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Iniziazione Dowayo

di
Gianfranco Franchi

Nigel Barley
Il giovane antropologo
Socrates 2008, pp. 224, euro 12,50

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Opera prima dell’antropologo e scrittore inglese Nigel Barley, classe 1947, “The Innocent Anthropologist: Notes From a Mud Hut” (1983) è un libro a metà strada tra il romanzo di formazione e l’atipico diario di un giovane studioso impegnato nella sua iniziatica prima missione all’estero.  Caratterizzato da una dissacrante ironia, dal fascinoso intento di restituire tutti gli aspetti della cruda realtà di un viaggio come questo, demistificando l’aura di “sacralità e divino distacco” (p. 11) che avvolge gli antropologi, il libro è composto sia dalle memorie dell’incontro con la tribù camerunense dei Dowayo (nome che significa, curiosamente, “Nessuno”) sia da tutti quei dettagli che tendenzialmente troviamo solo accennati nelle opere di intellettuali e ricercatori come Margaret Mead e Claude Levi-Strauss.

Si parte dalla ricerca dei fondi e dalla perplessità dell’autore sul prossimo viaggio: viene da anni di biblioteca, non capisce se la prospettiva di una ricerca sul campo sia un obbligo o un privilegio. Convinto che in antropologia non manchino affatto i dati, piuttosto l’intelligenza per leggerli, scosso dalla solitudine e dalla frustrazione e dai vizi rivelati nei “Diari” dell’auctoritas Malinowski, s’appresta ad affrontare, periodicamente: abnorme burocrazia, malaria e infezioni di ogni genere, invasioni di pipistrelli e scorpioni, denutrizione e solitudine e noia, tragicomici guasti nella comunicazione (basta sbagliare tonalità, nel dialetto Dowayo, per ritrovarsi a parlare di sesso. Nei momenti meno propizi), viaggi per strade sterrate o binari malconci, magari su un treno italiano della Prima Guerra Mondiale, e via dicendo.

Barley spiega bene come si spenda il tempo durante queste ricerche: “Nel periodo che ho trascorso in Africa, ho calcolato di aver passato forse l’un per cento del tempo a fare ciò che veramente ero andato a fare. Il resto del tempo lo passai a organizzare, ad ammalarmi, a socializzare, a fare preparativi, ad andare da un posto all’altro e soprattutto ad aspettare. Avevo sfidato le divinità locali con la mia urgenza indisciplinata di fare qualcosa” (p. 110). Mostrando una così limpida franchezza, convince: ogni informazione è potenziata dalla consapevolezza dei sacrifici affrontati dal ricercatore.

È facile memorizzare gli appunti sul culto dei teschi della tribù, o sulla leggenda dell’adozione della circoncisione; massacrato da tasse e vessazioni nei vari uffici dell’ex colonia europea, regolarmente umiliato da tassisti, ambulanti e burocrati, è un campione di umanità autentica. Destinato a quei lettori che si domandano cosa significhi affrontare un viaggio del genere, e a chi crede che la rivalità tra missionari e accademici sia fondata sugli antichi pregiudizi (p. 33), sa commuovere e divertire chi sta per tornare o partire alla volta di popoli in difficoltà: assieme, svela i retroscena che nessuno sembrava voler raccontare. Scoprendo quali siano gli animali più temuti dai Dowayo (i gufi!), quale la funzione dei tribunali (intrattenere la tribù) e delle elezioni (votare l’unico candidato dell’unico partito), quale la speciale dieta (miglio, e miglio) e la differenza tra Dowayo di montagna e di pianura, ci accorgiamo di quale sia il prezzo della ricerca. Anni dedicati ad aggiungere qualche capitolo alle conoscenze su piccole tribù: rischiando, in primis, l’equilibrio nervoso.
 
L’ultimo capitolo è dedicato a una tribù che ben conosciamo; quella di chi saccheggia i turisti della Città Eterna. I veri Dowayo, tutto a un tratto, si rivelano i padroni dell’albergo che rifiutano, sdegnosi, ogni responsabilità sul furto nella camera del ricercatore; la triste processione di denunce, per ambasciata e commissariato, è accompagnata dall’osservazione sul campo del malessere e dell’incredulità dei cittadini inglesi. Eppure sembra sia prassi. Capiamo infine che l’ultimo lembo di Africa Nera è la nostra Italia.

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