Storia della bomba atomica, quando la fisica andò alla guerra

bomba atomica trinity test

La scoperta della fissione del nucleo di uranio da parte dei chimici tedeschi Otto Hahn e Fritz Strassmann e la spiegazione teorica del fenomeno da parte di Lise Meitner e Otto Frisch furono pubblicate all’inizio del 1939, lo stesso anno in cui iniziò la Seconda Guerra Mondiale. E’ una delle coincidenze più fatidiche nella storia: la scoperta della fissione, che in un primo momento sembrò allo stesso Hahn soltanto un incredibile mistero, e la susseguente ipotesi della “reazione a catena” avanzata da Enrico Fermi aprirono la strada alla realizzazione della prima pila atomica e, anche, alla costruzione di ordigni nucleari. Inizia così la storia dell’energia nucleare e della prima bomba atomica. Infatti, come il fisico italiano intuì subito, se il nucleo di uranio viene spezzato, i suoi frammenti contengono troppi neutroni rispetto ai protoni per essere stabili e possono emettere neutroni liberi, secondari, a loro volta in grado di provocare altre fissioni, e così via, in un processo a cascata che innesca la reazione a catena e la liberazione dell’energia nucleare. A parità di peso di materiale fissile o di esplosivo convenzionale, l’energia che può essere emessa in una reazione nucleare a catena è milioni di volte superiore a quella che viene liberata in un’esplosione convenzionale (di tritolo, per esempio).

Le due scoperte sancivano, in un certo senso, la maturità della fisica nucleare, una scienza nata poco più di quarant’anni prima e che negli anni Trenta aveva compiuto passi da gigante, in un crescendo di scoperte e intuizioni quasi unico in ambito scientifico. Ma nel giro di pochi anni, nella comunità scientifica all’entusiasmo per queste affascinanti scoperte, che aprivano la strada a nuove fonti di energia, si sarebbe affiancata la consapevolezza dell’enorme responsabilità che esse comportavano anche sul piano etico. Di fatti, alla fine degli anni Trenta, la crisi delle democrazie in Europa precipitò proprio mentre si sviluppavano le rivoluzionarie ricerche sulle reazioni nucleari. Le leggi razziali prima – con la conseguente fuga di intellettuali e scienziati verso l’Inghilterra e gli Stati Uniti – e la guerra poi, prepararono lo scenario che avrebbe avuto come drammatico epilogo i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. E così, se la Prima Guerra Mondiale era stata la guerra dei chimici, il radar e i fisici sarebbero stati protagonisti del secondo grande evento bellico del Novecento, la cui fine venne costellata dalle due bombe atomiche dell’agosto del 1945. In questo articolo cercheremo di ricostruire il complesso intreccio di eventi, scientifici, politici e bellici, che, dalla scoperta della fissione portarono alla costruzione della bomba atomica e a quel catastrofico epilogo.

1938-39: la scoperta della fissione e la sua spiegazione teorica

Nel corso del 1938 Hahn e Strassmann bombardavano l’uranio con neutroni ottenendo un risultato del tutto inatteso, che contraddiceva “l’intera esperienza della fisica nucleare fino a quel momento”. Analizzando le sostanze prodotte i due avevano infatti scoperto che i loro radioisotopi non erano affatto degli elementi transuranici, cioè più pesanti dell’uranio, come tutti avevano sempre creduto – Fermi compreso – e come sarebbe dovuto accadere se l’uranio avesse inghiottito i neutroni. Si trattava invece di bario, cioè un elemento intermedio, molto più leggero.

Nuclear Fission Experimental Apparatus 1938 - Deutsches Museum - Munich.jpg
L’apparato utilizzato da Hahn e Strassman nel 1938 (foto di J Brew via Wikipedia.

Nel frattempo, dopo l’Anschluss, la situazione di molti scienziati di origini ebraiche era precipitata anche in Austria. Lise Meitner, una fisica austriaca che collaborava alle ricerche di Hahn e Strassman, nonostante fosse considerata una scienziata di grande valore, nel giro di poche ore fu costretta alla partenza. Nel luglio del 1938,  con l’aiuto di colleghi olandesi, Meitner era scappata in Olanda, sfuggendo ai controlli che le SS facevano su tutti i treni alle frontiere, e poi in Svezia, a Stoccolma, aiutata dal grande fisico danese Niels Bohr, il quale da tempo si andava adoperando in ogni modo per trovare una collocazione per gli scienziati in fuga dal nazismo.

Di fronte al mistero dell’uranio bombardato con neutroni, Hahn è perplesso e scrive subito a Lise Meitner, che è in vacanza con il nipote Otto Frisch, giovane collaboratore di Niels Bohr, che la mattina, a colazione, la trova pensierosa di fronte alla lettera che ha appena ricevuto: “C’è qualcosa di così strano sui radioisotopi che abbiamo trovato che per il momento non vogliamo parlarne con nessuno, se non con te[…]. I nostri radioisotopi si comportano come bario […]. Come sarebbe meraviglioso ed emozionante se avessimo potuto lavorare insieme a tutto ciò come abbiamo sempre fatto”.

Hahn e Strassmann avevano sottoposto i loro prodotti a un’analisi particolarmente rigorosa e il 22 dicembre inviarono i risultati alla rivista Naturwissenschaften, mentre una copia veniva spedita in Svezia. E’ il Natale del 1938.

Risultati incredibili: l’uranio, che ha numero atomico 92, si è trasmutato in bario, che ha numero atomico 56! Nessuno fino ad allora aveva mai visto reazioni nucleari con una variazione di numero atomico superiore a due, che avvengono con emissione o assorbimento di particelle alfa, cioè protoni. Frisch è scettico, ma la Meitner ha una fiducia assoluta nei risultati di Hahn, un valente radiochimico, che nel passato ha risolto i problemi più complicati. Camminando nella neve, zia e nipote discutono il fenomeno ed elaborano insieme l’incredibile spiegazione del processo. “Ci sedemmo su un tronco di albero e cominciammo a fare calcoli su un piccolo foglio di carta”, ricorda Frisch. Il nucleo di uranio si comporta come una goccia di liquido: nel ricevere un supplemento di energia dal neutrone la goccia si deforma, la repulsione coulombiana tra protoni della stessa carica prevale sulle forze nucleari attrattive. Il nucleo si divide in due frammenti che schizzano via liberando un’energia considerevole, circa 200 milioni di elettronvolt, la differenza tra l’energia di legame totale dei componenti del nucleo di uranio di partenza e quella dei due nuclei più leggeri. Tutto è in accordo con la relazione di Einstein E = mc2. Questo processo verrà denominato “fissione”, un termine suggerito dalla biologia.

Il 29 dicembre Meitner risponde a Hahn : “I risultati Ra-Ba sono molto eccitanti […]. Otto e io ci siamo spaccati la testa” e il 1° gennaio del 1939 Meitner dice esplicitamente a Hahn: “Forse è effettivamente energeticamente possibile che un nucleo così pesante possa andare in pezzi”. Meitner e Frisch inviano un articolo alla rivista Nature con la spiegazione teorica del processo di fissione e le sue implicazioni energetiche.

Da questo momento gli eventi si succedono a ritmo serrato. Frisch ritorna a Copenhagen e sottopone a Bohr i risultati di Hahn e Strassman e la loro interpretazione. Bohr si batte la fronte alle prime frasi di Frisch: “Che imbecilli siamo stati! Avremmo dovuto capirlo prima!”. Ed è talmente preso dal nuovo, straordinario fenomeno che rischia di perdere la nave per gli Stati Uniti dove sbarcherà il 16 gennaio del 1939, portando con sé la notizia della fissione del nucleo atomico prima ancora che appaia sulle pagine della rivista Nature.

