Adrenoleucodistrofia cerebrale, speranze dalla terapia genica

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(Credits: NIH Image Gallery/Flickr CC)

L’adrenoleucodistrofia cerebrale è una malattia legata a un difetto di un gene del cromosoma X chiamato ABCD1. Colpisce prevalentemente i maschi, causando un accumulo di acidi grassi saturi nel cervello e una perdita del rivestimento protettivo di mielina nei neuroni. Senza la mielina, i neuroni non riescono a condurre efficacemente i segnali elettrici, e questo porta a un crescente quadro di disabilità motoria e cognitiva.

Gli iniziali tentativi di curare l’adrenoleucodistrofia, descritti nel film “L’olio di Lorenzo”, si basavano su un preparato alimentare a base di oli vegetali, che puntava a diminuire la concentrazione nel corpo degli acidi grassi saturi. L’efficacia di questa terapia però è stata messa in discussione, tanto più che nei pazienti già sintomatici non arresta il decorso della malattia.

Dagli anni Novanta, il trapianto di cellule staminali ha portato a dei buoni risultati, permettendo la stabilizzazione dei sintomi entro 6-12 mesi dalla procedura. Ma è necessario trovare un donatore sano di midollo osseo compatibile per evitare di incorrere nella reazione chiamata “graft-versus-host disease” (GVHD), in cui le cellule immunitarie provenienti del tessuto trapiantato attaccano l’ospite. Inoltre, perché sia efficace, il trapianto deve essere effettuato quando la malattia è nelle sue fasi iniziali, altrimenti può addirittura peggiorarne il decorso. Si stima che solo un quarto dei pazienti di adrenoleucodistrofia cerebrale riesca a trovare un donatore compatibile prima che sia troppo tardi.

Ora, una nuova speranza viene dalla terapia genica che, secondo i risultati di un’indagine clinica pubblicati sulla rivista New England Journal of Medicine, ha permesso la stabilizzazione dei sintomi nell’88% dei pazienti due anni dopo il trattamento. La terapia è consistita nel prelievo di cellule staminali dal paziente, successivamente infettate con un lentivirus (un tipo di virus analogo a quello dell’immunodeficienza umana) che inserisce una copia funzionante del gene ABCD1. Le cellule così modificate sono in grado di produrre quantità sufficienti di una proteina, detta ALDP, fondamentale nella decomposizione degli acidi grassi saturi responsabili della perdita di mielina.

Dei 17 soggetti coinvolti nello studio, uno è deceduto in fase preliminare a causa di un avanzamento troppo rapido della malattia, un altro ha trovato un donatore compatibile e si è ritirato dallo studio, ma purtroppo è morto a causa delle complicazioni del trapianto. Tutti i rimanenti pazienti sono sopravvissuti a 24 mesi dall’infusione senza sviluppare disturbi neurologici rilevanti e senza problemi di rigetto o di GVHD.

La terapia genica ha due innegabili vantaggi: provenendo dallo stesso paziente, le cellule staminali non creano problemi di incompatibilità, e non è necessario aspettare un donatore. Tuttavia, per capire se la terapia genica può sostituire il trapianto di staminali da donatore esterno per il trattamento dell’adrenoleucodistrofia sarà necessario valutare la stabilità a lungo termine dei pazienti coinvolti, anche per valutare eventuali effetti collaterali non previsti.

Riferimenti: New England Journal of Medicine

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