HomeSaluteTra tradizione e mercato: alla ricerca del “vero” yoga

Tra tradizione e mercato: alla ricerca del “vero” yoga

di
Marina Marrazzi

Quello di Michele Fabbri e Beatrice Pavasini – un giornalista scientifico e una fotografa insegnante di yoga – è un testo difficile da mettere a fuoco al primo impatto: non è un manuale di tecniche yoga, né un testo scientifico, e neppure un saggio storico o sociologico. O forse un po’ di tutto questo.

Michele Fabbri e Beatrice Pavasini (a cura di), Astanga Yoga. Insegnamento di un maestro indiano contemporaneo, Mimesis 2024 – pp 400, euro 24,00

Se ci si chiede cosa abbia spinto gli autori a cimentarsi in un’opera così ponderosa, ricca e variegata, la prima ovvia risposta è che si tratta di due praticanti così appassionati all’insegnamento e al loro maestro da volerne fare oggetto di analisi approfondita e snodo di riflessione. In qualità di “outsider” hanno dedicato le quasi 400 pagine del testo a illustrarne caratteristiche e derivazioni filosofiche per fornire, di fronte al pullulare delle tante scuole di yoga sorte negli ultimi decenni in occidente, un “robusto sistema di riferimento” a cui rapportare il proprio cammino.

Lo yoga posturale moderno, scrive Michele Fabbri nell’introduzione, è divenuto una merce di consumo di massa, con una domanda e un’offerta in continua crescita in un mercato fortemente eterogeneo e competitivo, e dove anche la figura del maestro, perno centrale nella disciplina tradizionale, ricade nel modello economico vigente. L’intento dichiarato dagli autori? «Proporre con lo sguardo critico fornito dai nostri strumenti di ricerca occidentali [di outsider appunto] l’insegnamento di Jamuna (l’insider) nel contesto dei prodotti che ci vengono offerti sul mercato. E collocarlo con sufficiente precisione nel mutevole e variegato mondo dello yoga che abbiamo davanti».

L’ansia da vero yoga

Tutta la prima parte del testo, una settantina di pagine di introduzione, serve a dare corpo a una prospettiva storica e filosofica entro cui calare l’Astanga yoga, lo “yoga delle otto membra” che viene analizzato nella seconda parte, suddivisa in otto capitoli (le otto, asta, membra, anga) e corredata di foto dei diversi asana (posture) eseguiti dallo stesso maestro Jamuna.

La questione dell’autenticità della propria pratica, preoccupazione che può suonare singolare a chi non vive questo mondo ma a quanto pare sempre più diffusa, motiva le accurate ricostruzioni storiche dell’introduzione, e si potrebbe riassumere con la domanda che l’allievo si pone: quello che ho conosciuto e sto praticando io è lo yoga originale?

Un’“ansia da vero yoga”, paradossalmente cresciuta negli ultimi tempi in seguito al dilagare di studi sulle “radici dello yoga”, sulla “storia dello yoga moderno” e “le origini delle moderne pratiche posturali”, che ha spinto gli autori a ripercorrere le tappe salienti di questa evoluzione tutt’altro che lineare.

«A un’immagine della filosofia dello yoga sostanzialmente ferma in un tempo astorico dell’India si è sovrapposto un racconto ricco di colpi di scena avvenuti in un tempo tutto sommato breve e recente… un movimento alternato e continuo fra India e Occidente, secondo un processo di coevoluzione piuttosto che di espansione dello yoga delle origini al di fuori dei propri confini».

Per approdare alla svolta di fine ottocento con la pubblicazione del Raja Yoga (1896) di Vivekananda, testo seminale nella creazione dello yoga moderno, dove «lo yoga viene presentato come una pratica spirituale perfettamente integrabile con la conoscenza scientifica e razionale caratteristiche della cultura occidentale, in grado di aiutare gli individui a raggiungere la consapevolezza di sé e a ottenere il massimo beneficio per la salute e il benessere nella vita quotidiana».

