atomica

Dicembre del 1938: Natale è ormai vicino. A Berlino Dahlem, presso l’Istituto di chimica, tutto è pronto per l’esperimento. Otto Hahn si accinge a bombardare con neutroni una polvere giallognola: ossido di uranio. L’analisi chimica lascia adito a ben pochi dubbi: c’è del bario nei prodotti di quella strana reazione. Com’è possibile? Lise Meitner, fisica ed ebrea, ha fatto appena in tempo a lasciare la Germania per la Svezia, che si ritrova per le mani la lettera di Hahn e la sua domanda: “Forse tu sarai in grado di avanzare una qualche spiegazione fantastica. […] Noi, per parte nostra, comprendiamo che (l’uranio) non può esplodere trasformandosi in bario”. In pochi giorni Lise Meitner spiega che, invece, è proprio ciò che è accaduto. I neutroni hanno provocato la scissione dell’atomo di uranio.

Poche settimane dopo, la piccola comunità di fisici nucleari in tutto il mondo saprà che la scissione, anzi la fissione, dell’uranio produce altri neutroni. E’ dunque possibile una reazione nucleare a catena capace di liberare in un istante una quantità enorme di energia. E’ dunque possibile costruire una nuova arma con un cuore di uranio e una potenza inaudita. Il 2 agosto 1939 Albert Einstein scrive a Roosvelt e gli annuncia la grande novità.

Tre anni dopo, nel 1942, Werner Heisenberg convince i tedeschi che non è possibile costruire la “bomba” in tempo utile per la guerra. Mentre Enrico Fermi, con una strana pila messa su nei sotterranei dello stadio di Chicago, convince gli americani che invece la cosa è possibile. Quella tragica possibilità maturata nel dicembre 1938, si materializza alle ore 8,14 del 6 agosto del 1945, nel limpido cielo di Hiroshima.

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