Circa nove mila decessi all’anno. Più la diffusione di infiammazioni polmonari, tosse, asma e bronchiti che oltre a pesare in termini di salute hanno anche un significativo costo lavorativo: oltre 400 mila giornate andate perse. Sono i numeri dell’inquinamento atmosferico causato da PM10 (particolato fine, agente inquinante composto da particelle del diametro aerodinamico inferiore a 10 µm) e ozono forniti dal nuovo studio “Impatto sanitario del PM10 e dell’ozono in 13 città italiane” condotto dall’Ufficio Regionale per l’Europa dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità (Oms) per conto dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (Apat). E bastano per alzare la soglia di guardia e chiedere il rispetto in Italia, e non solo, dei limiti comunitari alle emissioni atmosferiche e di migliori politiche energetiche. I risultati dello studio sono stati resi noti nel corso del seminario di sanità pubblica su inquinamento atmosferico, traffico urbano ed effetti sulla salute che si è svolto a Roma. Prendendo in esame 13 realtà urbane con più di 200mila abitanti (Torino, Genova, Milano, Trieste, Padova, Venezia-Mestre, Verona, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Catania e Palermo) per un totale di 9 milioni di persone (16 per cento della popolazione nazionale), i ricercatori hanno rilevato un preoccupante impatto delle concentrazioni di PM10 superiori ai 20 microgrammi a metro cubo (mg/m3) sull’incidenza delle malattie cardiocircolatorie e respiratorie. “E’ ormai una certezza la correlazione tra l’aumento del rischio sanitario all’aumentare delle concentrazioni di inquinanti”, spiega Marco Martuzzi, epidemiologo dell’Ufficio Regionale per l’Europa dell’Oms che ha condotto lo studio. “La metodologia applicata combina quattro fattori principali: dati demografici, sanitari e ambientali e le evidenze scientifiche. Se sappiamo che in una certa città le persone sono esposte a un’alta concentrazione di un determinato inquinante, andando poi ad analizzare la situazione sanitaria abbiamo potuto stimare il rischio per la salute e il ruolo nella mortalità”.Tra il 2002 e il 2004, gli effetti a lungo termine i valori di PM10 oltre i 20 mg/m3, limite stabilito dalla direttiva comunitaria 99/30 per il 2010 e proposto dalle linee guida sulla qualità dell’aria dell’Oms, hanno causato una media di 8.220 morti, cioè il 9 per cento della mortalità negli over 30 per tutte le cause, esclusi gli incidenti stradali. Di queste morti, più di 2000 sono dovute a infarto (19,8 per cento), quasi 750 al cancro al polmone (11,6 per cento) e 329 a ictus (3,3 per cento). Oltre ad avere un ruolo importante nei decessi, il PM10 è anche causa di bronchiti, asma, sintomi respiratori in bambini e adulti, ricoveri ospedalieri per malattie cardiache e respiratorie. “E’ interessante notare come questi problemi abbiano costretto gli adulti di età compresa tra 15 e 64 a perdere complessivamente 495 mila giornate lavorative all’anno”, conclude Martuzzi. “E non è da sottovalutare neanche l’impatto pericoloso dell’ozono sulla mortalità e sull’insorgere di vari disturbi alla salute: 516 morti all’anno nelle città italiane, che vanno ad aggiungersi a quelle dovute al PM10”.Un problema di sanità pubblica, quello dell’inquinamento, che chiama sempre più in causa le scelte politiche nazionali ed europee in materia di trasporti e le regole comunitarie. Come messo in evidenza nel seminario, il rispetto della legislazione comunitaria sui limiti delle emissioni inquinanti in atmosfera farebbe vivere più in salute la popolazione italiana. Ciò è possibile contenendo le emissioni dovute al trasporto privato motorizzato e promuovendo il trasporto pubblico, il camminare a piedi o l’andare in bicicletta. Soprattutto se si tiene conto che nel 2005 in Italia molte delle città principali hanno raggiunto i 35 giorni di eccedenza dei 50 mg/m3 già alla fine di marzo e poche avevano rispettato i limiti annuali di 40 mg/m3. “Il secondo Rapporto Apat sulla Qualità dell’Ambiente Urbano”, ha detto durante il seminario Giorgio Cesari, direttore generale dell’Apat, “evidenzia come il PM10 emesso dal trasporto su strada rappresenti la principale fonte di emissione di particolato nelle aree metropolitane italiane. Se a questo si aggiunge che i trasporti su strada sono anche responsabili delle maggiori quote di precursori di particolato secondario, quali ossidi di azoto e composti organici volatili, si capisce l’importanza di efficaci politiche per la riduzione delle emissioni da traffico nelle aree urbane”.