1939: dall’entusiasmo per la scoperta alla paura della bomba atomica

Ad accogliere Bohr sul molo a New York c’è Enrico Fermi, fuggito oltreoceano dopo il ritiro del Nobel nel dicembre del 1938. Il 6 gennaio era comparso su Naturwissenschaften il lavoro di Hahn e Strassmann sulla fissione dell’uranio, il 13 gennaio Frisch aveva osservato a Copenhagen la forte ionizzazione prodotta dai frammenti della fissione. Negli Stati Uniti Fermi commentava con sua moglie Laura: “Non avevamo abbastanza immaginazione e non ci venne in mente che il processo di disintegrazione dell’uranio potesse essere diverso da quello di tutti gli altri elementi”. Il 26-28 gennaio, nel corso del V Convegno di fisica teorica a Washington, dedicato alla fisica delle basse temperature, la notizia si diffonde istantaneamente. La sera di sabato 28 una dimostrazione della fissione viene allestita al Department of Terrestrial Magnetism della Carnegie Institution. Il 29 gennaio la notizia compare sul New York Times, anche se al momento vascelli a motore atomico, fonti energetiche nucleari e la realizzazione di una bomba atomica sono considerate prospettive quasi fantascientifiche.

Al suo ritorno alla Columbia University il giorno dopo Fermi si era già posto le domande a cui avrebbe poi dato una risposta: venivano emessi neutroni nel corso del processo di fissione dell’uranio? In caso affermativo in quale quantità? Come si poteva far sì che questi neutroni potessero essere indotti a produrre nuove fissioni? Quali processi erano in competizione con questo? E soprattutto: era possibile sviluppare una reazione a catena? Fermi, considerato il maggior esperto mondiale di neutroni, avanza subito un’ipotesi straordinaria: nel nucleo di uranio il rapporto tra neutroni e protoni è maggiore che nei nuclei leggeri. Nel corso della fissione, i frammenti certamente devono essere portati a liberarsi dei neutroni in eccesso, o emettendoli o trasformandoli in protoni per decadimento beta. E’d è esattamente ciò che accade.

La possibile produzione di neutroni secondari nei processi di fissione dell’uranio apre le porte alla reazione nucleare a catena con una liberazione enorme di energia e di materiali radioattivi. In questo modo, fra i fisici nucleari si fa strada rapidamente la consapevolezza che realizzando una reazione a catena di fissione dell’uranio si possa costruire una super-bomba nucleare di inaudita potenza distruttiva. Il 16 febbraio Fermi firma il suo primo articolo americano, “The fission of uranium”, che contiene due idee guida: la possibilità che sia l’U-235 responsabile della fissione e la legge secondo cui l’efficienza dei neutroni nei confronti della fissione è inversamente proporzionale alla loro velocità. Bohr, che aveva sviluppato una teoria generale della fissione insieme a John Wheeler, era infatti arrivato alla conclusione che non fosse l’U-238 il principale responsabile della fissione, bensì il più raro U-235 (0,7% nell’uranio naturale) che ha un numero dispari di neutroni ed è facilmente fissionabile da neutroni lenti.

A metà marzo fu chiaro a Fermi, Leo Szilard e Herbert Anderson che venivano effettivamente liberati neutroni nel corso del processo di fissione, anche se ciò non significava che una reazione a catena fosse possibile. Il passo successivo dipende infatti dal numero preciso di neutroni emessi nel singolo processo, qualcosa di più difficile da misurare. Da questo momento Fermi comincia a lavorare con una determinazione straordinaria, quasi a voler riguadagnare terreno dopo lo smacco subito per non aver scoperto il fenomeno della fissione dell’uranio.

Nel 1939 vennero pubblicati più di cento articoli sulla fissione, ma verso la fine dell’anno una cortina di segretezza cominciò a calare su queste ricerche. E Bohr, ancora negli Stati Uniti, si dichiarò assai dubbioso riguardo l’effettiva utilizzazione del processo di fissione per generare un’esplosione devastante, una bomba atomica da usare in guerra. 

La lettera di Einstein a Roosevelt sul pericolo della bomba nucleare

Nel frattempo, dopo aver annesso l’Austria e dei Sudeti, il 15 marzo del 1939 i nazisti avevano invaso la Cecoslovacchia. E all’inizio dell’estate del 1939  Szilard, Edward Teller e Eugene Wigner, fisici ungheresi fuggiti negli Stati Uniti, avevano appreso che la Germania nazista aveva posto l’embargo sull’uranio cecoslovacco. Molto allarmati dalla possibilità che i tedeschi potessero prepararsi a utilizzare la fissione dell’uranio per sviluppare una bomba atomica, avevano convinto Albert Einstein a firmare una lettera al presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt per avvertirlo del pericolo: “Signor Presidente, alcune ricerche svolte recentemente da Enrico Fermi e Leo Szilard che mi sono state comunicate sotto forma di manoscritto, mi inducono a ritenere che l’elemento uranio possa diventare in un vicino futuro una nuova e importante fonte di energia. Mi sembra che alcuni aspetti della situazione richiedano vigilanza e, se necessario, un rapido intervento da parte del governo […]. Nel corso degli ultimi quattro mesi è diventata probabile, in seguito ai lavori di Joliot in Francia e di Fermi e Szilard in America, la possibilità di realizzare una reazione a catena in una gran massa di uranio, mediante la quale si genererebbe una grandissima quantità di energia e di elementi radioattivi. Ormai è quasi certo che ciò potrà essere realizzato in un immediato futuro. Questo fenomeno potrebbe condurre alla costruzione di una bomba di nuovo tipo, estremamente potente”. Einstein concludeva suggerendo a Roosevelt l’opportunità che si stabilisse “un contatto continuo fra il governo americano e il gruppo di fisici che lavorano in America sulla reazione a catena”.

La lettera fu presentata al presidente l’11 ottobre del 1939, quando la guerra in Europa era già scoppiata. In un crescendo inarrestabile, Hitler aveva ordinato l’invasione della Polonia, che fu occupata in 6 giorni con una “guerra lampo”. Poi, nella primavera del 1940, l’escalation nazista: il 9 aprile Hitler attaccò Danimarca e Norvegia, il 10 maggio invase il Belgio e la Francia: il 14 giugno le sue truppe erano già a Parigi. Pochi giorni prima, Mussolini aveva annunciato l’“ora delle decisioni irrevocabili” e l’entrata in guerra dell’Italia contro “le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente”. Il 24 giugno la Francia, sconfitta, chiese l’armistizio ai tedeschi. In meno di otto mesi l’Europa era completamente in mano ai nazifascisti. Restava, ultimo baluardo di democrazia, l’Inghilterra di Wiston Churchill.

Il testo della lettera testimonia la drammatica consapevolezza con cui i fisici nucleari percepivano già a metà del ‘39 i rischi bellici della fissione nucleare, lo spettro della costruzione di una bomba atomica. Nell’autunno del ’39 Roosvelt decise però di dare subito vita a un Uranium Committee, con lo scopo di studiare le possibili applicazioni militari del processo di fissione dell’uranio.

Il 25 settembre del 1940 Fermi e Anderson erano concentrati sulla realizzazione di una pila nucleare, per avviare la prima reazione a catena.   Misurarono la sezione d’urto di assorbimento del carbonio (“Production and Absorption of Slow Neutrons by Carbon”), una quantità, assai difficile da determinare, centrale per capire se un reattore nucleare potesse essere costruito o meno, visto che il carbonio sotto forma di grafite sembrava l’unico moderatore possibile, e poteva essere utilizzato soltanto se non assorbiva neutroni. Effettivamente, la sezione d’urto risultò piccolissima. A questo proposito invece i tedeschi avevano concluso erroneamente che il valore era molto più alto e abbandonarono il carbonio come moderatore tentando di usare il deuterio, di cui non ebbero mai una quantità sufficiente.

