Francesca Bottari, Fabio Pizzicannella
I beni culturali e il paesaggio. Le leggi, la storia, le responsabilità
Zanichelli 2007, pp. 368, euro 32,50
Quando si è iniziato a pensare in termini di Beni Culturali? È vero che nel Medioevo non ci si curava della conservazione dei monumenti antichi? Cosa successe all’epoca delle spoliazioni napoleoniche e perché non tutto ciò che era stato razziato tornò in Italia? Quando sono nate le Soprintendenze? A tutto questo e a molto altro ancora risponde con dovizia “I Beni culturali e il paesaggio”, libro utilissimo per orientarsi all’interno delle complessissime vicende relative alla conservazione del patrimonio culturale nel Bel Paese.
I due autori, di differente formazione, hanno posto le proprie competenze al servizio del testo appena pubblicato. Francesca Bottari è una storica dell’arte medievista, autrice di saggi su grandi artisti del barocco romano quali Borromini e Bernini, con una grande propensione per la didattica, frutto dell’esperienza di insegnante di storia dell’arte e catalogazione dei beni culturali in un Liceo Artistico della capitale e presso la Ssis Lazio, nonché quella della redazione di guide e audioguide divulgative su tutto il territorio nazionale. Fabio Pizzicannella, invece, è professore di filosofia nelle scuole secondarie, con uno spiccato senso di managerialità che lo ha portato a divenire consulente e formatore per vari enti pubblici. Con la Bottari condivide l’esperienza delle guide divulgative e quella della didattica storico-artistica presso la Ssis Lazio che forma i futuri insegnanti italiani.
I due, già coautori de “L’Italia dei tesori”, pubblicato sempre da Zanichelli nel 2002, avevano realizzato con il primo testo un manuale didattico ideato per le scuole superiori, poi adottato anche negli atenei universitari, nei master e nei corsi di riqualificazione del Ministero dei Beni Culturali. In quel caso il volume, oltre a trattare la legislazione dei beni culturali in Italia, la museologia, la catalogazione e la tutela del patrimonio, si spingeva fino a qualche sortita sul restauro e il mercato dell’arte.
Per quanto invece riguarda “I beni culturali e il paesaggio”, come afferma Bottari, “questo è un testo specialistico che nasce per una circolazione universitaria e per chiunque voglia accostarsi al mondo del patrimonio culturale e ambientale, con un taglio scientifico e giornalistico. Lo scenario è vasto ma tecnico: normativa, storia della tutela, organizzazione del ministero, circolazione nazionale e internazionale, rapporti tra enti (statali, locali, privati, Santa Sede, Unesco, ecc). In comune con l’altro, anzi in modo più specifico di quello, ogni tema porta con sé esempi, illustrati nelle schede sottostanti. La disciplina è insomma “applicata”, resa attiva e viva”.
È quindi sull’onda del successo editoriale del testo del 2002 che si è avuta la spinta necessaria per la redazione del secondo: sta di fatto che ora esistono due libri che tentano di colmare un vuoto fino a ora esistente, che risultava sempre più evidente anche a causa della continua proliferazione di corsi sui beni culturali e simili. Indirizzi universitari su cui persistono polemiche, riguardanti la loro vera utilità, dal momento in cui il lavoro nelle soprintendenze italiane è sempre più una chimera di un ministero che non assume da anni, e se lo fa questo accade solo per profili connessi alla vigilanza, quasi non ci fosse bisogno di addetti culturali! È pur vero, però, come precisa ancora Bottari, che è aumentato il ventaglio di possibilità di impiego dello storico dell’arte che oggi può essere catalogatore, guida turistica, organizzatore di eventi, museologo, insegnante, senza tralasciare il lato meno umanistico del settore, ma altrettanto fondamentale per la conservazione, che conduce alle professioni di restauratore, biologo, chimico ecc. Per tutte queste figure professionali è imprescindibile una formazione a tutto tondo in materia, che comprenda anche la disciplina storico-legislativa.