Quando poi, nei primi decenni del ‘900, India e Occidente si incontrano secondo un processo di coevoluzione, fioriscono reinterpretazioni e innovazioni in senso bidirezionale: gli input occidentali, venuti in contatto con la cultura indiana e le sue esigenze nazionaliste di quegli anni, «portano alla reinvenzione degli asana, in un movimento dall’Occidente all’India e di nuovo verso Occidente».

Per questo nello yoga moderno, in qualunque continente lo si pratichi, c’è un po’ di Dna occidentale mescolato con geni di quello asiatico, peraltro proveniente anch’esso da diversi ceppi, e l’ibrido che ne risulta, tutt’altro che sterile, si modifica ed evolve secondo nuovi incontri e in funzione della nicchia ecologica in cui si trova.

Perché e percome

Ma non è solo per affezione personale e conoscenza diretta che gli autori puntano i riflettori sull’Astanga yoga: questo insegnamento si trova «al centro della storia millenaria dello yoga come imprescindibile punto di riferimento riconosciuto da ogni scuola». Fiorisce infatti in seno alla grande tradizione filosofica dell’Advaita Vedanta, il sistema filosofico “ortodosso” più influente dell’India antica e moderna, di cui questo yoga realizzerebbe il fine ultimo: il progressivo ricongiungimento alla vera natura umana, l’ideale della cessazione di ogni illusoria dualità.

Esiste un “ponte” che pone i due autori in una relazione empatica con l’insegnamento di Jamuna, che consente loro di coglierne la portata, intuirne le implicazioni, capire il senso del percorso e i suoi snodi, nonostante li separi grande lontananza culturale e religiosa. Ma la loro “postura” è di “agnosticismo metodologico”: «lo riportiamo così come lo abbiamo appreso e lo proponiamo a chi è interessato a orientare la conoscenza della propria pratica rispetto a questo sistema di riferimento robusto, o a chi vuole intraprendere un percorso dello yoga secondo una scelta consapevole».

«Non formuliamo nessun giudizio, ci limitiamo a scrivere ciò che ci è stato detto senza porci la questione se ciò corrisponda alla verità». (A questo proposito il caso più indicativo è quello delle siddhi, i poteri straordinari che si dice si manifestino in modo sempre più eclatante con il procedere del cammino spirituale).

Yoga e scienza

I tentativi di trovare parallelismi e convergenze tra lo yoga e la scienza sono stati nel tempo numerosi e diversi: usare le neuroscienze per analizzare ciò che avviene nel cervello durante la pratica, giustificare le siddhi come una forma di ipnosi, o scomodare la fisica quantistica per spiegare la visione della realtà e delle cose che si ipotizzano prive di natura intrinseca ma esistenti solo in relazione reciproca e di dipendenza l’una dall’altra.

Chiariamolo subito, non è tra gli scopi degli autori cercare corrispondenze tra yoga e scienza, tentativo che anzi considerano sbagliato e fuorviante. Il metodo, e soprattutto i fini, non sono commensurabili: da un lato la conoscenza e l’avanzamento tecnologico, dall’altro la liberazione spirituale e la salvezza.

E poi, poter “osservare” l’attivazione di alcune aree cerebrali durante la meditazione, a parte le incertezze su cosa si sia effettivamente visto, a cosa servirebbe? «Al di là di un tranquillizzante “lo dice anche la scienza” cosa porterebbe di più al praticante yoga?». Per lui, ammettono gli autori, ciò che conta è il fine: trovare quel silenzio interiore assoluto per attingere all’io incontaminato.

E per noi? L’invito è di sospendere la tentazione di trovare conferme in ciò che già conosciamo e cercare semplicemente di cogliere i frutti di un’esperienza di “disorientamento” che ha il potenziale di una straordinaria forza trasformativa.

Credits immagine di copertina: THLT LCX su Unsplash

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