All’epoca, tuttavia, come Bohr e Fermi, anche i fisici francesi pensavano che fosse molto improbabile che una bomba atomica potesse essere costruita in tempi brevi, forse mai. Lo scetticismo però nasceva dal fatto che si riteneva fossero necessarie tonnellate di uranio. Nessuno pensava che fosse possibile isolare una quantità rilevante del raro isotopo fissionabile U-235, né tanto meno si pensava al plutonio (peso atomico 94), che ancora non era stato scoperto. Queste sono infatti le due sole sostanze fissionabili. 

1941: Pearl Harbor e la fattibilità della bomba atomica

Fino alla primavera del 1941, in effetti, l’attenzione degli scienziati era rivolta soprattutto alla reazione a catena controllata e si dubitava che l’energia atomica potesse essere utilizzata per una bomba che fosse già disponibile la guerra in corso. Tuttavia, queste opinioni ebbero una rapida evoluzione in concomitanza con la scoperta del plutonio e con la dimostrazione delle sue caratteristiche di elemento fissile.

Nel frattempo, un rapporto della commissione britannica MAUD, incaricata di seguire il lavoro sull’uranio, aveva concluso che una bomba a uranio 235 era perfettamente possibile e nel novembre del 1941 un comitato speciale della National Academy of Sciences discusse esplicitamente la fattibilità di un ordigno a base di uranio 235. La strada verso la realizzazione della bomba atomica era aperta, e sin dall’inizio Roosevelt mise in chiaro che l’uso politico e militare delle armi che ci si proponeva di costruire dovesse essere appannaggio di un piccolo gruppo, che egli stesso avrebbe presieduto. A ogni scienziato restava la decisione personale se aderire o meno ai progetti militari.

Il 6 dicembre del 1941 fu annunciato l’all-out effort verso la fabbricazione della bomba. Il giorno dopo, 350 aerei giapponesi attaccano la flotta americana a Pearl Harbor, nelle Haway. Ora anche gli Stati Uniti erano in guerra. Roosevelt annunciò al popolo americano: “Ci siamo dentro tutti”. 

Al momento, nessuna reazione a catena era ancora stata ottenuta, nessuna quantità apprezzabile di uranio 235 era stata separata dall’uranio 238, e solo piccole quantità di plutonio 239 erano state prodotte. Ma gli sforzi per costruire una bomba atomica furono accelerati al massimo in termini finanziari, scientifici e tecnici. Se le armi atomiche erano fattibili, gli Stati Uniti dovevano averle prima dei nazisti.

 

E’ in queste circostanze che venne messo in piedi il Metallurgical Laboratory, con lo scopo in primo luogo quello di sviluppare la reazione a catena con uranio naturale, e di utilizzarla per produrre plutonio. Come direttore fu scelto Arthur H. Compton dell’Università di Chicago. Il 24 gennaio del 1942 Compton scommette con Ernest O. Lawrence, direttore del Radiation Lab nell’Università di California che collabora alle ricerche, che la reazione a catena sarebbe stata realizzata a Chicago entro l’anno.

1942: La pila di Fermi, inizia l’era atomica

Nella primavera del 1942 Fermi si trasferì a Chicago, insieme a Szilard e agli altri fisici della Columbia University, presso il Metallurgical Laboratory, dove iniziò la costruzione di un reattore nucleare a uranio naturale e grafite di cui assume la direzione scientifica.

Nel mese di giugno il presidente Roosevelt approvò un programma su vasta scala finalizzato alla costruzione della bomba a fissione e affidò all’esercito la guida di quello che verrà chiamato il Progetto Manhattan. In ottobre le quantità di grafite e di ossido di uranio cominciano ad avvicinarsi molto a quella necessaria per la costruzione di una pila destinata a raggiungere lo stato critico. Il progetto iniziale prevedeva di montare la pila nella foresta delle Argonne, ma uno sciopero ne ritardò a tal punto la costruzione che Fermi propose di utilizzare lo spazio sottostante le gradinate dello stadio dell’Università di Chicago, al centro di una zona densamente abitata. Fermi era talmente sicuro di sé da riuscire a convincere Arthur Compton, responsabile per le ricerche sulla reazione a catena, e il generale Leslie Richard Groves, nominato direttore amministrativo del Progetto Manhattan nel settembre del 1942 (2).

Stagg Field reactor.jpg
Un disegno della pila di Fermi realizzata a Chicago nel 1942, unica testimonianza iconografica del primo reattore nucleare (Melvin A. Miller, Argonne National Laboratory/via Wikipedia).

 

”Jim, ti interesserà sapere che il navigatore italiano è appena sbarcato nel nuovo mondo”, avrebbe scritto in codice pochi mesi dopo, il 2 dicembre del 1942, per informare il presidente Roosevelt della riuscita dell’esperimento che viene considerato l’inizio dell’era atomica.

Le prove erano cominciate la mattina e Fermi, munito di regolo calcolatore e di grafici aveva fatto estrarre una a una le barre di controllo. I neutroni andavano aumentando, segnalati dal ticchettio del contatore, ma a mezzogiorno non si era ancora raggiunto lo stato critico. “Ho fame, andiamo a mangiare”, disse Fermi con la sua calma imperturbabile. Alle 2 e 20, esattamente come previsto, appena estratta completamente l’ultima barra di cadmio la pila divenne critica e dando origine alla prima reazione a catena autosostenuta nella storia dell’umanità.

Dopo l’arresto della reazione, il fisico ungherese Eugene Wigner tirò fuori un fiasco di Chianti che teneva in serbo da alcuni mesi in previsione dell’evento. Leo Szilard, che tanto aveva fatto per spingere verso l’utilizzazione dell’energia nucleare, stringendo la mano a Fermi sussurrò: “Questo è un giorno infausto nella storia”.

Nel suo rendiconto mensile di dicembre, (“Experimental Production of a divergent Chain Reaction”) che verrà declassificato soltanto dieci anni dopo, Fermi scrisse semplicemente: “La costruzione del sistema che utilizza la reazione a catena è stata portata a termine il 2 dicembre e da quel momento funziona in maniera soddisfacente”. Nel mese di novembre il generale Groves aveva informato Urey, Compton e Lawrence della sua intenzione di creare una struttura speciale per lo sviluppo della bomba, il cui direttore avrebbe dovuto essere J. Robert Oppenheimer.

1942: il Progetto Manhattan e la costruzione della prima bomba atomica

L’esperimento della pila di Fermi era stato il momento culminante di anni di ricerche sulle proprietà dell’uranio. Il mondo era in guerra e fin dall’inizio queste ricerche venivano portate avanti con in mente la possibilità di costruire una bomba nucleare. Inizialmente, i fisici non erano riusciti ad attirare realmente l’attenzione dei militari su questa eventualità. Soltanto il 6 dicembre del 1941, il giorno prima dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, fu presa la decisione definitiva di contribuire con sostegni finanziari consistenti al progetto di costruzione di una bomba. Dopo il 13 agosto del 1942 il progetto prese il nome di Progetto Manhattan (3).

Robert Oppenheimer venne nominato direttore scientifico dell’impresa. Fu lui stesso a suggerire Los Alamos, nel Nuovo Messico, come luogo dove collocare il laboratorio che lì si stabilì nel marzo del 1943. A Oak Ridge veniva prodotto l’U-235 per diffusione gassosa (il metodo si basa sul fatto che il 235 è più leggero) e per separazione elettromagnetica (metodo che risultò fallimentare). L’impianto nucleare di Hanford, che andò in funzione nel settembre del 1944, aveva invece lo scopo di produrre plutonio, e cominciò a farlo il 17 dicembre 1944 (4).

L’impianto per l’arricchimento dell’uranio di Oak Ridge, 1944-45.L’impianto per l’arricchimento dell’uranio di Oak Ridge, 1944-45.L’impianto per l’arricchimento dell’uranio di Oak Ridge, 1944-45.A large oval-shaped structure.Il mega impianto per l’arricchimento dell’uranio a Oak Ridge, 1944-45.

