La maternità, la cura e la capacità di alleviare momenti di sofferenza nella vita delle persone sono elementi che hanno caratterizzato fin dalle origini la presenza femminile nel mondo. Come questo sapere si sia gradualmente trasformato in conoscenza scientifica lo racconta Daniela Minerva, giornalista e saggista, da sempre professionalmente interessata a mettere in evidenza il ruolo delle donne nella cultura e nella società. Il suo libro documenta come la scienza e la pratica medica al femminile si siano evolute nel corso dei secoli, e si siano affermate superando difficoltà familiari, sociali ed economiche via via diversificate ma sempre presenti nelle società gestite dal potere maschile.

Il sapere dell’esperienza
Quello che le donne sanno e fanno, nei tempi antichi, non risponde a un sapere formalizzato ma nasce dall’esperienza, si trasmette oralmente, si modifica con le pratiche di vita, si adatta ai cambiamenti sociali: i riconoscimenti arriveranno a distanza di secoli. In realtà la graduale trasformazione di un sapere empirico in una conoscenza scientifica avviene anche nel mondo maschile, ma trova in questo una molteplicità di supporti istituzionali e di riconoscimenti formali che ne consentono una strutturazione concettuale via via meglio definita. Anche la medicina ippocratica fondava la sua teoria degli umori su osservazioni interpretate alla luce di un pensiero filosofico astratto che garantiva l’autorevolezza delle prognosi ma, per esempio, un analogo patrimonio di conoscenze femminili in erboristeria non è mai stato formalizzato né accettato come riferimento culturale.
La medicina folklorica
Minerva analizza nel tempo l’evolversi di uno specifico sapere femminile, fondato in primo luogo sull’osservazione di piccole o grandi differenze nel quotidiano svolgersi dei fenomeni, a cominciare da ciò che episodicamente o ciclicamente avviene nel proprio corpo. Questo accumulo di conoscenze “per somiglianze e differenze” permetteva lo sviluppo di cure basate su saperi trasmessi oralmente; si ipotizzavano correlazioni o relazioni di causa-effetto che potevano essere alterate da impreviste evenienze ambientali ma che si fondavano su una empatica vicinanza con la natura delle cose. Si interpretavano così benesseri o malesseri procurati dall’aver fatto (o mangiato!) qualcosa contrario ad un non ben definito ordine naturale, cercando spiegazioni empiriche per ciò che andava in modo diverso da come era sempre andato. Minerva chiama questo sapere “medicina folklorica”, un misto di fantasie, analogie cosmiche, invenzioni, osservazioni episodiche, empatie… che può ritrovarsi, spesso travestito da spiritualità naturalistica, in tanti prodotti della medicina omeopatica di oggi.
Sapere delle donne e maternità
Una delle parti più interessanti del libro descrive come l’esperienza condivisa dalle donne sulla maternità, dal concepimento al parto alle prime cure parentali, si strutturi e si trasformi gradualmente in conoscenza ostetrica e poi ginecologica, con o senza il supporto dei medici maschi. L’originaria e fisiologica esperienza delle anziane nella cura delle donne in gravidanza e poi nel momento del parto si evolve nel tempo attraverso difficoltà sociali e culturali, ma conquista gradualmente diritti e riconoscimenti trasformandosi da sapere puramente esperienziale in conoscenza elaborata sperimentalmente condivisa, accreditata e accettata socialmente. Il sapere femminile non si limita alla cura della maternità: la curiosità e la esperienza delle donne riguarda aspetti di erboristeria e di chimica che oggi chiameremmo farmaceutica: una conoscenza fitoterapica interessata ad alleviare sofferenze ma anche a sviluppare una varia e complessa produzione cosmetica. Nell’antica Roma, Catone pensava che tutte le donne fossero avvelenatrici: questo può essere visto come un oltraggio sprezzante, ma anche come un velato riconoscimento di capacità e conoscenze appannaggio delle signore romane.
Le donne medico nel Medioevo
Minerva espande la documentazione storica e la sua analisi anche alle strutture sociali dei paesi che già nel Medioevo (secoli XII e XIII) aprono gli accessi alle facoltà di medicina universitaria. Troviamo donne medico in Francia e nella Spagna islamica, ma grande importanza nell’emancipazione culturale e nell’accesso al sapere delle donne hanno le comunità religiose. Proprio nei conventi le ragazze aristocratiche ma senza dote possono sviluppare le loro capacità intellettuali, dedicarsi ad aspetti di ricerca, a studiare ed anche a raccogliere in libri le loro personali esperienze. L’attività assistenziale e la cura degli infermi diventa infatti una delle funzioni specifiche dei monasteri e dei conventi. Qui, nelle terapie, venivano mescolati farmaci, preghiere, esorcismi, decotti e formule rituali. Ma qui le donne possono anche raccogliere il loro sapere scrivendo memorie, dando informazioni sulla loro esperienza, spesso in forma disordinata e confusa, oppure raccolta in manuali dove vengono descritte con competenza esperienze e conoscenze ginecologiche destinate probabilmente ad altre donne. Si diffonde così un sapere delle donne per le donne, centrato su problemi specificamente femminili, ma aperto anche a consigli di buona sopravvivenza, con pratiche igieniche e terapie utili nelle più comuni malattie dell’epoca.
