Nella Fossa delle Marianne vive un gamberetto corazzato d’alluminio

gamberetto
(Foto: Wikimedia Commons)

È uno dei luoghi più inaccessibili e misteriosi del nostro pianeta, un ambiente particolarmente ostile alle forme di vita, date le estreme condizioni di temperatura e pressione. Eppure persino qui, nella Fossa delle Marianne, un piccolo anfipode molto simile a un gamberetto sembra aver trovato il modo di ovviare a questi problemi. Si tratta di Hirondellea gigas, un crostaceo di 2-5 cm di lunghezza, che riesce a sopravvivere a profondità di oltre 10mila metri grazie a una speciale armatura di alluminio.

La corazza del gamberetto

Oltre i 4500 metri di profondità, a causa della crescente acidificazione dell’acqua, il carbonato di calcio che compone l’esoscheletro dei crostacei si discioglie, rendendo questi animali vulnerabili sia ai predatori che alle forti pressioni. Ma un team di ricercatori guidato da Hideki Kobayashi, della Agency for Marine-Earth Science and Technology (Jamstec) di Natsushima, in Giappone, ha pubblicato lo scorso aprile sulla rivista Plos One la scoperta della peculiarità di questa specie. Studiando gli esemplari di H. gigas rinvenuti nell’Abisso Challenger, il punto più profondo della Fossa, i ricercatori hanno scoperto che l’animaletto è in grado di produrre uno strato di idrossido di alluminio a mo’ di rivestimento, una sorta di corazza che, come un cavaliere medioevale, gli garantisce una adeguata protezione.

Estrarre l’alluminio negli abissi

Nell’acqua oceanica l’alluminio è pressoché assente: quindi per produrre il materiale questo invertebrato deve ricavare il metallo dai sedimenti oceanici. Questo viene ingerito e una volta nell’intestino reagisce con i sottoprodotti delle piante tipiche della sua alimentazione portando alla liberazione di ioni di alluminio, che successivamente a contatto con l’acqua formano un gel protettivo.

Ciò che ne risulta è una vera e propria corazza naturale che ha poco da invidiare alle creature fantascientifiche immaginate da James Cameron, il regista e grande appassionato di immersione ed esplorazione dei fondali oceanici, che nel 2012 aveva raggiunto il punto più profondo della terra con il suo sottomarino Deepsea Challenger.

Riferimenti: Plos One

Articolo prodotto nell’ambito del Master in Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza dell’Università di Ferrara

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3 Commenti

  1. Qualcosa non torna. Quale pianta (o forse alghe,che non sono proprio piante) potrebbe essere utilizzata come alimento ad oltre 10.000 metri di profondità? Qualche errore di traduzione? Grazie. Giovanni.

    • In effetti, ha ragione ma più che di un errore di traduzione si tratta di un piccolo refuso, di genere, che però cambia il senso della frase: “sottoprodotti delle piante tipiche della sua alimentazione”. La frase corretta è “sottoprodotti delle piante tipici della sua alimentazione”. Grazie per la segnalazione!

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