L’arte della memoria sfrattata da Auschwitz

Auschwitz

Il memoriale in onore delle vittime italiane di Auschwitz-Birkenau, costruito col contributo di movimenti, partiti, associazioni e sindacati di sinistra italiani, fu inaugurato nel 1980 nel blocco 21. Fu concepito dall’ANED (Associazione nazionale ex-deportati) e sviluppato dallo scrittore Primo Levi. Gli architetti che ne curarono il progetto, il collettivo BBPR (autori della celebre Torre Velasca, ndt), avevano preso parte alla resistenza; due di loro, Gianluigi Banfi e Lodovico Belgiojoso, erano stati deportati nel campo di Mauthausen-Gusen, dove Banfi morì. Parteciparono all’ideazione anche il musicista Luigi Nono e il regista Nelo Risi.

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Il Memoriale degli Italiani ad Auschwitz prima dello smantellamento.

Il Memoriale degli italiani ad Auschwitz era una spirale che invadeva lo spazio del blocco senza toccarne i muri, perché “sporchi del sangue delle vittime”.

Il visitatore attraversava la spirale grazie a una passerella in legno, che evocava i binari dei treni della morte. Un “tunnel senza fine”, lungo 80 metri. La struttura a chiocciola era formata da una tela continua, dipinta da Pupino Samonà, che narrava, senza parole né retorica, la nascita, lo sviluppo e la fine del nazi-fascismo e dell’Olocausto. Le leggi razziali, le deportazioni, lo sfruttamento della schiavitù dei lager da parte dei grandi gruppi industriali tedeschi, la Shoah, il ruolo della Resistenza nella Liberazione, tutto era evocato sulle tele: senza pietre né statue, immergeva il visitatore in una visione potente, solenne e pedagogica.

L’abbandono progressivo del memoriale

Dopo la caduta del muro di Berlino, la restaurazione capitalista in Polonia e il tramonto del Partito Comunista italiano, il Memoriale era divenuto sempre più intollerabile agli occhi dei rappresentanti politici di Roma e Cracovia, vittima, come molti altri simboli, dei revisionismi sulla resistenza e sul marxismo. Così, dal 2007, dopo un decreto legge molto vago del governo Prodi, si cominciò a parlare del “restauro”, grazie a una donazione di 900 000 euro.

Aspettando quella sorte incerta, il Memoriale fu progressivamente abbandonato. Dietro il decreto ministeriale, secondo alcuni, si nascondeva da un lato la volontà revisionista delle destre italiane e polacche, allergiche ai temi dell’antifascismo, dall’altro quella del Partito Democratico, impegnato nel prendere le distanze con l’esperienza passata dell’eurocomunismo. Uno dei principali problemi del Memoriale era infatti la presenza nelle pitture di Samonà delle silhouette di martiri dell’antifascismo italiano, come Antonio Gramsci, e di simboli come falci e martelli.

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E nel frattempo, in Polonia, qualsiasi riferimento al socialismo era diventato illegale. L’argomento dei detrattori dell’opera era, grosso modo: “il monumento non affronta abbastanza chiaramente il tema dell’Olocausto ebreo” e il suo contenuto non parla abbastanza alle nuove generazioni.

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Le parole scritte da Primo Levi apposta accanto al Memoriale

Rispondendo a questi attacchi molti intellettuali, professori, studenti, ex-partigiani, sindacati si mobilitarono e risposero a quelle critiche, che arrivavano da chi non si sentiva rappresentato dal memoriale, tra cui una parte della comunità ebrea italiana. Accusavano i detrattori del memoriale di volere un’opera alla moda, con effetti speciali e spettacolarizzazione del dramma, ma, soprattutto, senza accenni alle cause profonde del nazifascismo, alla loro natura profondamente anti-internazionalista e anti-operaia, senza riferimento al ruolo degli oppositori a Mussolini in Italia. Soprattutto, senza riferimento alle vittime non ebree dei campi (soprattutto resistenti, nel caso italiano).

Assicurare la sopravvivenza del Memoriale ad Auschwitz

La parola d’ordine era, prima di tutto, di dire no allo smantellamento del Memoriale. In questo contesto, io stesso avevo sviluppato un progetto d’integrazione e protezione dell’opera in collaborazione con il dottorato in Architettura del Consorzio delle Università di Palermo, Parma, Napoli, Reggio Calabria, l’Accademia di Belle Arti di Brera e il Politecnico di Milano. Il progetto era stato chiamato “progetto Glossa XX”. Glossa è la “spiegazione di qualche parola oscura attraverso altre parole più comprensibili”.

Il progetto consisteva in una serie di nastri di ghisa, ottenuti dalla fusione dei binari del treno, che avrebbero accompagnato la spirale originale. Questi nastri in ferro sarebbero stati disposti dietro le spirali, proteggendole come in un abbraccio simbolico. Su questi fasci di ferro sarebbero poi stati incisi fatti e dati storici, scritti, poesie e altri testi legati alla deportazione, in italiano, polacco, ebreo, romaní, incisi contro ogni abbandono e oblio futuro. La sfida era di far sopravvivere il Memoriale nella sua integrità, assicurando la continuità del suo contenuto storico, arricchito con la storia della deportazione dei rom e degli slavi italiani, degli omosessuali, degli handicappati, dei testimoni di Geova, ecc. E contestualizzando l’esperienza comunista in Italia, il suo legame storico con il processo di liberazione e democratizzazione che portò il paese alla repubblica antifascista.

Privilegiare la memoria della Shoah contro le altre anamnesi è uccidere il ricordo stesso del genocidio del popolo ebreo, perché indissociabile da quello degli altri sterminii.

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Il memoriale degli Italiani ad Auschwitz in fase di smantellamento

Il progetto fu presentato alla comunità scientifica durante un congresso internazionale sul tema, a Cracovia, che s’era concluso con la visita ufficiale, il 1° luglio 2011, al Museo di Auschwitz. Quello stesso giorno, senza preavviso né spiegazione il Memoriale italiano fu chiuso del tutto. La chiusura arrivò proprio prima che potessimo presentare il nostro progetto all’Aned, all’amministrazione del Museo e all’Unesco, ente che peraltro non ha mai risposto a nessuna delle nostre interrogazioni ufficiali.

L’intento dell’amministrazione di Auschwitz è stato, da allora, quello di smontare il memoriale. Molti si sono impegnati per far conoscere al mondo l’importanza di quest’opera, cercando di mettere il governo di Roma davanti ai suoi obblighi. Ma senza successo.

Il memoriale è stato così smontato, le tele tagliate, impilate e spedite nel Lazio. Oggi in fase di restauro, è stato re-inaugurato l’8 maggio 2019, in un centro d’arte contemporanea, l’Ex3 (più un hangar che un museo, e quasi inattivo) nella periferia di Firenze. Accanto a un ipermercato.

L’articolo è stato pubblicato in francese su The Conversation. Traduzione a cura della redazione di Galileo.

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