La vulnerabilità dell’Atlantico

Negli ultimi anni la quantità di pesce nell’Oceano Atlantico è diminuita drasticamente ma la causa non è solo la pesca eccessiva. Nell’ambito di un incontro avvenuto a Londra, i biologi marini del Royal Society affermano che i cambiamenti climatici provocati dal surriscaldamento globale del pianeta, sono fattori determinanti nell’ecosistema marino e possono regolare la dinamica delle popolazioni dei pesci. Il biologo marino Gregory Beaugrand del Sir Alister Hardy Foundation, insieme al suo team di ricercatori, dopo aver analizzato le variazioni in abbondanza di plancton in alcune zone dell’Oceano Atlantico del nord, hanno appurato che i fattori determinanti la quantità di plancton sono molti tra cui la temperatura, le correnti marine e i venti. I pesci di taglia mediogrande come il merluzzo sono notevolmente influenzati dalla concentrazione del plancton, perciò se quest’ultimo tende a diminuire anche le popolazioni dei pesci subiranno una variazione quantitativa. Tale scoperta sarebbe supportata da un evento avvenuto in passato nel Mar Baltico, vicino Terranova, dove la popolazione di aringhe e di merluzzi subirono una drastica diminuzione nonostante i limiti imposti alle attività di pesca. “Il nord Atlantico è particolarmente vulnerabile alle fluttuazioni naturali”, sostiene Michael Heath, biologo del laboratorio di ricerca marino di Aberdeen. Il problema sostanziale rimane comunque la mortalità dei pesci che purtroppo è molto alta e tende ad aumentare nel tempo. “È necessario diminuire l’attività di pesca”, afferma Colin Brannister del centro governativo britannico per l’ambiente, “trovando soluzioni sempre più sostenibili dal punto di vista ambientale”. (m.z.)

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