Los Alamos crebbe come una piccola città, alla fine della guerra contava migliaia di abitanti, l’età media era di 32 anni, i più anziani, come Fermi e Oppenheimer ne avevano circa 40. La più imponente concentrazione di fisici nucleari del mondo vi si radunò, tra loro ben 8 futuri premi Nobel (Alvarez, Bethe, Bloch, Chamberlain, Feynman, Rabi, McMillan, Segrè).

Anche Bohr, in fuga, va a Los Alamos per costruire la bomba

Nell’autunno del 1943 a Los Alamos giunse Niels Bohr, col figlio Aage, in fuga dalla Danimarca dopo un viaggio avventuroso. “Era la prima volta”, racconta il fisico Emilio Segrè, “che avevamo informazioni dirette da un testimone oculare. L’atmosfera era tetra; i presenti […] avevano tutti parenti e amici in Europa e quindi le notizie li toccavano da vicino”. Nel maggio del 1944 giunse anche la missione britannica, capeggiata da Chadwick e composta anche da Rudolf Peierls, Otto Frisch, Philip Moon e Geoffrey I. Taylor, grande esperto di idrodinamica. Anche anche il fisico italiano Bruno Rossi (anch’esso fuggito dall’Europa) fu chiamato da Bethe a lavorare a Los Alamos: “Rifuggivo dall’idea di partecipare allo sviluppo di un ordigno così spaventoso, come sarebbe stata la bomba atomica. D’altra parte ero terribilmente preoccupato, così come molti altri, dal pericolo che in Germania, dove era stata scoperta la fissione, si fosse vicini a realizzare la bomba. Essendomi rassegnato al fatto che né accettando né rifiutando la richiesta di Los Alamos potevo sottrarmi a una pesante responsabilità, vidi che la scelta non poteva essere basata che sulla necessità di combattere l’immediato pericolo”. Come ha detto Victor Weisskopf, “molti fisici vennero tirati dentro questo lavoro, più dal fato e dal destino che dall’entusiasmo. Una minaccia pendeva su di noi, la spaventosa possibilità di trovare quest’arma nuova e incredibilmente potente nelle mani delle potenze del male, ma non c’è dubbio che fummo anche attratti dalla sfida del confronto coi fenomeni nucleari su larga scala e dalla possibilità di domare un processo che apparteneva al cosmo”.

In ogni caso, l’obiettivo principale era quello di produrre la bomba atomica e di produrla prima dei tedeschi. Nella corsa contro il tempo molti, come per esempio Richard Feynman, “dimenticarono” di pensare al perché si erano trovati a partecipare a quell’impresa (5). A quell’epoca ben pochi si domandavano se avrebbero dovuto continuare a lavorare alla costruzione di bombe. Una notevole eccezione fu Josef Rotblat, futuro presidente del Pugwash, che otterrà nel 1995 il premio Nobel per la pace (6).

1945. Con la resa della Germania, i dubbi: si deve usare la bomba?

Nella primavera del 1945 le sorti della guerra in Europa appaiono già segnate e Szilard comincia a nutrire forti timori sull’opportunità di utilizzare la bomba atomica, soprattutto in concomitanza con la notizia sconcertante che bombe incendiarie venivano lanciate su larga scala contro le città giapponesi.  “Di questo, naturalmente, non eravamo responsabili […] ma ricordo bene che i miei colleghi del progetto ne erano infastiditi”, ricorderà poi in una lunga intervista. Szilard ricordò anche che molti altri scienziati la pensavano nello stesso modo, almeno a Oak Ridge e Chicago: “Quasi senza eccezione, tutti i fisici creativi avevano dubbi circa l’uso della bomba. Non direi lo stesso dei chimici. I biologi la pensavano più o meno come i fisici” (7).

Nel marzo del 1945 Szilard, insieme ad altri, scrive un memorandum in cui afferma con chiarezza che l’uso della bomba sarebbe stato “un grave errore”. Il documento di Szilard non viene fatto circolare a Los Alamos.  Poi il 12 aprile muore Roosevelt e Szilard non riesce a farsi ricevere dal nuovo presidente Harry Truman, che il 25 aprile nomina il cosiddetto “Interim Committee” con il compito di studiare il problema del controllo dell’energia nucleare in tempo di guerra e di pace, il problema del riassetto della ricerca nel dopoguerra e le leggi da promulgare una volta che il segreto fosse stato abolito. Come consulenti scientifici ne fanno parte Compton, Fermi, Lawrence e Oppenheimer.

Il 1° maggio viene preparato un memorandum per Stimson, il ministro della guerra, per spingerlo a formare un piccolo comitato incaricato “di preparare appropriati annunci da parte (a) del Presidente e (b) del Dipartimento della guerra al momento dell’uso della prima bomba” allo scopo di “evitare il rischio di gravi ripercussione sul pubblico in generale e sul Congresso in particolare” (8). L’8 maggio arriva la resa della Germania e la notizia del suicidio di Hitler. La guerra in Europa è finita. Per molti, ricorda Segrè, “Hitler era la personificazione del male e la giustificazione primaria della costruzione della bomba atomica. Ora che non poteva più essere usata contro di lui, nascevano dubbi”.

Il 10-11 maggio si svolse un secondo incontro del Target Committee a Los Alamos, nell’ufficio di Oppenheimer (9). Gli obiettivi della bomba erano stati selezionati in base alle seguenti caratteristiche: “1) deve trattarsi di obiettivi importanti in una estesa area urbana di più di tre miglia di diametro, 2) devono essere suscettibili di essere effettivamente danneggiati da una esplosione, 3) non costituiscono obiettivi probabili entro il prossimo mese di agosto”. Il successivo incontro della commissione viene fissato per il 28 maggio, al Pentagono (10).

Il 1° giugno l’Interim Committee approvò le seguenti conclusioni: la bomba deve essere usata il più presto possibile, su un’installazione militare circondata da palazzi o case suscettibili di essere danneggiate e senza alcun avvertimento esplicito sulla sua natura.

L’11 giugno fu presentata la prima versione del cosiddetto “Rapporto Franck”, da inoltrare a Truman, che cominciò a orientarsi verso la decisione finale. Stilato da un gruppo di sette persone (J. Franck, D.J. Hughes, J. J. Nickson, E. Rabinowitch, G. T. Seaborg, J. C. Stearns e L. Szilard) il rapporto sconsigliava l’uso della bomba contro il Giappone e suggeriva una dimostrazione incruenta della nuova arma “in presenza di rappresentanti di tutte le Nazioni Unite, nel deserto o in un’isola sterile”. Oltre a concludere che la “decisione fatale” di utilizzare la bomba atomica contro il Giappone dovesse essere presa in accordo con le altre nazioni, il rapporto terminava sottolineando che “l’uso delle bombe nucleari in questa guerra deve essere considerato un problema di politica nazionale a lungo raggio, piuttosto che un espediente militare, e questa politica deve essere diretta in primo luogo al raggiungimento di un accordo che permetta un reale controllo internazionale dei mezzi per la guerra nucleare” (11).

Il 15-16 giugno il Rapporto Franck fu discusso dallo Scientific Panel, formato dai consulenti scientifici dell’Interim Committee, a cui fu chiesto esplicitamente di tornare a considerare la questione dell’impiego dimostrativo anziché diretto, della bomba, come ormai chiedeva a gran voce la maggioranza degli scienziati. A questo proposito vennero discusse varie idee, come quella di far esplodere la bomba nella baia di Tokyo, un’esplosione dimostrativa davanti a osservatori internazionali. Tuttavia, il timore del fallimento era tale che alla fine i quattro dovettero arrendersi. Le difficoltà di dar luogo a una dimostrazione puramente tecnica della bomba atomica che influenzasse efficacemente i giapponesi erano notevoli. Si riteneva che questi ultimi avrebbero continuato a combattere con la ben nota determinazione in assenza di una prova efficace.

