L’arte italiana dell’imbalsamazione

Il nome di Gian Battista Rini è pressoché sconosciuto persino alle fonti più autorevoli. Nemmeno l’Enciclopedia Treccani ne fa il sia pur minimo cenno. Eppure, medico ed imbalsamatore, Rini ebbe lo spirito e le attitudini dello scienziato e mise a punto un procedimento geniale ed innovativo per permetterci di restituirci i volti, ancora in perfetto stato di conservazione, di personaggi vissuti circa duecento anni fa; ribelli del tempo: briganti e carbonari, spesso accomunati da quella spinta al cambiamento sociale e politico che ne faceva soggetti pericolosi e temuti, da tenere ai margini della collettività.

Nato a Salò, nel Bresciano, nel 1795, Giovan Battista Rini si laureò in medicina a Pavia, e dopo una breve carriera ospedaliera a Milano si ritirò nella città nativa dove perfezionò la tecnica della “pietrificazione”, emulando il metodo di un suo illustre predecessore, Girolamo Segato. Oltre ai reperti “pietrificati”, la collezione di Rini consta di alcuni preparati “a corrosione”, privati dei tessuti cutanei e sottocutanei al fine di porre in evidenza alcuni dettagli anatomici. All’epoca le preparazioni anatomiche erano fondamentali per la didattica e la ricerca medica, dal momento che non esistevano celle frigorifere e i corpi si disfacevano piuttosto rapidamente. Rini, usando anche i corpi dei briganti uccisi, che qualcuno mise a sua disposizione (per poterne poi esporre in pubblico le teste mozzate, a monito) e, seguendo appunto le orme di Segato, mise a punto una sua tecnica di conservazione. E, quando si spense, nel 1856, portò con sé tutti i suoi segreti.

Segreti che oggi in parte sono stati svelati da uno studio italo-tedesco coordinato dall’antropologo Dario Piombino-Mascali, ricercatore dell’Accademia Europea di Bolzano (EURAC). Alcune sue opere conservate nell’ospedale di Salò sono state sottoposte a indagini scientifiche e verranno presto esposte all’interno del Museo Civico di Salò. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sul sito della rivista Clinical Anatomy. “Purtroppo non è rimasta traccia degli appunti con la formula chimica”, spiega Piombino-Mascati, “ma le indicazioni radiologiche permettono di stabilire che il medico immergeva e iniettava i propri preparati con una miscela di sostanze conservative al fine di essiccarli o indurirli, presumibilmente a base di metalli pesanti. Da alcuni inventari compilati all’indomani della morte di Rini sappiamo inoltre che possedeva dell’arsenico, un materiale spesso usato per imbalsamare”.

Rini viene considerato anticipatore di Gunther von Hagens, l’anatomopatologo tedesco (classe 1945) inventore della “plastificazione”, un procedimento che permette la conservazione dei corpi umani tramite la sostituzione dei liquidi con dei polimeri di silicone, tecnica che rende i reperti organici rigidi e inodori, mantenendo inalterati i colori. Hagens oggi fa molto discutere con la sua mostra itinerante BodyWorlds di cadaveri trasformati in opere d’arte, che sembrano però riscuotere un certo successo di pubblico (tra l’altro, alcune scene del film Agente 007 – Casinò Royale sono state girate in uno dei suoi allestimenti). Un successo che ha forse sostenuto l’idea di fare della collezione Rini il nucleo espositivo del nascituro Museo Civico di Salò.

Il “pietrificatore” di Salò, come gran parte dei suoi predecessori, non divulgò dunque mai i dettagli del suo metodo, che rientra in una tradizione tutta italiana. Il primo di questi studiosi fu un controverso personaggio: Raimondo di Sangro (o de Sangro), VII principe di Sansevero (Torremaggiore, 30 gennaio 1710 – Napoli, 22 marzo 1771), esoterista, inventore, anatomista, militare, alchimista,massone, letterato e accademico italiano, grande di Spagna e sedicente discendente di Carlo Magno, che vi si dedicò pare senza molti risultati, pur avendovi investito notevoli risorse di tempo e danaro.

