Parkinson, possibile diagnosticarlo dagli occhi?

Un nuovo test effettuato sugli occhi, economico e non invasivo, potrebbe aiutare i medici a diagnosticare il morbo di Parkinson prima dell’insorgenza dei sintomi che solitamente compaiono solo dopo che le cellule del cervello sono state danneggiate

mani parkinson
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(Credits: Bournemouth Borough Council/Flickr CC)

Un nuovo metodo di diagnosi del morbo di Parkinson, basato sull’osservazione di alcuni cambiamenti che avvengono nei nostri occhi, potrebbe fornire uno strumento poco costoso e non invasivo per riconoscere la malattia prima dello sviluppo dei suoi sintomi.

Il Parkinson affligge 1 persona ogni 500, ed è la seconda più diffusa malattia degenerativa nel mondo. “Si tratta di una scoperta potenzialmente rivoluzionaria nella diagnosi e nel trattamento di una delle patologie più debilitanti,” ha spiegato Francesca Cordeiro, autrice principale dello studio, alla BBC News, aggiungendo che questo test permetterebbe di intervenire molto prima e trattare i pazienti con più efficacia. Ad oggi, non esistono infatti TAC al cervello o analisi del sangue che permettano di diagnosticare con certezza il morbo. Tuttavia è già noto un collegamento tra cervello e retina, in particolare i pazienti affetti dal Parkinson spesso soffrono di disturbi quali una ridotta acuità visiva e una visione distorta dei colori.

I ricercatori dell’University College London hanno quindi studiato in laboratorio dei topi affetti da un modello della malattia adattato ai roditori, alla ricerca di segnali della sua presenza, in particolare nella retina degli animali. Tramite l’utilizzo di tecniche di imaging molto avanzate, quali ad esempio la OCT (tomografia a coerenza ottica, viene utilizzata per misurare in vivo lo spessore delle fibre nervose della retina), gli scienziati si sono accorti che c’erano dei cambiamenti osservabili nelle retina dei topi, in generale la presenza di strati meno sottili al suo interno. Questo avveniva prima ancora dello sviluppo dei sintomi veri e propri, che solitamente emergono solo dopo che le cellule cerebrali sono state danneggiate, e che comprendono tremori, rigidezza muscolare e rallentamento dei movimenti.

I ricercatori hanno anche osservato che il nuovo metodo potrebbe essere utilizzato non solo per la diagnosi, ma anche per monitorare come i pazienti rispondono ai trattamenti; durante la ricerca, ad esempio, si sono accorti che gli animali trattati con una nuova versione di un farmaco per il diabete portava a una riduzione del danno cerebrale causato dalla malattia.

Riferimenti: Acta Neuropathologica Communications doi: 10.1186/s40478-016-0346-z

 

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