Siccità in Val Padana: ecco perché la secca del Po fa paura

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Dopo un inverno di siccità, a primavera iniziata, finalmente è arrivata la pioggia sul Po. Ma qualche millimetro di pioggia non basta per alleviare la siccità che sta colpendo la Pianura Padana e tutto il Nord Italia: l’inverno appena trascorso ha visto cadere appena metà della pioggia prevista normalmente. Il più grande fiume d’Italia è ormai in secca. In alcuni punti, la portata è ridotta a un terzo e l’acqua lascia spazio a dune e distese di sabbia. “Il Po è ai minimi, su Alpi e Appennini c’è poca neve e nei laghi scarseggia l’acqua”, racconta preoccupato, Meuccio Berselli, segretario generale dell’Autorità del bacino del Po. “La situazione è molto critica per l’agricoltura e per l’ambiente e siamo solo ad aprile”. La paura è che torni l’incubo della siccità del 2017, che causò perdite per 2 miliardi all’agricoltura e danni ingenti per tutti gli ecosistemi dell’area. Un incubo che, a dire il vero, è ormai ricorrente negli ultimi vent’anni, complice certamente il riscaldamento globale. Il 2019, infatti, rischia di essere il sesto anno di secca per il Po nell’arco di appena due decenni, dopo il 2000, 2003, 2007, 2013, e 2017.

Cosa è successo negli ultimi anni

Il Nord della penisola, in effetti, è una delle aree del continente europeo dove gli effetti dei cambiamenti climatici sono più visibili. Dal 1960 a oggi, le temperature medie annue nella Pianura Padana sono aumentate di 2°C, secondo l’Arpa – Emilia Romagna. E negli ultimi trent’anni le piogge annuali nell’area sono diminuite in media del 20%, e quasi del 50% durante primavera ed estate. “A piogge scarse e temperature più alte corrispondono siccità che diventano sistematiche”, diceBerselli. Secondo l’Ispra, nelle ultime crisi idriche il deficit pluviometrico – la differenza tra quanta pioggia dovrebbe cadere e quanta ne cade effettivamente – è arrivato al 30-40% nel 2012 e nel 2017. E addirittura del 40-50% nel 2007, anno considerato dagli esperti l’annus horribilis.

Anche quest’inverno la pioggia caduta in pianura è stata la metà di quella attesa. “Ad alta quota questo significa pochissima neve – aggiunge Berselli – sia sugli Appennini che sulle Alpi, come vediamo oggi”. Le nevi tardo-autunnali, che si stabilizzano con il freddo dell’inverno, fanno da riserva per la stagione estiva, quando si sciolgono rilasciando acqua. Ma d’inverno non ha nevicato, e le imbiancate attese sui monti in questi giorni non rimpiazzeranno le scorte nevose. E quindi senza abbondanti precipitazioni la situazione in pianura non potrà che peggiorare con l’arrivo dell’estate.

La portata del fiume (nero), paragonata alla media mensili (verde) e al minimo storico mensile (rosso). Crediti immagine: Arpae

La siccità che asseta il Po e i suoi fratelli

Il primo a patire le conseguenze della mancanza d’acqua è il grande fiume. A Cremona due giorni fa la portata d’acqua del Po è andata sotto il minimo storico mensile, raggiungendo i 386 m³/s, per un periodo in cui il livello è normalmente attorno ai 1000 m³/s. I dati dell’Autorità del bacino del Po raccontano una situazione drammatica. Il fiume, sempre nella città lombarda, è a 7,45 metri sotto lo zero idrometrico, avvicinandosi al record negativo del 2006, quando toccò i -7,77 metri.

Per toccare con mano la siccità del Po si può risalire sulle Alpi, dove i laghi soffrono. “Il lago di Como che dà acqua all’Adda, affluente del Po, è all’8% della sua capacità di riempimento quando dovrebbe essere al 90%” racconta Francesco Vincenzi dell’Anbi (l’associazione nazionale che raduna i consorzi di bonifica). Anche il lago Maggiore non se la passa meglio, trovandosi al 24% della sua capacità di riempimento. Non un problema da poco: dal lago esce il il più grande affluente del Po, il Ticino, altro fiume in secca.