Quasi un secolo più tardi, Girolamo Segato (1792-1836) fu il più importante “pietrificatore”. Nativo di Sospirolo, nel bellunese, il 13 giugno 1792, fin da ragazzo iniziò a studiare e a collezionare oggetti naturalistici raccolti durante le sue camminate sulle Dolomiti. Imbarcatosi più tardi per l’Egitto, si trovò ad esaminare e studiare numerose mummie, arrivando ad elaborare alcune personali teorie sul processo di mummificazione a cui erano state sottoposte. Così, una volta tornato in Italia, cominciò a sperimentare diverse tecniche per fissare nel tempo le forme corporee. Mediante la sua «mineralizzazione», Segato riusciva a conservare in modo pressoché perfetto i suoi preparati, preservando in alcuni casi anche il colore naturale e l’elasticità dei tessuti. Purtroppo Girolamo Segato portò nella tomba il segreto del suo metodo straordinario. Al di fuori della comunità scientifica, infatti, pochi si resero conto dell’importanza del suo lavoro: accusato di stregoneria, si vide negata ogni richiesta di finanziamento per la sua ricerca. Segato costruì un incredibile tavolo “di carne”, che conteneva alcune decine di preparati pietrificati e incastonati nel legno, e lo offrì al Granduca di Toscana per impressionarlo. Si diffuse ben presto la notizia che Segato conosceva della “magia egizia”.

Ostacolato dalla società del suo tempo, ordinò di distruggere tutti i suoi appunti prima del suo trapasso, che avvenne a soli 44 anni. Si dice che alla sua morte avrebbe rivelato il suo segreto all’amico Pellegrini, soprannominato Pellegro. Oggi molte delle sopravvissute pietrificazioni di Segato si possono trovare nel Museo del Dipartimento di Anatomia a Firenze. Sulla sua lapide sono incise queste amare parole: «Qui giace disfatto Girolamo Segato, che vedrebbesi intero pietrificato,se l’arte sua non periva con lui. Fu gloria insolita dell’umana sapienza, esempio d’infelicità non insolito».

A Segato seguì Giovan Battista Rini, di poco più giovane, e dopo di lui Paolo Gorini (Pavia, 28 gennaio 1813 – Lodi, 2 febbraio 1881) matematico e scienziato italiano, noto soprattutto come preparatore di cadaveri e parti anatomiche, secondo un procedimento segreto da lui stesso inventato e sperimentato, del quale conosciamo per fortuna alcuni dei procedimenti, scoperti nell’archivio delle sue carte: per i suoi preparati utilizzava tecniche diverse, ma la formula di base consisteva in un’iniezione di bicloruro dimercurio emuriato di calce direttamente nell’arteria e vena femorale; dato il numero delle successive iniezioni e delle «disinfezioni», il processo era lungo, costoso ed estremamente tossico per chi lo praticava. Conoscente di Agostino Bertani e di Quintino Sella, patriota convinto, dopo le cinque giornate di Milano dovette riparare per un breve periodo in Svizzera, ove poté continuare i suoi studi di geologia. Rientrato a Lodi, proseguì i propri studi scientifici dedicandosi in particolar modo alla vulcanologia, alla geologia e alla conservazione organica secondo un procedimento di sua invenzione custodito gelosamente sotto segreto.

Nel 1872, ormai noto a livello internazionale per i suoi ottimi preparati anatomici, Gorini venne convocato a Pisa per attendere alla preparazione della salma di Giuseppe Mazzini. L’invito rivoltogli dall’amico Agostino Bertani, tuttavia, non poté portare ai risultati sperati. Mazzini era spirato da due giorni quando il Gorini giunse a Pisa e non si poté far altro che fermare il processo di decomposizione già avviato. Gorini stesso non disse mai di aver pietrificato Giuseppe Mazzini, ma di averne soltanto «disinfettata» la salma, fermando così l’avanzare della putredine. Il corpo così preparato venne poi tumulato a Staglieno, dove ancora riposa. Diversa la sorte di Giuseppe Rovani (noto romanziere e critico teatrale lombardo) che, mancato nel 1874, venne mummificato dallo scienziato e dopo una lunga processione per le vie di Milano, così perfettamente conservato, venne tumulato presso il Cimitero Monumentale.

Nel 1876 Gorini conquistò una notevole popolarità perfezionò il progetto del primo forno crematorio detto Crematorio lodigiano o goriniano che venne realizzato nel 1877 a Lodi, nel cimitero della frazione Riolo, e successivamente nel cimitero di Milano e in quello di Londra.

A quella invenzione pervenne quasi per caso. Il 9 aprile 1872, mentre teneva al fuoco due piccoli crogiuoli ripieni di materia vulcanica, gli sovvenne di un fatto curioso che più di una volta gli era occorso di osservare, «cioè che gli insetti i quali per accidente erano caduti nel liquido vulcanico incandescente, appena che lo toccavano scomparivano risolvendosi in una lucente fiammella». Da un fegato che aveva in laboratorio, da destinare a una delle solite preparazioni, tolse due frammenti e li buttò nei crogiuoletti pieni di materia vulcanica in fusione. Accadde il previsto: appena a contatto del liquido incandescente i pezzi davano origine a una splendente fiammella e si disperdevano in seno al liquido senza lasciare alcuna traccia.