Il Comunicato consegnato all’Interim Committee dallo Scientific Panel, firmato da Compton, Lawrence, Oppenheimer e Fermi, concludeva (12): “Riteniamo che questo uso dovrebbe essere tale da promuovere una soddisfacente sistemazione delle nostre relazioni internazionali”. Nello stesso tempo riconosciamo l’obbligo del nostro Paese di usare l’arma per salvare vite americane nella guerra contro il Giappone. 1) Per raggiungere questi obiettivi raccomandiamo che prima che l’arma venga usata, non solo la Gran Bretagna, ma anche la Russia, la Francia e la Cina siano avvertite dei nostri notevoli progressi nel campo delle armi atomiche, che queste armi possono essere usate nella guerra in corso, e che accoglieremo con favore suggerimenti su come cooperare per fare sì che questo sviluppo contribuisca a migliorare le relazioni internazionali. 2) L’opinione dei nostri colleghi scienziati sull’uso iniziale di queste nuove armi non è unanime: si va dalla proposta di una mera dimostrazione tecnica all’uso militare più appropriato per indurre alla resa. Coloro i quali sono a favore di una dimostrazione vorrebbero mettere fuori legge l’uso delle armi atomiche e temono che se le usassimo ora, la nostra posizione nei negoziati futuri sarebbe pregiudicata. Altri sottolineano l’opportunità di salvare vite americane tramite un uso immediato, e ritengono che ciò migliorerà le prospettive internazionali: la loro preoccupazione principale è la prevenzione della guerra piuttosto che l’eliminazione di quest’arma specifica. Ci troviamo più vicini a quest’ultimo parere; non siamo in grado di proporre una dimostrazione tecnica che abbia probabilità di mettere fine alla guerra e non vediamo un’alternativa accettabile a un uso militare diretto. 3)Relativamente all’uso dell’energia atomica è chiaro che, come scienziati, non abbiamo alcun diritto di proprietà. E’ vero che, come scienziati, abbiamo avuto l’occasione di lavorare su questi problemi negli anni passati. Tuttavia, non abbiamo la pretesa di avere competenza speciale nella risoluzione dei problemi politici, sociali e militari che l’avvento dell’energia atomica porta con sé” (13).

Negli stessi giorni, il 13 giugno, Glenn Seaborg scriveva una lunga lettera a Ernest Lawrence, capo del Radiation Lab, in cui esponeva le sue “opinioni e suggerimenti sulla questione di quale dovesse essere la linea da seguire per le armi nucleari nell’immediato futuro […] basate sull’assunzione che lo sviluppo di un’arma nucleare di grandi capacità distruttive è ormai essenzialmente un fatto compiuto”. “Il nostro paese – continuava Seaborg – perderebbe probabilmente una parte di fiducia dei nostri alleati e deteriorerebbe la nostra posizione morale rispetto alla legislazione dell’uso futuro dell’arma se la usassimo direttamente sul Giappone senza alcun avvertimento”. A questo punto Seaborg raccomandava caldamente una dimostrazione della bomba “su qualche isola disabitata alla presenza di una rappresentanza scelta di tutti i maggiori paesi del mondo, Giappone incluso” (14). E il 27 giugno R. A. Bard, sottosegretario alla Marina, scriveva al Segretario della Guerra Stimson: “Fin da quando sono stato in contatto con questo programma ho avuto l’opinione che prima che la bomba venga utilizzata contro il Giappone, quest’ultimo debba essere in qualche modo avvertito con un anticipo di due o tre giorni. La posizione degli Stati Uniti come grande nazione umanitaria e la tradizionale correttezza del nostro popolo costituiscono la base di questa opinione”. Secondo Bard, il governo giapponese era in realtà in cerca di una qualche opportunità da utilizzare come pretesto per la resa e suggeriva di incontrare i rappresentanti giapponesi informandoli del proponimento di utilizzare l’atomica, rassicurandoli circa le sorti dell’imperatore e della nazione giapponese in caso di resa incondizionata. “Mi sembra molto verosimile che questa possa costituire l’opportunità che i giapponesi vanno cercando. Non mi pare che ci sia nulla in particolare da perdere nel seguire questo programma. La posta in gioco è talmente terribile che è mia opinione che un piano di questo tipo sia concretamente da prendere in considerazione” (15).

Il 1° luglio Henry DeWolf Smyth firmò la prefazione del primo rapporto ufficiale sullo sviluppo della bomba atomica (“The Official Report on the Development of the Atomic Bomb Under the Auspices of the United States Government”): “La responsabilità ultima della politica della nostra nazione ricade sui suoi cittadini, essi possono affrontare questa responsabilità con saggezza soltanto se sono informati”. Pur non essendo un trattato tecnico, il rapporto era stato scritto per un pubblico professionale e riguardava le attività del lavoro svolto negli Stati Uniti fin dal 1939 finalizzato “alla produzione di questo tipo di bomba” (16).

Il 3 luglio una copia della prima versione della petizione di Szilard (“basata su considerazioni di carattere puramente morale”) venne inviata in copia a Oak Ridge e a Los Alamos. La lettera di accompagnamento discuteva la necessità che gli scienziati prendessero posizione da un punto di vista morale sull’uso della bomba atomica. I tedeschi che avevano mancato di protestare per le azioni immorali dei nazisti, sottolineava Szilard, erano stati ampiamente condannati per il loro silenzio. Se gli scienziati del Progetto Manhattan non avessero rese esplicite le loro opinioni, sarebbero stati molto meno scusabili della popolazione tedesca. Questa prima versione della lettera era più dura rispetto alla successiva anche nell’identificare le implicazioni morali e nel definire esplicitamente la bombe atomica “un mezzo per l’annientamento spietato di città [..]. Una volta introdotte come strumento di guerra sarebbe difficile resistere a lungo alla tentazione di utilizzarle. Gli ultimi anni mostrano una tendenza crescente verso la crudeltà. Attualmente le nostre forze aeree, che colpiscono le città giapponesi, usano gli stessi metodi di guerra che la pubblica opinione americana ha condannato soltanto pochi anni fa quando erano i tedeschi ad attuarli contro le città inglesi” (17). E va ricordato a questo proposito che gli stessi metodi erano stati spietatamente applicati nel corso dei bombardamenti a tappeto anglo-americani delle città tedesche, notoriamente abitate ormai soltanto da donne, anziani e bambini.

La petizione fu firmata da 59 persone del Chicago Metallurgical Lab, ma nel cercare di allargare il supporto Szilard ne preparò una seconda versione. Il 13 luglio una copia della prima versione venne inviata al Manhattan Project Laboratory di Oak Ridge, dove 18 persone la firmarono introducendo una modifica nell’ultimo paragrafo, dove si chiedeva che l’uso della bomba atomica, particolarmente contro le città, fosse sanzionato soltanto alle seguenti condizioni: “1) sia data ai giapponesi l’opportunità di arrendersi in termini che assicurino la possibilità di uno sviluppo pacifico nella loro patria; 2) Siano avvertiti in modo convincente che il rifiuto ad arrendersi sarà seguito dall’uso di una nuova arma; 3) La responsabilità dell’uso della bomba atomica venga condivisa con i nostri alleati” (18).

La petizione degli scienziati: la responsabilità morale della bomba 

Il 17 luglio Szilard e 69 membri del Metallurgical Laboratory presentarono una petizione al presidente degli Stati Uniti: “Fino a poco fa temevamo che gli Stati Uniti potessero essere attaccati con ordigni nucleari […]. Oggi, con la disfatta della Germania, questo pericolo è sventato e ci sentiamo obbligati ad affermare quanto segue […]. Se il Giappone si rifiuta ancora di arrendersi la nostra nazione potrebbe trovarsi, in determinate circostanze, forzata a ricorrere alle bombe atomiche. Un tale passo, tuttavia, non dovrebbe essere fatto in ogni caso senza considerare le responsabilità morali che questo implica […]. Le bombe atomiche a nostra disposizione rappresentano soltanto il primo passo […] una nazione che dovesse creare un precedente nell’uso di queste forze della natura di recente liberate a scopi distruttivi potrebbe dover affrontare la responsabilità di aprire la porta a un’era di devastazione ad una scala inimmaginabile […]. Alla luce di tutto ciò, i sottoscritti, chiedono rispettosamente: primo, che voi esercitiate il vostro potere come comandante in capo per fare in modo che gli Stati Uniti non ricorrano all’uso delle bombe atomiche in questa guerra a meno che, nonostante i termini imposti, una volta resi pubblici, il Giappone rifiuti di arrendersi, secondo, che in tale eventualità la questione riguardante l’uso o meno della bomba venga presa alla luce delle considerazioni esposte in questa petizione, insieme a tutte le altre responsabilità morali connesse” (19).

