Tutta la scienza di Interstellar

“La fine della Terra non sarà la nostra fine”. C’è da credere alla tagline di Interstellar, l’attesissimo film di Christopher Nolan costato 165 milioni di dollari e in uscita nelle sale italiane oggi? Non lo sappiamo ancora. E probabilmente – anzi: auspicabilmente – non lo sapremo per ancora parecchio tempo. Nell’attesa, comunque, New Scientist ha provato a sondare il background scientifico del kolossal, che poggia sulle solide basi della consulenza di Kip Thorne, uno dei fisici teorici più famosi al mondo, grande esperto di relatività generale. “Il suo lavoro”, ha commentato lo stesso Nolan, “è stato più eccitante e importante della mia attività di sceneggiatore”. Ecco, dunque, tutto quello che vi serve sapere prima di vedere il film. Non preoccupatevi: è tutta roba (quasi) spoiler-free.

In Interstellar, ambientato sul pianeta Terra in un futuro non troppo lontano, le coltivazioni alimentari (grano, in particolare) vengono distrutte da un fungo che si diffonde rapidamente in tutto il mondo. In proporzioni minori, è successo davvero – la carestia delle patate in Irlanda, per esempio, e Ug99, una varietà della cosiddetta ruggine del grano, che minaccia, per l’appunto, le coltivazioni di grano. Secondo New Scientist, Nolan si è ispirato al cosiddetto Dust Bowl, un fenomeno di essiccamento del suolo avvenuto negli anni trenta in Nordamerica. La terra si trasformò in polvere e venne soffiata via verso est, causando danni irreparabili alle colture e la migrazione in massa di milioni di persone verso terre più fertili.

Nel film, l’umanità deve cercarsi una nuova casa per sopravvivere alla carestia apocalittica. Nel mondo reale, anche se non dovessimo rendere inabitabile il nostro pianeta, avremo lo stesso problema, un giorno. Perché fra cinque miliardi di anni il Sole inizierà a gonfiarsi fino a inghiottire la Terra. E sarà necessario fuggire, dunque. Ma dove? Siamo già da tempo alla ricerca di esopianeti abitabili, e abbiamo già individuato diversi potenziali candidati. Il problema è che sono troppo lontani. Dobbiamo capire come arrivarci. E qui entrano in gioco i wormhole. O, se preferite, ponti di Einstein-Rosen. Si tratta di una sorta di tunnel (puramente ipotetici, per adesso) che connettono punti diversi dello spazio-tempo. Delle scorciatoie, insomma.

Fino a poco tempo fa, i wormhole sembravano essere niente più che un parto della mente di qualche fisico teorico troppo audace. Oggi le cose sono cambiate. Alcuni scienziati hanno proposto dei modelli per creare una di queste scorciatoie. Si tratta ancora di speculazioni pure, per carità, ma magari fra parecchio tempo potrebbero riuscirci per davvero. In Interstellar sono riusciti a trovarne uno. Peccato che all’uscita della scorciatoia ci sia un grande buco nero ad attendere l’equipaggio della Endurance.

Come la scienza insegna, al centro del buco nero del film troviamo una cosiddetta singolarità, un punto dove la massa è infinita. Un punto che genera un intensissimo campo gravitazionale, attraendo la materia al suo interno e creando un vortice detto disco di accrescimento. Cosa succederebbe, nella realtà, trovandosi così vicini a un buco nero? Nessuno può dirlo. Ma è certo che non sarebbe un’esperienza piacevole.

via Wired.it

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