Tuttavia la situazione peggiore la sta vivendo il versante appenninico. “I fiumi emiliani sono così scarsi da essere quasi al limite del flusso vitale”, spiega Vincenzi. “Aspettiamo almeno un minimo scioglimento delle nevi in quota, ma il carico del manto nevoso fa pensare al peggio per la stagione estiva”. La pioggia degli ultimi giorni ha dato tregua al Secchia e all’Enza che solo l’altroieri erano sotto i minimi storici mensili. Ma tutto il sistema idrico della Pianura Padana resta in crisi.

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Cremona, il letto del Po. Crediti immagine: Aldo Rossini

Le conseguenze

Il Po è l’arteria della pianura, è fondamentale per ecosistemi umani e naturali, e dalle sue acque dipende il 35% del pil agricolo nazionale. E se nel 2017 i danni provocati dalla secca hanno raggiunto i 2 miliardi, è difficile prevedere quali conseguenze avrà la siccità di quest’anno.

Con la portata del fiume che scende a causa della siccità, preoccupa anche l’avanzata del cuneo salino, l’acqua salata che dal mare risale lungo il Delta del fiume. “Oggi il cuneo salino – racconta Berselli – risale già per 10 km. Se proseguisse, provocherebbe grandi danni per l’agricoltura, che non può irrigare con l’acqua salata, per tutta la falda acquifera, e uno sconvolgimento dell’ecosistema naturale”. Oggi a Pontelagoscuro, Ferrara, la portata del grande fiume è ridotta a 700 m³/s e 450 m³/s è il limite minimo per scongiurare l’avanzata del cuneo salino. “Quando cominceranno i prelievi di acqua per irrigare i campi, il livello scenderà ancora – commenta Berselli – e ormai già da aprile comincia l’irrigazione”.

Nel frattempo infatti le temperature sopra le medie stagionali costringono l’agricoltura ad anticipare le irrigazioni. Portando un altro effetto negativo: combinate con la scarsa pioggia, le temperature elevate riducono la capacità di assorbimento del terreno. Una situazione che le piogge di questi giorni non possono modificare: “Ormai servirebbero mesi e mesi di pioggia”, commenta sconsolato Vincenzi. “Anzi, il rischio è che si scatenino forti precipitazioni che, più che penetrare, dilavano il terreno e fanno solo ulteriori danni”.

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Il bacino del Po. Crediti immagine: Autorità di Bacino distrettuale del Fiume Po

Cosa fare contro la siccità del Po

Le crisi idriche oggi attivano lo stato di calamità: risposte di emergenza che ormai non sono più adatte a una situazione che si ripropone sempre più spesso. “La Pianura Padana non è ancora preparata a questi eventi e non ha un sistema adeguato per affrontarli”, racconta Vincenzi. Una soluzione sarebbe dunque quella di investire in un “piano invasi”, non grandi dighe ma bacini sparsi e multifunzionali, per razionare e raccogliere l’acqua piovana, e rispondere ai bisogni agricoli, energetici e di scorta. “Il paradosso è che al Sud quest’anno i bacini di raccolta sono pieni, grazie alla tanta pioggia. Ma c’è un fatto: là ci sono bacini predisposti”.

Bisogna inoltre imparare ad utilizzare meglio l’acqua disponibile, e questo vale anche per il sistema agricolo. Per l’Anbi si tratta di sviluppare sistemi integrati di previsione stagionale e pianificazione: come, quando e quanto irrigare. “E poi irrigare con tecniche avanzate – chiarisce Vincenzi – come l’irrigazione puntuale che permette un risparmio del 25%”. Secondo Berselli, però, si tratterà anche di pianificare meglio l’agricoltura: “Occorre favorire colture meno idroesigenti, come la coltura dei pioppi che è pure carbonio positiva”.

Gli interessi e i bisogni che si affollano attorno al grande fiume non sono pochi e dall’autorità del Po trapela preoccupazione per i conflitti che nasceranno sull’acqua: “Già quest’anno – spiega Berselli – temo attriti tra gli usi della montagna e chi ha bisogno di acqua a valle. Non dimentichiamo che dal Po dipendono anche i potabilizzatori che portano l’acqua alla Romagna. Serve dunque un adattamento per ammortizzare i conflitti tra l’agricoltura, lo sfruttamento energetico e le comunità”.

Credit immagine: Aldo Rossini

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