Nel luglio del 1944, su pressione soprattutto degli scienziati più giovani del Metallurgical Lab, fu nominata una commissione che in autunno produsse una relazione, “Prospectus on Nucleonics”, dove per la prima volta si discuteva l’impatto della scoperta in fisica nucleare sulle relazioni internazionali e sull’ordine sociale. Vi si indicava la necessità di una consapevole opera di informazione presso il grande pubblico, oltre alla necessità di accordi internazionali. Il testo non venne fatto circolare all’esterno. Anche se molti scienziati ormai premevano per discutere i problemi legati all’energia atomica, tuttavia, la scelta era stata già fatta al momento di partecipare alla costruzione della bomba atomica, così come, fin dal 9 ottobre del 1941, era stata presa la decisione di utilizzarla.

1945. Il Trinity Test e la Conferenza di Potsdam

Il 2 luglio del 1945, secondo il diario del generale Groves, era in corso una trattativa con Oppenheimer per fissare la data del primo test nucleare (20). A questo scopo Truman aveva deliberatamente ritardato il suo incontro con Stalin.

Il 16 luglio avvenne la prima esplosione nucleare della storia.

Una sfera di plutonio di 6 chilogrammi il cui potere equivale circa a 20.000 tonnellate di tritolo dal nome in codice di Trinity Test, viene fatta esplodere nel deserto del Nuovo Messico alle 5.30 del mattino. La caratteristica nube di vapore radioattivo si materializzò a 30.000 piedi di altezza. Tutto quello che rimase al suolo sul luogo dell’esplosione furono frammenti di vetro radioattivo verde giada. La luce violenta della detonazione esplose in cielo con tanta intensità che una ragazza cieca riuscì a percepire il lampo alla distanza di 120 miglia.

bomba atomica
Oppenheimer e il generale Groves visitano il ground zero del Trinity test dopo il bombardamento di Hiroschima e Nagasaki.

Enrico Fermi, che si trovava a circa dieci miglia di distanza, riferì qualche giorno dopo: “Dopo pochi secondi le fiamme in ascensione divennero meno brillanti e si trasformarono in un enorme pilastro di fumo che si espandeva in una testa sovrastante come un enorme fungo che si innalzava rapidamente al di sopra delle nuvole a una altezza probabile di 30000 piediDopo aver raggiunto l’altezza massima, il fumo restò stazionario per un po’ prima che il vento iniziasse a dissiparlo. Circa 40 secondi dopo l’esplosione l’onda d’urto mi raggiunse. Cercai di stimarne la forza facendo cadere dall’altezza di circa sei piedi dei piccoli pezzi di carta, prima, durante e dopo il passaggio dell’onda d’urto. Poiché al momento non c’era vento potei osservare molto distintamente, e quindi misurare, lo spostamento dei pezzi di carta che stavano cadendo al momento del passaggio dell’onda. Lo spostamento fu di circa 2 metri e 1/2, il che mi consentì in quel momento di fare una stima che corrispondeva all’onda d’urto prodotta da 10000 tonnellate di tritolo”. Questo approccio “freddo” era caratteristico di Fermi. La sua stima, naturalmente, oltre a risultare sostanzialmente corretta, precedette di alcuni giorni i calcoli più accurati e complicati fatti con metodi sofisticati.

Il 18 luglio il generale Groves informò il ministro della Guerra: “Per la prima volta nella storia c’è stata una esplosione nucleare. E che esplosione! […]. Penso si possa stimare che l’energia generata sia maggiore dell’equivalente di 15.000-20.000 tonnellate di tritolo”. Segue una lunghissima e dettagliata descrizione, non senza commenti: “Gli effetti possono essere certamente definiti senza precedenti, magnifici, belli, stupendi e terrificanti”. “Quanto all’attuale guerra, osservava ancora Groves, c’è la sensazione che qualsiasi cosa accada, abbiamo i mezzi per assicurarne una rapida conclusione e salvare centinaia di vite americane […]. Siamo pienamente coscienti che il nostro reale obiettivo è ancora lì davanti a noi. Quello che conta nella guerra contro il Giappone è la prova della battaglia” (21).

Le reazioni dei testimoni furono contrastanti. Oppenheimer, entusiasta del successo, citò un frammento del Bhagavad Gita: “Ora sono la Morte, il distruttore dei mondi”. Ken Bainbridge, il direttore del test, replicò: “Nessuno che l’abbia visto potrà dimenticare quel laido e terribile spettacolo. Ora siamo tutti figli di puttana”.

All’epoca del Trinity Test più di 2000 persone lavoravano a Los Alamos e l’intero progetto della bomba atomica impiegava circa 130.000 persone. Truman, che in quel momento si trovava alla Conferenza di Potsdam, ne fu informato con un messaggio telegrafico in codice.

Ora che la bomba era diventata una realtà, . il 17 luglio, 69 scienziati del Chicago Metallurgical Lab scrissero una petizione al presidente degli Stati Uniti: “La liberazione dell’energia atomica che è stata ora realizzata mette le bombe atomiche nelle mani dell’esercito. Mette nelle sue mani, come comandante in capo, la fatale decisione di sanzionare o no l’uso di tali bombe nell’attuale fase della guerra contro il Giappone […]. Tale passo, tuttavia, non dovrebbe essere fatto senza prima considerare le responsabilità morali connesse”. I firmatari, nel manifestare la preoccupazione che un indebolimento nella “posizione morale agli occhi del mondo e ai nostri stessi occhi” renderebbe molto più difficile mantenersi all’altezza della “nostra responsabilità di mantenere sotto controllo le forze di distruzione che sono state liberate” chiedono che “gli Stati Uniti non ricorrano all’uso delle bombe atomiche in questa guerra a meno che i termini imposti al Giappone non siano resi di pubblico dominio nel dettaglio e a meno che il Giappone nel conoscerli si rifiuti di arrendersi” e in tal caso chiedono anche che la decisione sia presa alla luce delle considerazioni esposte e delle responsabilità morali connesse (22).

Intanto, la fabbrica della bomba procedeva imperterrita e se ne pianificava l’impiego. Il 24 luglio il colonnello John Stone inviò un memorandum al generale Arnold in cui esponeva lo schema del piano di attacco, completo di nomi delle città scelte come obiettivo (compreso il numero di abitanti) e loro descrizione: “La prima bomba […] sarà pronta per il lancio tra il 1° e il 10 agosto, il piano è quello sganciarla il primo giorno di tempo buono successivo alla messa a punto[…]. Si ritiene che due bombe si rendano disponibili in agosto, una intorno al 6 e l’altra intorno al 24” (23).

Truman informa Stalin: “Abbiamo una super bomba” 

Il 24 luglio Truman informò Stalin che gli Stati Uniti possedevano una “nuova arma dalla potenza distruttiva senza precedenti”. La maggior parte di coloro che si erano occupati della questione – dallo Scientific Panel agli scienziati del Rapporto Franck, ritenevano che fosse necessario informare l’URSS dell’imminente successo del Progetto Manhattan. In caso contrario, essi ritenevano che l’atmosfera del dopoguerra sarebbe stata improntata a sospetto e ostilità. Tuttavia, Truman scelse di dire a Stalin il meno possibile. Truman e gli altri testimoni, furono sorpresi nell’osservare che il premier russo non mostrasse particolare interesse per la notizia della bomba ed avesse una reazione molto controllata.

