Ecco come funziona il piano di Google e Apple per il contact tracing

Contact tracing

CoViD-19, fase uno e mezzo: tamponata alla bell’e meglio l’emergenza, è il momento di pensare a come ripartire. Una delle possibili strategie da mettere in campo, secondo molti esperti, è il cosiddetto contact tracing, ossia un’indagine epidemiologica continua, estesa e capillare che permetta, a partire da un contagiato (o da un sospetto contagiato), di ripercorrerne “all’indietro” movimenti e contatti con altre persone, in modo da individuare altri possibili individui infetti – eventualmente i temutissimi asintomatici – e metterli in isolamento il prima possibile. Corea del Sud e Singapore ci sono più o meno riusciti, usando sistemi avanzati di tracciamento digitale che incrociano i dati Gps per tracciare i flussi di spostamento delle persone e informazioni raccolte via app per gestire e controllare singoli soggetti in quarantena. Un’operazione di cui si inizia a discutere anche in Italia: al vaglio delle autorità ci sono attualmente 800 progetti di applicazioni, di cui 300 specificamente per il contact tracing. Al netto di tutte le possibili implicazioni per la privacy dei cittadini – ne abbiamo parlato diffusamente qui – la novità è che sono appena scesi in campo due colossi che potrebbero surclassare tutti gli altri: Google e Apple, infatti, hanno appena annunciato un sistema per tracciare (sulla base di adesioni volontarie degli utenti) la diffusione del coronavirus,  il cui lancio è previsto per metà maggio. Al momento si tratta di un’app da scaricare, ma nel prossimo futuro, dicono gli sviluppatori, la funzionalità sarà incorporata nei sistemi operativi e non sarà quindi necessario scaricare alcun software.

Vediamo qualche dettaglio (i più smanettoni possono spulciare i white paper pubblicati da Google e Apple qui e qui). Il sistema userà il protocollo bluetooth (il cui raggio d’azione è di pochi metri) per stabilire una rete di contact tracing su base volontaria. Funziona così: supponiamo che Alice e Bob siano due persone che hanno scaricato l’app e che si incontrano e chiacchierano per una decina di minuti. I loro smartphone si scambiano, tramite bluetooth, delle chiavi alfanumeriche anonime che li identificano univocamente. Qualche giorno dopo, sfortunatamente Bob risulta positivo al tampone per CoViD-19. L’utente inserisce questa informazione nell’app e, con il suo consenso, il suo smartphone invia a un cloud tutte le chiavi alfanumeriche ricevute negli ultimi 14 giorni; lo smartphone di Alice, infine, riceve una notifica che la avverte che ha avuto un contatto con una persona contagiata.

Credits: Google/Apple

A differenza di altri sistemi, per esempio quelli che usano i dati Gps, questo protocollo ha il vantaggio (sempre nell’ottica di salvaguardia della privacy) di non tracciare la posizione degli utenti, ma solo le mutue interazioni. Inoltre, dicono gli sviluppatori, sono state prese tutte le precauzioni per evitare che si possa risalire all’identità dei contagiati (e non): le chiavi alfanumeriche cambiano ogni quindici minuti, e anche dopo che un utente conferma di essere infetto, l’app condivide solo le chiavi generate durante il periodo in cui è contagioso. Ci sono però delle criticità: nelle aree particolarmente affollate, per esempio, il sistema potrebbe segnalare falsi contatti, per esempio persone che si trovano in stanze adiacenti, e non è in grado di apprezzare le “sfumature” – per esempio: passare molto tempo in una stanza chiusa con una persona contagiata è ben diverso dal camminargli accanto per qualche minuto in strada. E ancora: il successo del sistema è legato al numero di persone che accettano di adottarlo, nonché alla copertura di rete, che in molte aree del mondo è parecchio scarsa.

Credits immagine: Apple/Google