Gli errori di Darwin

Massimo Piattelli-Palmarini e Jerry Fodor vogliono dimostrare che la teoria della selezione naturale ha delle falle fatali. Ma il loro libro raggiunge l'obiettivo solo in parte

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Massimo Piattelli-Palmarini, Jerry Fodor
Gli errori di Darwin
Feltrinelli 2010, pp. 263, euro 25,00

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Massimo Piattelli-Palmarini e Jerry Fodor sono autorevoli studiosi di scienze cognitive, un campo in cui ciò che passa per “evoluzionismo” presenta spesso forti connotati adattamentisti. A una lettura caritatevole, Gli errori di Darwin potrebbe quindi essere visto come un’aggiunta alla già ricca, un po’ ingiallita, collezione di testi contro l’adattamentismo, grosso modo l’idea che qualsiasi cosa che si sia prodotta durante l’evoluzione (o almeno, qualsiasi cosa importante, non banale, interessante) sia un adattamento prodotto dalla selezione naturale. Ma non si può fare a meno di confrontarsi con la pretesa degli autori di “dimostrare che la teoria di Darwin della selezione naturale ha delle falle fatali”. Cercheremo allora di valutare il successo di questa dimostrazione.

La prima parte del libro offre un compendio, tendenzioso ma interessante, delle molte novità intervenute in anni recenti nelle scienze biologiche, specialmente in ambito di processi molecolari e dello sviluppo. Questa parte si sarebbe potuta intitolare “tutto quello che la sintesi moderna non ha mai voluto prendere in considerazione, e tanto peggio per la sintesi moderna”. La tesi principale è che la tradizionale visione “esternalista” dell’evoluzione, quella per cui i processi evolutivi sono guidati da fattori esterni all’organismo (diciamo, in breve, l’ambiente), non è più sostenibile. Gli autori si uniscono alla “rivoluzione evo-devo” e argomentano che l’iniziativa, nell’evoluzione, sta dalla parte dei fattori interni all’organismo (tra cui in particolare i processi dello sviluppo).

L’evo-devo (la biologia evoluzionistica dello sviluppo) ha aperto tra i biologi un dibattito sui limiti della sintesi moderna, se sia necessario e possibile porvi rimedio, o se l’intero edificio non vada invece abbandonato. Piattelli-Palmarini e Fodor pensano che l’edificio sia già crollato, ma diversamente da altri critici non sembrano vedere qualcosa che valga la pena di salvare dalle macerie. In questa storia ci sono alcuni aspetti che gli autori hanno espressamente deciso di tralasciare e che è utile ricordare.

La sintesi moderna nasce negli anni Trenta del secolo scorso a partire dalla fusione della teoria darwiniana dell’evoluzione per selezione naturale con la genetica mendeliana, un lavoro concretizzatosi in un insieme di modelli matematici e statistici che formano la base della genetica delle popolazioni come si studia ancora oggi (i modelli matematici hanno un ruolo insostituibile nella biologia evoluzionistica, dato il numero di fattori che possono entrare in gioco). Un aspetto importante di questi modelli è che non esiste solo la selezione naturale. Già i fondatori della genetica delle popolazioni avevano messo in evidenza che, oltre alla selezione, fattori aleatori possono produrre cambiamenti nella struttura di una specie (la deriva genetica); avevano preso in considerazione alcuni fattori interni (le mutazioni) e introdotto qualche aspetto della storia naturale delle popolazioni (le migrazioni). È su questa base matematica e statistica che si è poi sviluppata la sintesi moderna propriamente detta, con la convergenza di discipline come paleontologia, zoologia, botanica e svariate altre.