Tutto quello che Stalin disse fu che era lieto di ciò e che sperava che se ne sarebbe “fatto buon uso contro i giapponesi”. Pensarono quindi che non avesse colto la portata dell’informazione. Anni dopo, il maresciallo sovietico Georgii Zhukov rivelò che, al ritorno nei suoi alloggi, e in sua presenza, Stalin disse a Molotov della conversazione con Truman. Quest’ultimo reagì quasi immediatamente:  “Lasciali fare. Dovremo parlarne con Kurchatov e fare in modo che acceleri le cose”. Nessuno allora ebbe il sentore che la mancata reazione di Stalin nascondesse una completa consapevolezza dell’intera faccenda insieme al programma nucleare sovietico (24).

Le prime due volte della bomba atomica

Nel diario del presidente, alla data del 25 luglio troviamo il seguente commento al Trinity Test che sembra indicare un certo orientamento verso un uso dimostrativo della bomba: “Abbiamo scoperto la bomba più terribile della storia del mondo. Potrebbe essere la distruzione col fuoco profetizzata nell’era della Valle dell’Eufrate, dopo Noè e la sua arca favolosa. In ogni caso riteniamo di aver trovato il modo di provocare la disintegrazione dell’atomo. Un esperimento nel deserto del Nuovo Messico è stato sorprendente – a dir poco. Tredici libbre di esplosivo hanno causato la completa disintegrazione di una torre metallica alta 60 piedi, creato un cratere profondo 6 piedi e 1200 piedi di diametro, buttato giù una torre di ferro distante mezzo miglio e uomini distanti 10000 iarde. L’esplosione è stata visibile a più di 200 miglia e si è sentita a più di 40 miglia di distanza. Quest’arma dovrà essere usata contro i giapponesi entro il 10 agosto. Ho detto al Min. della guerra, Mr. Stimson di utilizzarla in modo che gli obiettivi siano militari soldati e marinai e non donne e bambini. Sebbene i giapponesi siano selvaggi, crudeli e senza pietà, noi, come leader mondiali del benessere comune non possiamo buttare quella terribile bomba sulla vecchia o sulla nuova capitale. Lui ed io siamo d’accordo. L’obiettivo sarà puramente militare ed emetteremo un comunicato per avvertire i giapponesi, chiedendo loro di arrendersi e salvare vite umane. Sono sicuro che non lo faranno, ma avremo dato loro una possibilità. E’ certamente una buona cosa per il mondo che i seguaci di Hitler o di Stalin non abbiano scoperto questa bomba atomica. Sembra la cosa più terribile mai scoperta, ma può si può fare in modo che diventi la più utile […]” (25).

Quello stesso 25 luglio fu stilato l’ordine scritto che autorizzava l’uso della bomba atomica contro il Giappone dal generale Groves e dal presidente Truman; il segretario della guerra Stimson lo approvò a Potsdam. L’ordine non menziona obiettivi militari o l’intento di risparmiare i civili. Come obiettivo furono scelte le città. Si prevedeva la possibilità di sganciare “bombe addizionali” quando queste fossero state rese disponibili (26).

Gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna approvarono i piani militari per l’invasione del Giappone e stilarono una dichiarazione in cui si richiedeva la resa incondizionata. Il 26 luglio la dichiarazione di Potsdam fu trasmessa ai giapponesi dalle forze alleate. Il 28 luglio il primo ministro Suzuki annunciò al mondo che avrebbero ignorato l’ultimatum.

Ultimo atto: Truman annuncia il bombardamento di Hiroshima

Le bombe, risultato dell’immenso sforzo che fu il Progetto Manhattan, vennero usate due volte.Il 6 agosto, alle 8,15 del mattino la bomba “Little Boy” fu sganciata dall’aereo Enola Gay. In un istante decine di migliaia di persone furono uccise e altre decine di migliaia ferite.

Il 9 agosto del 1945, alle 10 di sera (orario di Washington) Truman annuncia via radio il bombardamento su Hiroshima nell’ambito di un lungo discorso sulla Germania: “Si rende noto al mondo che la prima bomba atomica è stata sganciata su Hiroshima, una base militare. Questo perché in questo primo attacco volevamo evitare, per quanto possibile, l’uccisione di civili. Ma questo attacco è soltanto un avvertimento per ciò che potrebbe accadere. Se il Giappone non si arrende, le bombe saranno lanciate sulle sue industrie di guerra, con la perdita, sfortunatamente, di migliaia di vite di civili. Esorto i civili giapponesi ad abbandonare immediatamente le città industriali e a salvarsi dalla distruzione” (27). Il presidente degli Stati Uniti definiva “base militare” una città, Hiroshima, certamente, molto militarizzata, ricca di industrie e di depositi militari, ma che aveva anche 350.000 abitanti. E mentre parlava a milioni di americani, un secondo ordigno nucleare aveva già distrutto la città di Nagasaki. Era cominciata la Guerra Fredda. Il 16 novembre di quello stesso 1945 la Reale accademia delle scienze di Svezia avrebbe conferito il Premio Nobel a Otto Hahn, lo scienziato tedesco che, appena sei anni prima, aveva scoperto la fissione dell’uranio.

NOTE

(1) Sulla vicenda di Lise Meitner vedi anche l’articolo di Ruth Lewin Sime “In fuga dal nazismo”, pubblicato in Sapere giugno 2000

(2) All’epoca della nomina di Groves quasi tutto il lavoro sotto il controllo del Progetto Manhattan era raggruppato in tre università. Il Substitute Alloy Materials Lab alla Columbia University, diretto da Harold Urey, aveva la responsabilità dello sviluppo della separazione isotopica dell’uranio per diffusione gassosa e centrifugazione. Il Metallurgical Lab a Chicago, diretto da Arthur H. Compton si occupava dello sviluppo dei reattori nucleari e della produzione di plutonio. Era anche la sede degli studi sulla fisica della bomba. Il Radiation Lab nell’Università di California, diretto da Ernest O. Lawrence, si dedicata al perfezionamento dei metodi elettromagnetici per la separazione isotopica.

(3) Il 30 novembre 1942, per esempio, Oppenheimer scriveva a James Conant una lettera in cui discuteva l’energia liberata dall’ordigno e la necessità di impiegare persone molto competenti per un progetto di questo tipo e inoltre concludeva che “in un gruppo strettamente isolato come quello che stiamo progettando, un po’ di calore e fiducia nell’ambito delle relazioni personali costituisce un indispensabile prerequisito, e avremo la possibilità di assicurare ciò soltanto nel caso di uomini che abbiamo già conosciuto in passato” (http://nuclearfiles.org/redocuments/1942/421130-opp-conant.html

(4) Il 13 giugno 1944 Stati Uniti e Gran Bretagna firmarono un accordo per il controllo e l’acquisizione delle riserve di uranio e di torio all’interno delle rispettive giurisdizioni. Il cosiddetto “Combined Development Trust” avrebbe dovuto fare ogni sforzo per acquisire il controllo e sviluppare la produzione di uranio e di torio anche nelle aree al di fuori della loro diretta giurisdizione (http://nuclearfiles.org/redocuments/1944/440613-anglo-amer-decl.html).

(5) http://cerncourier.com/main/article/42/9/16

(6) www.pugwash.org/award/Rotblatnobel.htm, www.nobel.se/peace/laureates/1995/rotblat-cv.html, www.nuclearfiles.org/rebios/bio-joseph-rotblat.html

(7) www.peak.org/~danneng/decision/usnews.html

(8) http://nuclearfiles.org/redocuments/1945/450501-harrison-stimson.html

(9) Gli argomenti discussi furono: quota della detonazione, considerazioni riguardanti le condizioni meteorologiche in rapporto all’operazione, problemi derivanti dalla necessità di fare ritorno senza aver potuto sganciare la bomba (atterraggio o sganciamento in acque profonde), scelta degli obiettivi del bombardamento, fattori psicologici, uso contro obiettivi militari, effetti delle radiazioni, fattibilità di una missione incendiaria immediatamente successiva, prove generali, regole di sicurezza per l’aereo.