Dai conventi al popolo
Minerva cita le opere di diverse autrici di testi medici ma, a parte i loro nomi spesso fittizi, è importante ricordare come gradualmente il loro sapere medico sia uscito dal chiuso dei conventi e si sia diffuso all’inizio negli strati sociali più alti, e poi tra il popolo minuto, sempre più bisognoso di informazioni e di autonomia sanitaria. Perché i medici erano costosi e soprattutto spesso ignoranti delle problematiche patologiche specificamente femminili.
Lo spettro dell’Inquisizione
Nel 1600, per contrastare l’autorità di Lutero che predicava l’indipendenza dalla chiesa papista, la Controriforma si preoccupò di imporre il suo potere condizionante sul pensiero scientifico. Galileo fu costretto ad abiurare, certo, ma centinaia di donne furono perseguitate, torturate e bruciate per aver utilizzato, spesso a fin di bene, le loro terapie medicamentose. La Santa Inquisizione rese impossibile la diffusione palese delle conoscenze e le ritrasformò in pratiche occulte, combattendole come magia nera e impedendo il confronto e la condivisione tra eventi terapeutici e risultati ottenuti.
Sfidare il conformismo
Nei secoli successivi il conformismo sociale rese ancora più difficile l’accesso delle donne alla cultura universitaria, che salvo alcune testarde eccezioni era riservata prevalentemente alla scienza medica maschile. L’istruzione veniva considerata socialmente un inutile rischio, eventualmente da praticare all’interno delle proprie abitazioni, in luoghi protetti come alcuni salotti tenuti da intellettuali ma certo non in luoghi pubblici, e per avervi accesso bisognava sfidare convenienze e autorità costituite. Le eccezioni sono state veramente poche, e solo l’utile conoscenza delle erbe, il contatto con la natura, l’amorevole assistenza ai derelitti potevano placare i timori della società nei confronti delle nuove pretese cultuali. Solo alcune donne, con grande determinazione e con la protezione e la benevolenza di qualche luminare, potevano avere la possibilità di studiare, accedere a una qualifica e svolgere una professione certificata da un titolo di studio universitario.
Donne testarde
Ricordare al giorno d’oggi la fatica di questa progressiva emancipazione sostenuta dalla diffusione di un pensiero femminista, è particolarmente importante. Le università si aprono, nuove professioni possono essere esercitate da donne che divengono sempre più consapevoli delle loro capacità e dei loro diritti. Minerva racconta negli ultimi capitoli del suo libro le storie delle scienziate che, consapevoli del proprio valore e di quello delle proprie idee, sono riuscite (ancora testardamente) a conquistare un nome e un riconoscimento delle loro capacità professionali.
Giovani scienziate di oggi
Non sono mancate umiliazioni, spiacevoli “distrazioni” da parte dei colleghi maschi, ma oggi la strada sembra aperta e le giovani generazioni di scienziate la stanno percorrendo con disinvoltura, competenza e coraggio. Emergono capacità e modi di pensare originali, ancora penalizzati dalla distribuzione maschile dei finanziamenti, dalla difficoltà di emergere in un contesto dove è ancora difficile raggiungere posizioni dominanti. Ma le ragazze – le donne – hanno ormai invaso università, ospedali, centri di ricerca, modificando sistemi gerarchici tradizionali e offrendo sguardi nuovi su professioni indispensabili alla società di oggi.
Esiste la scienza al femminile?
Implicita in tutto il pensiero di Minerva resta la domanda chiave che sostiene la cultura di genere, la stessa possibilità di esistenza per una scienza al femminile. Ci sono effettivamente delle differenze tra il modo di conoscere maschile e quello femminile? Scienziati e scienziate, medici e mediche usano criteri diversi nell’osservazione e nella conoscenza dei fatti, nell’intravvedere relazioni causali tra eventi anche lontani nel tempo? Non ci sono attualmente risposte definitive ma è importante che sempre siano lasciati aperti spazi per modi di conoscere differenti e che siano rese accessibili a tutti le risorse e le possibilità di vita offerte dal mondo.
Credits immagine: National Cancer Institute su Unsplash