Un discorso a parte merita l’adattamentismo. È un punto di vista unilaterale, che genera ipotesi poco rigorose perché non prende in considerazione spiegazioni alternative. Più di trent’anni or sono Stephen J. Gould e Richard Lewontin sottoposero l’adattamentismo a una critica severa, che ha prodotto i suoi effetti (di cui però è facile non accorgersi leggendo la letteratura divulgativa in cui la polemica si è lungamente protratta). Oggi sarebbe un errore bollare di “adattamentismo” l’intero studio scientifico degli adattamenti, e un errore ancora più grave confondere la sintesi moderna e il suo destino ancora incerto con l’adattamentismo e il suo fallimento.

Veniamo dunque all’argomento cruciale, sviluppato nella seconda parte del libro, contro la teoria della selezione naturale: il problema, dicono gli autori, è che la selezione naturale è intensionale. Si tratta di questo: l’intensione (con la s) di un termine è ciò che esso denota per chi l’ha in mente, mentre la sua estensione è ciò che esso denota nel mondo. Per esempio, nella scelta di prodotti di bellezza possiamo decidere di seguire come unico criterio quello di acquistare quelli più costosi (questa è l’intensione), e in date “condizioni ambientali” questo criterio potrebbe portarci ad acquistare soltanto i prodotti di una certa marca (“prodotto più caro” e “prodotto della marca X” avrebbero la stessa estensione). Un osservatore esterno potrebbe allora interpretare le nostre scelte come dettate da una preferenza per la marca.

Il fatto che due termini possano avere la stessa estensione ma diverse intensioni è uno dei problemi della teoria del significato (mentale), che ha generato nelle scienze cognitive una ricca letteratura di rompicapo e paradossi, nonché l’ideazione di metodi più o meno ingegnosi per risolverli. Nell'”ambiente” del nostro esempio è sufficiente che l’osservatore manipoli la struttura dei prezzi per capire quali siano le nostre reali preferenze; ma non avendo accesso alla nostra mente non potrà mai essere sicuro di avere esaurito tutte le ipotesi (forse quello che conta davvero è il colore della confezione). Le cose si complicano enormemente quando le nostre decisioni sono basate su più criteri.

Tornando all’ambito biologico, Piattelli-Palmarini e Fodor ritengono che intensione ed estensione siano concetti applicabili anche alla selezione naturale. Ogni volta che la presenza di un certo carattere è associata alla presenza di un altro carattere (e questo accade spesso in ambito biologico), la selezione naturale non può selezionare l’uno senza selezionare l’altro. Come si fa, quindi, a dire qual’è il carattere selezionato?

Bella domanda, ma si tratta evidentemente di un problema epistemologico, analogo a quello dell’osservatore che vuole capire su cosa si basano le nostre scelte. Non significa che non ci sia qualche criterio di selezione ma solo che non possiamo essere sicuri di quale sia. Difficoltà di questo tipo possono complicare (e stimolare) la ricerca, ma difficilmente riescono ad affondare una teoria come potrebbe fare una “falla fatale”.

A questo punto ci si sarebbe aspettati una discussione su che cos’è la selezione naturale, ma gli autori non vanno oltre l’ovvietà che la selezione naturale non è un agente (non ha una mente, non ha intenzioni), e dunque non è in grado di discriminare tra caratteri che si presentano sempre insieme. La discussione inizia a prendere una piega strana, un po’ come quando ci si chiede come faccia un proiettile a risolvere istantaneamente le equazioni differenziali che servono a calcolare la sua traiettoria: è una domanda stimolante, ma una domanda sbagliata. Analogamente, l’importante non è se la selezione naturale sia in grado di fare discriminazioni, ma se siamo in grado di farle noi.

I biologi, al pari degli scienziati cognitivi, hanno escogitato metodi ingegnosi per mettere in evidenza cosa è importante (“aumenta la fitness”) e cosa non lo è. Anche Piattelli-Palmarini e Fodor riconoscono che ci sono analisi comparative, morfologiche e funzionali, capaci di offrire convincenti spiegazioni del modo in cui certi caratteri abbiano conferito un vantaggio selettivo ai loro portatori. Si comprende che la cosa che proprio non convince gli autori non è tanto la selezione naturale, ma la teoria della selezione naturale.