(10) www.dannen.com/decision/targets.html

(11) www.dannen.com/decision/franck.html

(12) www.dannen.com/decision/scipanel.html.

(13) Dopo la guerra, nel 1949, il Comitato discusse l’opportunità di costruire una bomba termonucleare, un progetto fortemente caldeggiato da Edward Teller e a cui quest’ultimo si era dedicato fin dall’epoca di Los Alamos. Dopo aver ascoltato per ore la testimonianza di un gran numero di esperti, la maggior parte dei quali erano incerti riguardo il valore militare della “superbomba”, Oppenheimer e gli altri espressero un parere totalmente sfavorevole nei confronti di un tale ordigno che essi classificarono come appartenente a “una categoria totalmente differente rispetto alla bomba atomica” e che avrebbe potuto “diventare un’arma da genocidio”. In seguito questa opposizione costò assai cara a Oppenheimer, quando Teller divenne il suo principale accusatore all’epoca della caccia alle streghe avanzando dubbi sulla sua lealtà al paese. Accusato di essere un simpatizzante del partito comunista Oppenheimer fu radiato dalla Commissione per l’energia atomica nel 1953 e soltanto dieci anni dopo, quando ormai era molto malato, fu riabilitato ufficialmente per iniziativa di John Fitzgerald Kennedy. Naturalmente la maggior parte dei fisici all’epoca fu dalla parte di Oppenheimer. Fermi, che testimoniò a suo favore, in un passaggio significativo della sua testimonianza disse: “la mia opinione all’epoca era che la superbomba dovesse essere bandita prima ancora di nascere” (www.nuclearfiles.org/hioppenheimeraffair/oppenheimer.html).

(14) http://nuclearfiles.org/redocuments/1945/450613-seaborg-lawrence.html.

(15) www.dannen.com/decision/bardmemo.html. Il sito http://www.dannen.com/decision/index.html contiene una serie di documenti originali che riguardano la decisione di usare la bomba atomica.

(16) http://nuclearweaponarchive.org/Smyth/

(17) www.dannen.com/decision/45-07-03.html.

(18) www.dannen.com/decision/oakridge1.html.

(19)www.dannen.com/decision/45-07-17.html.

(20) http://www.dannen.com/decision/testdate.html.

(21) http://nuclearfiles.org/redocuments/1945/450718-groves-trinity.html.

(22) http://nuclearfiles.org/redocuments/1945/450717-petition.html.

(23) http://nuclearfiles.org/redocuments/1945/450724-stone-arnold.html.

(24) www.dannen.com/decision/potsdam.html

(25) www.dannen.com/decision/hst-jl25.html.

(26) www.dannen.com/decision/handy.html

(27) www.dannen.com/decision/hst-ag09.htmlBIBLIOGRAFIA

 

Bibliografia

Amaldi E., “From the discovery of the neutron to the discovery of nuclear fission”, Physics Report 111, 1984, pp. 1-332.

Amaldi E., “Neutron work in Rome in 1934-36 and the discovery of uranium fission”, Rivista di Storia della Scienza 1, 1984, pp. 1-24.

Anderson H.L., “Early days of the chain reaction”, Bulletin of the Atomic Scientists 29, 4,1973, pp. 8-12.

Anderson H.L., “The Legacy of Fermi and Szilard”, Bulletin of the Atomic Scientists 30, 9, 1974, pp. 56-62 e 30,10, pp. 40-47.

Bernardini C. e Bonolis L. (a cura di), Conoscere Fermi, Società Italiana di Fisica, 2001.

Bethe H., “Nuclear Physics”, Review of Modern Physics, 71, 2, 1999.

Bruzzaniti G., Dal segno al nucleo, Bollati Boringhieri, Torino 1993.

Dragoni Giorgio, “L’illusoria scoperta del primo elemento transuranico”, Physis 4, 1973, pp.351-374.

Fermi E., “Experimental Production of a Divergent Chain Reaction”, American Journal of Physics 20, 9, 1952, pp.536-558.

Fermi E., “The Nucleus”, Physics Today, 5, 1952, pp.6-9.

Fest J., La disfatta. Gli ultimi giorni di Hitler e la fine del Terzo Reich, Garzanti, Milano, 2003.

Frisch O. e Wheeler J. A., “The Discovery of Fission”, Physics Today, novembre 1967, pp.43-52.

Goldberg S., “Groves and the Scientists: Compartmentalization and the Building of the Bomb”, Physics Today, agosto 1995, pp 38-43.

Greco P., Hiroshima, Editori Riuniti, Roma 1995.

Hahn O., Otto Hahn: a scientific autobiography, Charles Scribner’s Sons 1966.

Libby Willard F., “Chemistry and the Atomic Nucleus”, American Journal of Physics 26, 8, 1958 pp.524-536.

Maltese G., Enrico Fermi in America. Una biografia scientifica:1938-1954, Zanichelli, Bologna 2003.

Maurizi S., Una bomba, dieci storie. Gli scienziati e l’atomica, Mondadori, Milano 2004.

Powers T., La storia segreta dell’atomica tedesca, Mondadori, Milano 1994.

Rhodes R., L’invenzione della bomba atomica, Rizzoli, Milano 1990.

Rossi B., Momenti della vita di uno scienziato, Zanichelli, Bologna, 1987.

Segrè E., “The Discovery of nuclear fission”, Physics Today, luglio 1989, pp.38-43.

Segrè E., Enrico Fermi fisico, Zanichelli, Bologna 1971.

Sime Ruth L., “The Search for Transuranium Elements and the Discovery of Nuclear Fission”, Physics in Perspective 2, 2000, pp.48-62.

Smity A. K., A Peril and a Hope: The Scientists’Movement in America 1945-1947, University of Chicago Press,1965.

Stuewer R. H., “Bringing the news of fission to America”, Physics Today 38,10, 1985, pp. 49-56.

Sylves R.T., The Nuclear Oracles – A Political history of the General Advisory Committee of the Atomic Energy Commission, 1947-1977, Iowa State University Press.

Szilard L., La coscienza si chiama Hiroshima, a cura di S.R. Weart e G. Weiss Szilard, Editori Riuniti, Roma, 1985. Turner Louis A., “Nuclear Fission”, Reviews of Modern Physics 12, 1940, pp.1-27.

Wattenberg A., “A lovely experiment”, Bulletin of the Atomic Scientists 48,12, 1992, pp. 41-43.

Wattenberg A., “December 2, 1942: the event and the people”, Bulletin of the Atomic Scientists 38,12, 1982, pp. 22-32.

Wattenberg A., “The Birth of the nuclear age”, Physics Today 46,1993, pp. 44-51.

Wattenberg A., “The building of the first chain reaction pile”, Bulletin of the Atomic Scientists 30, 6, 1974, pp. 51-57.

Weart Spencer. R., “Scientists with a secret”, Physics Today 29,1976, pp. 23-30.

Weiner C., “Moving into the new physics”, Physics Today, maggio 1972, p. 40.

LINK

Storia della fisica nucleare e delle armi nucleari: www.english.upenn.edu/~traister/nuclear.html.Leo Szilard Online: www.dannen.com/szilard.html. Archivio atomico di Trinity: www.atomicarchive.com. Documenti originali che riguardano la decisione di utilizzare ordigni atomici: www.dannen.com/decision/index.html. Exhibit sulla scoperta della fissione: www.aip.org/history/mod/fission/fission1/01.html.

 

Foto di copertina: Il Trinity Test, Los Alamos National Laboratories/via Flickr

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here