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Il racconto di Miriam

di
Giorgia Biasini

Miriam Engelberg
Il cancro mi ha reso più frivola. Una testimonianza a fumetti
TEA 2007, pp. 120, euro 9,00

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Può sembrare un paradosso, o essere considerato di cattivo gusto ironizzare e addirittura ridere del cancro, malattia che è ancora per molti aspetti un tabù, una condanna innominabile, o indicata per perifrasi: brutto male, male incurabile, malattia fatale. Malattia associata alla morte, alla sofferenza, e a una cura, la chemioterapia, che spaventa forse ancor più di quanto terrorizzi la malattia stessa. Se però a ironizzare e a far ridere, disegnando se stessa in un fumetto autobiografico, è proprio una donna che si è ammalata, non c’è scandalo, né paradosso. È semplicemente uno dei tanti modi “positivi” di reagire quando si affronta una prova così dura.

Miriam Engelberg, morta il 17 ottobre 2006 a quarantotto anni, ha disegnato la sua prima striscia autobiografica mentre aspettava il risultato della biopsia, nell’autunno del 2001. Da quel momento ha continuato a raccontare con ironia a tratti disperata tutto quello che le stava capitando, rivelando senza pudore le proprie comprensibili angosce, i grandi e piccoli problemi da affrontare ogni giorno – morirò? Mio figlio resterà senza madre? Parrucca o foulard? Riuscirò a essere “coraggiosa” come le altre donne che incontro al gruppo di sostegno? Dove è andata a finire la mia libido? – insieme agli imbarazzi, al fiorire di luoghi comuni e tabù che la propria condizione di malata suscitava negli altri.

Forse è proprio nella rappresentazione della dimensione sociale del cancro che l’umorismo di Miriam riesce ad essere particolarmente esilarante e graffiante, mostrando con ironia le difficoltà di comunicazione, o la faticosa impresa di riuscire a dare un’immagine di sé forte, da eroina vincente e pretendere allo stesso tempo una comprensione del proprio stato e della propria fragilità. “Quando mi hanno diagnosticato il cancro” scrive Miriam nella prefazione, “ho avuto la sensazione di dover diventare una persona diversa, più nobile e coraggiosa di quanto non fossi.” Io non sono così, dicono invece i suoi disegni, semplici ma efficaci, che costringono a guardare in faccia anche gli aspetti più sgradevoli, o intimi, della malattia. Io non sono una donna eroica che affronta interventi, chemioterapia, nausea, perdita dei capelli, esami, referti drammatici, sempre con il sorriso sulle labbra.

“Il cancro al seno era diventato il mio nuovo hobby”, racconta in una delle prime strisce, leggendo di tutto sull’argomento, parlandone con altri “hobbisti”, o annoiando mortalmente i conoscenti costretti ad ascoltare le sue disquisizioni su recettori ormonali e terapie oncologiche. Più avanti invece la vediamo concentrata sulle soluzioni di un cruciverba, finalmente distratta dal pensiero fisso sulla malattia, o incollata davanti ai più stupidi programmi televisivi, senza più la gran massa di capelli ricci persi, ma con un copricapo per nascondere l’alopecia da chemio.

In realtà immagino che Miriam non abbia mai smesso di pensare, e di avere paura, come dimostra l’ultima striscia del libro, con l’aspirazione a ricatturare l’emozione giovanile di un tempo, quando contemplando il cielo stellato aveva considerato piccole, e insignificanti, le proprie preoccupazioni. 

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