I cimiteri erano veri ricettacoli di infezioni e poteva essere provato, grazie alle nascenti discipline della batteriologia e della microbiologia, “che il processo della decomposizione poteva causare l’inquinamento dell’acqua e dell’aria nelle aree circostanti i sepolcri”. L’invenzione di Gorini fu veramente rivoluzionaria; tuttavia, gli procurò numerosi nemici. Fra i molti detrattori spicca soprattutto il nome di Paolo Mantegazza, celebre medico e antropologo, cattedratico a Firenze. E se la rivista L’Amico Cattolico lo definì pirronista (scettico) e materialista, le monache di S. Anna gli rifiutarono la permanenza nella casa dove egli abitava e nel 1882 si opposero alla proposta della Giunta municipale di posare sullo stesso edificio la lapide commemorativa dello scienziato. In Italia la cremazione venne approvata e concessa nel 1888 e i Comuni furono obbligati a cedere gratuitamente l’area necessaria alla costruzione dei crematori. Nonostante la città di Lodi gli avesse dedicato una via sin da quando era ancora in vita, Paolo Gorini morì in povertà, nel 1881. Sempre a Lodi, in Piazza Ospitale, è stato eretto a memoria dello scienziato un monumento. Ogni anno la Società di Cremazione di Lodi e il Centro di Documentazione «Paolo Gorini» ricordano con una cerimonia pubblica la figura di questo patriota e ricercatore.

Efisio Marini, nato a Cagliari nel 1835 e morto a Napoli il 10 settembre 1900 riusciva a pietrificare addirittura il sangue. È curioso l’aneddoto che racconta come, venuto in possesso del sangue di Giuseppe Garibaldi raccolto sull’Aspromonte, lo solidificò e lo plasmò facendone un medaglione che poi regalò a Garibaldi stesso, il quale lo ringraziò con lettera ufficiale. Pur essendo divenuto celebre grazie alle sue pietrificazioni (ci resta in particolare una mano di giovane fanciulla perfettamente conservata all’Università di Sassari), Marini era ossessionato dal mantenere segrete le sue formule, e finì la sua vita in povertà, circondato dalla sua collezione anatomica, evitato da tutti per via della sua paranoia.

Altro grande imbalsamatore fu il palermitano Alfredo Salafia (1869-1933), che mise a punto un metodo di conservazione della materia organica basato sull’iniezione di sostanze chimiche. Dopo aver applicato a lungo il proprio sistema per esperimenti tassidermici, nel 1900 ttenne il permesso di sperimentare il composto su cadaveri umani presso la Scuola Anatomica del professor Randaccio. La perfetta conservazione dei corpi suscitò presto ammirazione ed interesse, così due anni dopo Salafia venne convocato per restaurare il corpo di Francesco Crispi, imbalsamato a Napoli, ma giunto a Palermo in condizioni di conservazione precarie. Tra l’altro, nel 1910 Salafia venne convocato a New York per effettuare delle dimostrazioni del proprio metodo presso l’Eclectic Medical College, tutte coronate da uno strepitoso successo. Il suo caso più celebre di imbalsamazione fu la piccola Rosalia Lombardo.

Un caso singolare fra i pietrificatori fu quello di un altro palermitano, Oreste Maggio (1875 –1937), nipote di Salafia nonché medico, oftalmologo, ostetrico, tisiologo, psichiatra e pediatra, ma anche farmacista, chimico,medico condotto e imbalsamatore “di famiglia”. Anche Maggio mise a punto una sua tecnica di iniezione di sali minerali per conservare i reperti anatomici. Eppure, ad un certo punto, decise di interrompere le sperimentazioni e distruggere la sua formula per dedicarsi esclusivamente ai vivi. All’origine di questa drastica inversione di rotta ci sarebbe stata una vera e propria crisi mistica: cattolico praticante, Maggio era rimasto impressionato dal celebre verso della Genesi “polvere sei e in polvere ritornerai”, ed era arrivato alla conclusione che impedire il disfacimento della carne andava contro i precetti divini. Ultimo dei grandi pietrificatori italiani fu Francesco Spirito (1885-1962), medico e presidente dell’Accademia dei Fisiocritici di Siena, che tutt’oggi conserva la collezione dei suoi preparati. Spirito fornì i dettagli della sua tecnica complessa e delicata in occasione di una lettura accademica: il suo “segreto” era in una soluzione di silicato di potassio, grazie alla quale “la massa assume un aspetto ed una consistenza lapidea che con l’evaporazione diventa una massa vetrosa trasparente”. 

Waldimaro Fiorentino è giornalista.

Credit immagine a EURAC

Questo articlo è stato pubblicato con il titolo “Mummie, una tradizione italiana” sul numero di giugno di Sapere. Ecco come acquistare una copia della rivista o abbonarsi on line. 

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