Il libro appena edito, caratterizzato da una veste grafica e da un impaginato che tanto ricordano i manuali scolastici e corredato di miriadi di foto in bianco e nero che illustrano praticamente tutto ciò che viene citato, presenta una tripartizione che divide la trattazione in tre grandi capitoli tematici: le definizioni, la storia, la legislazione. È così che i lettori hanno a che fare dapprima con le classificazioni del sistema e con le analisi di parole come patrimonio, tutela, valorizzazione (le cui aree peraltro sono ben riassunte in specchietti schematici); poi possono ripercorrere le tappe storiche che permettono di comprendere cos’è successo nel nostro paese dall’antichità ai giorni nostri e come si è passati da un’età in cui si distruggevano le vestigia storiche per costruire il presente a una nuova mentalità che vede nel passato una testimonianza culturale a cui non si può e non si deve rinunciare; infine hanno la possibilità di approfondire quello che è oggi il Ministero dei Beni Culturali, i rapporti con le Regioni, il ruolo della Santa Sede e di organizzazioni internazionali come l’Unesco.
Tutte le sezioni, palesemente redatte da chi con la materia convive quotidianamente, oltre la parte che potremmo definire “manualistica”, offrono un ampio apparato di schede, una sorta di exempla di medievale memoria, dal taglio storico e giornalistico, che aiutano il lettore a capire nel dettaglio come nei fatti si esplica una determinata questione appena trattata nel volume. È così, per esempio, che mentre si discute della nascita della coscienza di tutela, in corrispondenza si trova un dettaglio affascinante riguardante la celebre Colonna Traiana, che già nel 1165, in piena “età buia”, come ancora troppo spesso viene considerato il Medioevo, veniva riconosciuta dal Senato di Roma come un monumento da lasciare ai posteri, in qualche modo donato alla comunità civica, penalizzando chiunque avesse attentato alla sua integrità persino con la pena di morte. Allo stesso tempo si approfondiscono temi poco trattati dai manuali di storia dell’arte: è il caso degli scempi architettonici e dei condoni in aree di grande interesse paesistico, come quello perpetrato ai danni della costiera amalfitana con la costruzione dell’hotel Fuenti negli anni Sessanta e demolito solo nel 1999!
Nelle pagine del testo, inoltre, si può scoprire perché sono ritenute a buon diritto capisaldi della tutela la notifica, atto che permette di limitare la libertà di un privato su un opera considerata di pubblica utilità, o la prelazione, che dà la possibilità allo Stato prima che ad altri di acquistare un bene. Si entra così in contatto con i singoli passi che hanno permesso di salvare (anche se non sempre è riuscito) tutto quello che ancora oggi ammiriamo nelle nostre città e che tutto il mondo ci invidia.
Il libro, va detto, ha una forte connotazione romanocentrica, in virtù della grande esemplarità rivestita dalla capitale, ma in parte inevitabilmente dovuta alla formazione dei due autori che peraltro svolgono le proprie attività a Roma. A stemperare questa centralità dell’Urbe contribuiscono in maniera determinante le molte schede su differenti località e monumenti più o meno noti al grande pubblico, scelti sull’intero territorio nazionale, perfettamente recuperabili attraverso un prezioso indice dei luoghi in appendice (da San Salvatore a Brescia a Palazzo Buccelli a Montepulciano, dai grandi centri come Firenze e Ravenna alle piccole realtà comunali quali Labro, Ostuni o le valli astigiane).
Alla fine del percorso offerto da “I beni culturali e il paesaggio” se ne sa davvero di più e in fondo la sensazione è quella di aver attraversato la storia e la geografia italiane, accompagnati dalle bellezze naturali e artistiche del nostro paese, ma anche dalle storture rimaste sotto gli occhi di tutti e da quelle talvolta meglio celate all’attenzione del semplice appassionato. Un testo che anche al di fuori dei contesti didattici, insomma, va tenuto pronto per la consultazione ogni qual volta ci si voglia orientare nel difficile panorama della gestione del patrimonio artistico italiano!