Ciò che non li convince della teoria della selezione naturale è che essa non dispone di “leggi della selezione”, valide indipendententemente dal contesto e da cui sia possibile derivare i casi particolari; e poi che la selezione naturale non è una causa. Ma arrivati a questo punto è piuttosto deprimente scoprire che la promessa dimostrazione delle “falle fatali” della teoria darwiniana della selezione naturale si riduce, con tutto il rispetto, a una diatriba filosofica. Tanto più che i termini di questa diatriba sono già abbondantemente rappresentati nel confronto tra l’interpretazione causale e l’interpretazione statistica della selezione naturale, e tanto più che gli autori si soffermano ampiamente sull’interpretazione causale e non fanno menzione di quella statistica, fornendo un quadro decisamente parziale dello stato della discussione (secondo l’interpretazione statistica, la selezione naturale non è una causa: è un modo di descrivere processi eterogenei in cui entrano in gioco cause diverse, ma che sono accomunati dal fatto di produrre differenze di fitness).

Nessuno si scandalizza se tra i filosofi, come del resto tra i biologi, circolano diverse interpretazioni della selezione naturale (ma i biologi in genere riescono a intendersi meglio, grazie anche a quel lavoro di sintesi di cui si è detto sopra). Ma che il destino di una teoria scientifica possa dipendere dall’esito di un dibattito filosofico ancora aperto dovrebbe colpire chiunque, filosofi e biologi e gente della strada, come una pretesa particolarmente fantasiosa.

Si può dire che Darwin pensava alla selezione naturale come a una causa, e dunque che le critiche degli autori colgono nel segno: ma è noto (lo è certamente agli autori) che la nozione darwiniana di fitness non coincide con quella che compare nei modelli di genetica delle popolazioni (e dunque nella sintesi moderna). Un po’ perché Darwin non possedeva grandi competenze di statistica, un po’ perché ignorava quello che sarebbe stato scoperto o elaborato dopo di lui (inclusa gran parte della statistica). Si dirà che l’idea di selezione come causa sopravvive nell’adattamentismo, il che forse è vero, e forse non è casuale che dopo aver detto quello che hanno detto della selezione naturale gli autori tornino a battere su questo tasto; però, dopo le promesse iniziali, i cocci dell’adattamentismo sono un misero trofeo da portare a casa.

Verso la fine del libro Piattelli-Palmarini e Fodor sostengono che le spiegazioni adattamentiste (avrebbero potuto dire, le spiegazioni degli adattamenti) sono spiegazioni storiche. Ma non negano che in natura vi siano adattamenti, né che la selezione naturale abbia un ruolo importante e legittimo nella loro spiegazione. Difficile non essere d’accordo, e anche gli autori riconoscono che sarebbe arduo trovare qualcuno che pensi qualcosa di molto diverso. Ma se le conclusioni sono queste, si resta con la sensazione che avrebbero potuto scegliere un percorso meno tortuoso per arrivarci.


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0 commenti su “Gli errori di Darwin”

  1. Darwin è stata la persona che ha dato il via ad un cambiamento di pensiero, per cui anche la Bibbia ha iniziato a non essere più presa come Verità ma come un libro da leggere……….come si fanno con i miti e leggende. .Richard Dawkins: ha scritto “Il più grande spettacolo della Terra – Perché Darwin aveva ragione” , penso che sia ora che l’uomo si svegli e non creda più a Babbo Natale………..e ad altre strambellerie………Pare che il 20% degli italiani neghi che l’uomo discenda in qualunque modo da altri animali; il 32% pensa che i primi uomini siano vissuti all’epoca dei dinosauri mentre il 24% è convinto che la Terra impieghi un mese a girare attorno al Sole… Usando un eufemismo: siamo un Paese in cui la cultura scientifica non appare propriamente generalizzata.

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