I problemi nascosti dello screening per il tumore alla prostata

Richard J.Ablin con Ronald Piana

Il grande inganno sulla prostata. Perché lo screening con il PSA può avere gravi conseguenze per milioni di uomini

Raffaello Cortina Editore 2016, pp 280, Euro 24.00

Prefazione di Roberto Satolli

Voler sapere o non voler sapere, informarsi o no, fidarsi o no, prevenire o intervenire, aspettare o operarsi subito… Quando i primi accertamenti lasciano supporre la presenza di un tumore, prendere una decisione è sempre estremamente difficile. Gli specialisti spingono verso una diagnosi precoce, descrivono l’efficacia di qualche modernissimo intervento. Contemporaneamente le proprie paure si alimentano con quelle delle persone care, i consigli degli amici spingono ad affrontare coraggiosamente la situazione, eppure…

Richard J.Ablin, professore di immunopatologia alla University of Arizona descrive in questo volume – in collaborazione con lo scrittore e divulgatore Ronald Piana – quello che succede a proposito dell’uso clinico di una sua stessa scoperta: il test del PSA, cioè dell’antigene specifico che si usa comunemente (e a volte impropriamente) per diagnosticare il cancro alla prostata.

La prostata è una struttura in parte ghiandolare e in parte muscolare che si trova, nei maschi, tra la vescica e il pene. Ingrossandosi con l’età, comprime l’uretra provocando una fastidiosa ritenzione urinaria. Basta una analisi del sangue per individuare la presenza dell’antigene in questione e, in base ai valori riscontrati, prenderne atto oppure avviare i processi di una eventuale più approfondita diagnosi.

Secondo Ablin, però, queste indagini sono state strumentalizzate a tutto vantaggio delle strutture che le richiedono e che propongono poi le relative terapie. Il PSA , infatti, rivela nel sangue una proteina specifica della prostata, sia normale che cancerosa, ma non esiste un livello di PSA che possa effettivamente essere indicativo della presenza di un tumore. Inoltre, continua Ablin, le probabilità di ammalarsi aumentano con l’età, ma il test non può distinguere tra un cancro “pigro” e uno “aggressivo”. La possibilità di individuare e caratterizzare questi due tipi di tumore dovrebbe veramente diventare oggetto di indagini e ricerche, evitando così di sottoporre a stressanti terapie persone anziane o già molto malate.

In questo libro, Ablin mette in evidenza due aspetti importanti che lo portano a considerare criticamente la sua stessa scoperta. Il primo riguarda l’immenso e sconcertante business economico che permette all’industria della salute, con tutte le sue ramificazioni, degli introiti da sogno; il secondo riguarda le conseguenze devastanti che accompagnano di solito l’asportazione chirurgica della prostata.

La paura alimenta l’industria del cancro, fondata anche su un atteggiamento sociale in cui la prevenzione viene considerata quasi più importante della terapia. Così, sulla base di valori di PSA leggermente alterati, viene diagnosticato impropriamente un possibile tumore anche per la prostata di uomini giovani, che si lasciano convincere ad avere fiducia nella prospettata guarigione chirurgica. Gli informatori medici, le campagne pubblicitarie, il business dei dispositivi diagnostici,le aziende cliniche e farmaceutiche hanno bisogno di aumentare stabilmente il numero di diagnosi che portano a cure e ad interventi, cioè a soldi. E un sempre crescente flusso di pazienti indirettamente finanzia l’invenzione di nuove modalità tecnologiche, garantisce un certo numero di prestazioni chirurgiche e fornisce i dati statistici relativi al successo dei non sempre necessari interventi.

La documentazione riportata da Ablin permette di gettare un’occhiata sul giro di miliardi che sostiene l’intero complesso politico-terapeutico, di cui alcuni medici sono anche protagonisti involontari. Ma le conseguenze di questo immenso sistema di affari sono pagate dai pazienti operati, che forse hanno perso la paura del cancro ma hanno guadagnato una vita impossibile: incontinenza e impotenza sono una conseguenza molto frequente all’operazione di prostatectomia , e il libro riporta una casistica sconcertante di persone che hanno perduto la loro autonomia e la loro potenza sessuale, costretti a barcamenarsi con protesi e pannoloni. Le cause avviate negli Usa dai pazienti contro le strutture mediche non hanno di solito successo e l’individuo singolo, sia pure bene assistito, non ha modo di farsi valere contro i giganti dell’industria.

Sempre a livello individuale nella società di oggi, la scelta tra prevenzione e cura, tra informazione e fiducia è sempre molto complessa. Le nostre farmacie sono piene di rimedi per ogni possibile malanno, dalle rughe al mal di gola; gli amici consigliano pasticche e sciroppi da cui hanno tratto giovamento; la televisione promuove ogni sera vari fai-da- te terapeutici… Ma bisognerebbe forse imparare, come Ablin suggerisce, a individuare il fiume di denaro su cui galleggiano le tante piccole “protesi” contro ogni malessere.

Maria Arcà

Maria Arcà ha svolto ricerche in Biologia Molecolare presso l'Università e il CNR di Roma. Dagli anni 70 si è interessata ai problemi cognitivi ed epistemologici dei bambini; ha svolto attività di aggiornamento per insegnanti della scuola di base, ha pubblicato articoli e testi in Italia e all’estero.  Nel 2000, ha partecipato alla Commissione De Mauro per la definizione dei curricoli di scienze e, nel 2012, alla revisione delle Indicazioni Nazionali per il Curricolo.

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  • Premesso che il PSA sembra essere un fattore di predizione - volendo essere generosi - non molto affidabile, mi pare, da quanto ho letto, che questo libro sia autentica monnezza, che però farà fare un sacco di soldini a quei due furboni, Ablin e Piana, attingendoli dai borsellini di tanti sprovveduti!

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