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Porte aperte agli ogm

di
Nicola Nosengo

Proprio mentre l’Europa apre una porta alle coltivazioni Ogm con l’approvazione da parte del governo inglese della coltivazione di una particolare varietà di mais geneticamente modificato, un rapporto statunitense getta dubbi sulla possibilità di proteggere effettivamente l’agricoltura tradizionale da contaminazioni transgeniche. Lo ha pubblicato la Union of Concerned Scientists, gruppo scientifico indipendente attivo negli Stati Uniti: due laboratori privati hanno analizzato campioni di sementi tradizionali (soia, mais e colza), cercando tracce di Dna provenienti dalle varietà transgeniche coltivate negli Usa.

Al termine dello studio, i laboratori hanno riferito che l’1 per cento dei singoli semi conteneva uno o più sequenze transgeniche, e che nel complesso la metà dei campioni presentavano una qualche contaminazione. Secondo gli autori del rapporto, il problema non è, probabilmente, l’impollinazione incrociata tra i campi, ma piuttosto la difficoltà di tenere separate le sementi modificate da quelle tradizionali in fase di distribuzione.

La preoccupazione della Ucs in realtà non è tanto per le contaminazioni provenienti da sementi modificate per uso agricolo (si tratta d’altronde di valori entro i limiti fissati dall’Unione Europea, che pure vieta la coltivazione estensiva di Ogm e non esistono per ora prove di rischi per la salute umana), ma piuttosto per le coltivazioni, attualmente in fase di sperimentazione, di varietà transgeniche capaci di produrre farmaci (vaccini e anticorpi in particolare) o composti chimici di utilizzo industriale. Qualora queste coltivazioni si diffondessero, infatti, lo stesso livello di contaminazione potrebbe creare seri rischi per la salute. E a questo proposito anche un portavoce della Monsanto si è detto d’accordo sull’opportunità di aumentare gli standard di sicurezza per questo tipo di coltivazioni.

Secondo Giuliano D’Agnolo, direttore del Dipartimento di Biologia Cellulare dell’Istituto Superiore di Sanità e membro della Commissione Interministeriale per le Biotecnologie, questo tipo di rischio non va però sopravvalutato. “Attualmente c’è solo un esperimento in corso, negli Usa, che prevede l’utilizzo di mais per produrre farmaci. In tutti gli altri casi, chi sta facendo sperimentazioni di questo tipo utilizza pomodoro e riso, proprio perché sono autoimpollinanti e si possono coltivare in serra, quindi riducendo al minimo il rischio di contaminazione. Inoltre si è già visto che con queste tecniche si produce una tale quantità di farmaco che una serra basta a soddisfare l’intero fabbisogno mondiale. Non si avranno mai coltivazioni estensive”.

Quanto all’Europa, ricorda D’Agnolo, al momento non ci sono sperimentazioni in campo di questo tipo. Il rapporto della Ucs giunge praticamente in coincidenza con la notizia della prima autorizzazione europea di una coltivazione Ogm: il 9 marzo scorso Margaret Beckett, ministro per l’ambiente del governo Blair, ha annunciato la decisione al Parlamento di approvare la coltivazione di una particolare varietà di mais geneticamente modificato. La decisione arriva al termine di una estesa sperimentazione in campo, durata tre anni, di tre coltivazioni transgeniche (mais, colza e barbabietola) i cui risultati sono stati valutati nel gennaio scorso.

Non si tratta in alcun modo di un via libera agli Ogm su tutta la linea, ha tenuto a sottolineare il ministro. Solo la varietà sperimenta di mais potrà essere coltivata, e solo a condizione che siano rispettate le modalità utilizzate nella sperimentazione. Fumata nera invece per barbabietola e colza, per cui erano emersi potenziali rischi per l’ambiente. La decisione ha scatenato polemiche immediate. Scontata la soddisfazione delle multinazionali biotecnologiche, che vedono aprirsi ulteriori spiragli sul mercato europeo, dopo che nel luglio del 2002 la commissione europea aveva sospeso il bando agli alimenti contenenti Ogm.

Sul piede di guerra invece i gruppi ambientalisti, che temono si tratti solo del primo passo verso una massiccia diffusione delle coltivazioni transgeniche in Europa, e gli agricoltori tradizionali, che temono possibili contaminazioni. Già, perché anche il rapporto dell’Ucs dimostra quanto sia difficile, per i produttori di sementi tradizionali, garantire un prodotto realmente “Ogm free” quando nello stesso paese si coltiva anche il transgenico. In Italia questa garanzia la offrono, avvalendosi della certificazione di un ente terzo, due grandi fornitori, Pioneer e Kws. Una adesione salutata con grande entusiasmo dai gruppi ambientalisti che parlano di “riapertura di una dinamica di libera concorrenza nel settore”.

Ma è davvero possibile garantire la completa assenza di contaminazioni, anche alla luce dei dati presentati dalla Ucs? “In linea di principio è sicuramente possibile quando le coltivazioni avvengano in grandi spazi, come si può fare negli Usa” spiega D’Agnolo. “Se attorno al campo vi sono zone di rispetto di almeno 200 metri si ha la quasi certezza di evitare contaminazioni. Il vero problema è la fase di raccolta. Il tipico coltivatore statunitense possiede enormi proprietà (3000 ettari è la media) il cui raccolto finisce tutto in grandi silos. Da lì le sementi vanno a un grossista, che provvede a setacciarle in grandi impianti. In queste strutture gigantesche una contaminazione è sempre possibile, a meno che silos e setacci in questione non siano riservati alle coltivazioni Ogm, il che si ripercuote inevitabilmente sui costi”.

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