Nei fondali oceanici a caccia della vita su Marte

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(Foto: NASA/JPL-Caltech)

Nella continua caccia a forme di vita passate o presenti su Marte procediamo seguendo indizi e per tentativi. L’acqua è un buon indizio da seguire, le rocce campioni buoni dove andare a guardare da vicino. A ricordarlo oggi è un gruppo di ricercatori dell’Università di Tokyo, dopo aver scovato alcuni batteri nascosti in fessure rocciose al di sotto dei fondali oceanici. “La scoperta di forme di vita dove nessuno se l’aspettava può segnare una svolta nella ricerca della vita nello spazio”, ha commentato Yohey Suzuki dell’ateneo nipponico, pensando a Marte. Certi microambienti marziani, infatti, potrebbere essere piuttosto simili a quelli marini. I dettagli della scoperta su Communications Biology.

Un habitat perfetto

Tutto ha avuto inizio nel 2010, nelle acque dell’Oceano Pacifico, tra Tahiti e l’Isola del Nord della Nuova Zelanda, nel corso della Expedition 329 dell’Integrated Ocean Drilling Programme. Durante la spedizione i ricercatori hanno estratto campioni di roccia tramite un tubo metallico lungo quasi 6 km e una trivella che ha scavato fino a 125 metri sotto il fondale marino. Gli scienziati hanno così raccolto campioni di diverse età: vecchi appena di 13,5 milioni, fino a 104 milioni di anni, a seconda del punto di estrazione. Cosa contenevano? Nelle fessure delle rocce basaltiche sotto i fondali, i ricercatori hanno trovato batteri aerobi. Tanti, tantissimi. Qui infatti riuscirebbero a proliferare bene grazie all’ossigeno e alle sostanze nutritive organiche presenti nell’argilla penetrata nelle fratture. Dal momento che nelle vicinanze non sono state osservate sorgenti idrotermali o flussi d’acqua sotterranei, i ricercatori ipotizzano che la colonizzazione da parte di questi organismi sia avvenuta indipendentemente, senza il trasporto da parte di correnti. Inoltre, anche se le età dei campioni sono differenti, le specie di batteri trovate sono piuttosto simili.

Fettine di rocce

A rendere speciale la ricerca però non è solo il ritrovamento di forme di vita lì dove non se ne aspettavano, ma anche il modo in cui sono state identificate. Suzuki e colleghi infatti hanno messo a punto una nuova tecnica che permettesse loro di analizzare proprio le fessure nella roccia. Anziché frantumare e polverizzare la pietra, il nuovo metodo prevede l’applicazione di una miscela di resina e indurente che si adatta alla superficie. In questo modo la roccia mantiene la sua forma naturale senza sgretolarsi e può essere tagliata in lamine sottili, in maniera non molto diversa da come vengono preparati i campioni biologici in un laboratorio di anatomia. La procedura prevede poi l’applicazione di una soluzione che colora il DNA (e indirettamente così la presenza di forme di vita) e ne consente l’osservazione tramite microscopio.

Dai microrganismi alla vita su Marte?

L’argilla presente nella roccia dei fondali oceanici presenta una composizione di minerali simile a quella della superficie di Marte. Secondo Suzuki, inoltre, fondali marini e superficie marziana hanno altre caratteristiche in comune: pH neutro o leggermente alcalino, basse temperature, salinità moderata, ambiente ricco di ferro e roccia basaltica. Il che lascerebbe ben sperare di trovare qualcosa anche sul Pianeta rosso, così come è accaduto sotto le acque del Pacifico.

Non è un caso infatti che Suzuki e il suo team abbiano appena iniziato una collaborazione con il Johnson Space Center della NASA per definire un protocollo di analisi delle rocce recuperate dai rover su Marte. E se la caccia non dovesse andare a buon fine, qualcosa vorrebbe comunque dire, conclude Suzuki: “Potrebbe significare che vita si basa su altri processi non presenti su Marte come la tettonica a placche”.

Riferimenti: Communications Biology