Roger A. Pielke Jr.
Scienza e politica. La lotta per il consenso
Fondazione Sigma – Tau, Edizioni Laterza GLF
pp 144, euro 14,00
I miti sulla obiettività e sulla imparzialità della Scienza vanno via via crollando. Gli scienziati, scontrandosi con la complessità dei fenomeni, ammettono sia pur mal volentieri di non detenere più la vera verità sul funzionamento del mondo. A sua volta R. Pielke mette in evidenza, nel suo libro, il rischio che la scienza abitualmente intesa come sistematico perseguimento della conoscenza sia diventata, in realtà, uno strumento al servizio della politica, e presenta numerosi esempi di come differenti gruppi sociali se ne servano per perseguire i propri interessi.Infatti, la presenza crescente degli scienziati nei dibattiti politici dimostra che schieramenti contrapposti vogliono una scienza che si schieri dalla propria parte e che legittimi le proprie richieste soprattutto nelle condizioni di incertezza, cioè in situazioni in cui la scelta tra alternative possibili è fondata su elementi ambigui. In questi casi, i vari schieramenti chiedono agli scienziati di suggerire ai responsabili (i policy makers) gli elementi per preferire una determinata azione in un campo specifico (policy). Queste azioni, però, sono necessariamente soggette a contrattazioni politiche (politics) e, chiudendo il circolo, la scienza nella sua complessità offre risultati tanto incerti e diversificati da poter essere utilizzati a sostegno di politiche contrapposte.Sempre più spesso, inoltre, scienziati si pronunciano su sistemi di valori non necessariamente supportati da conoscenze. Per esempio, esprimono pubblicamente opinioni sulla liceità o non liceità dell’aborto, sulla utilità o sulla non utilità di effettuare screening sulla popolazione femminile di una certa età per prevenire il cancro alla mammella, sulla utilità o non utilità di ridurre le emissioni di gas per contrastare l’effetto serra sul pianeta, sulla efficacia o non efficacia della ricerca sulle cellule staminali, e così via. In un settore completamente diverso, la necessità di scegliere in condizioni di incertezza ha politicizzato un altro tipo di informazioni che hanno portato ad azioni di grande rilevanza pubblica (policy): in particolare, le informazioni prodotte dai servizi di Intelligence che, nell’America del dopo 11 settembre, sono state utilizzate per giustificare posizioni o decisioni già prese sulla “inevitabile” guerra contro l’Iraq. Ancora negli stati Uniti, il dibattito connesso alla pubblicazione, de “L’ambientalista scettico”, un testo di B. Lomborg che minimizzava l’effetto delle emissioni di gas sui problemi dell’ambiente, ha dimostrato quanto gli scienziati siano disponibili a politicizzare essi stessi le loro conoscenze. Questo atteggiamento si fonda su un “modello lineare”, secondo cui la scienza può e deve produrre esiti politici (magari per ottenere finanziamenti), ma questi vincoli reciproci limitano indiscutibilmente il valore dei contributi positivi che gli scienziati possono dare per lo sviluppo di una policy. Quale può essere, allora, il ruolo degli scienziati in una società civile? Pielke suggerisce quello di “onesti mediatori”, cioè di competenti capaci di aumentare il patrimonio di informazioni a disposizione dei policy makers e di suggerire alternative possibili alle policy consolidate. Il modello lineare che tende a presentare la scienza come imparziale può essere abbandonato, e la comunità scientifica può collaborare alle decisioni di policy assumendosi delle responsabilità. In altre parole, gli scienziati dovrebbero saper vedere gli sviluppi concreti delle loro conoscenze, e interrogarsi sui tipi di azioni e sulle alternative suggerite dalle loro conoscenze specifiche. Inoltre, al di là della semplice comunicazione, o della promozione di azioni ritenute ottimali, la scienza dovrebbe suggerire il modo più adeguato di collegare le informazioni ai contesti, sostenendo le alternative di policy compatibili con le conoscenze acquisite.





