Un’evoluzione troppo veloce può essere una trappola

L'adattamento degli animali ad ambienti modificati dall'essere umano può, in alcune condizioni, causare estinzioni su scala locale. Un tema con ripercussioni importanti nella gestione delle pratiche agricole, ma non solo

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(Crediti: Michael C. Singer/University of Plymouth. Un esemplare di Euphydryas editha)

Gli esseri umani, si sa, sono in grado di modificare l’ambiente più di ogni altra specie, portando con sé anche animali o vegetali in zone in cui non sarebbero mai arrivate autonomamente. Sono le cosiddette specie invasive, che colonizzano il nuovo ambiente e costringono le altre specie ad adattarsi in qualche modo alla loro presenza.

Ora un nuovo studio pubblicato su Nature mostra come l’adattamento, considerato generalmente un fenomeno positivo, possa in realtà diventare problematico quando avviene troppo velocemente. Inoltre lancia un pesante allarme sull’influenza delle pratiche agricole sull’ecosistema, che potrebbero alla lunga portare all’estinzione di specie locali.

Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricerca franco-statunitense (Università di Plymouth, Università del Texas ad Austin e CNRS francese), che per più di 30 anni ha osservato le popolazioni di Euphydryas editha, una farfalla che in un ambiente confinato – nella fattispecie un ranch americano nel Nevada – si è dovuta adattare velocemente ad rapidi cambiamenti indotti dall’uomo.

In questo ranch l’agricoltore aveva introdotto una specie vegetale di cui il bestiame era molto ghiotto: e la coltura aveva rapidamente soppiantato le erbe originarie. Di fronte a questo cambiamento di habitat Euphydryas editha aveva modificato le sue abitudini con una rapidità sorprendente: nel 1982, circa il 7% della popolazione di farfalle deponeva le uova esclusivamente sulla nuova specie invasiva, nel 1990 metà delle farfalle dipendeva dall’erba introdotta, e nel 2005, l’intera popolazione di questa zona si era convertita a deporre uova esclusivamente sulla pianta arrivata. A questo punto la “trappola ecologica” era scattata: le farfalle erano diventate dipendenti da una specie presente solo a causa delle modificazioni umane.

Nel 2005, tuttavia, il ranch era stato chiuso, e le erbe invasive erano state nuovamente soppiantate da quelle originarie della zona. Questa volta la farfalla non era riuscita ad adattarsi e si era rapidamente estinta, risultando assente per i successivi quattro anni da tutta la regione circostante. Tuttavia, quando i due professori erano tornati nel 2014 per confermare l’estinzione di questa popolazione, avevano scoperto che i bruchi della farfalla erano tornati a nutrirsi della pianta originaria. Sebbene questo possa essere visto come un segnale di speranza, la ricolonizzazione del ranch ha, in realtà, posto le basi per una potenziale ripetizione di questo ciclo evolutivo antropogenico.

Secondo Camille Parmesan, una delle autrici dello studio, le potenziali implicazioni della ricerca si spingono oltre l’ambito delle pratiche agricole. “Il riscaldamento del clima è un’altra forma di cambiamento antropogenico che si sta verificando più rapidamente rispetto ai passati cambiamenti naturali passati – ha detto Parmesan – e può causare problemi alle specie la cui evoluzione non è in grado di tenerne il passo. Se i cambiamenti climatici sono naturali, è probabile che molte specie selvatiche possano essere in grado di adattarsi, sia attraverso l’evoluzione attuale che attraverso cambiamenti flessibili nel comportamento e nella storia vitale. Ma i cambiamenti climatici indotti dalla specie umana avvengono a un ritmo molto più rapido rispetto alla maggior parte di quelle più importanti degli ultimi anni. Gli ecologi hanno a lungo sostenuto che questo possa portare a più estinzioni di quanto non sia successo con i nel passato e questo studio supporta le argomentazioni secondo cui le rapide modifiche del clima si riveleranno dannose per la biodiversità sia a breve che a lungo termine “.

Riferimenti: Nature

Articolo prodotto nell’ambito del Master in Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza dell’Università di Ferrara

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