HomeSaluteAllergia alla carne trasmessa dalle zecche, cosa bisogna sapere

Allergia alla carne trasmessa dalle zecche, cosa bisogna sapere

Agosto, tempo di vacanze per moltissimi italiani, che sempre più spesso scelgono la montagna, le passeggiate nei boschi, il contatto con la natura per staccare e ricaricare le batterie. Ignari del fatto che c’è un pericolo che si sta facendo più frequente e che persino gli addetti ai lavori conoscono poco. Si chiama sindrome alpha-gal ed è un’allergia alimentare alla carne trasmessa dal morso delle zecche. I casi – riferisce la rivista Nature – sono in aumento in molti Paesi (i tassi più alti sono in Australia e negli Stati Uniti, dove si stima che ne soffrano circa 450mila persone), ma ci sono ancora molte incertezze su quella che è una risposta immunitaria alquanto insolita. Per esempio, perché i sintomi sono a scoppio ritardato? E la condizione è reversibile?

Zecche e riscaldamento globale

Una delle conseguenze dell’aumento delle temperature a livello globale è la modifica degli areali degli animali, zecche comprese. La nicchia ecologica di diverse specie si sta ampliando: oggi si trovano anche ad altitudini più elevate rispetto a 40 anni fa e in territori dove prima non esistevano. In Europa, per esempio, Ixodes ricinus ha esteso il suo areale di centinaia di chilometri verso nord nella regione boreale e settentrionale, un’espansione verso l’alto che ha riguardato anche l’Europa centrale e le regioni alpine. Insomma, complice anche il cambiamento delle nostre abitudini estive, entrare in contatto con questi animaletti è sempre più facile e, dato che le temperature maggiori ne accelerano anche lo sviluppo e riducono il tempo di incubazione degli agenti patogeni trasmessi dal loro morso, il rischio di trasmissione di malattie aumenta.

Non solo zoonosi

Malattia di Lyme (detta anche borreliosi, l’infezione da morso di zecca più diffusa in Italia), encefalite da zecca (Tbe), febbre bottonosa del Mediterraneo sono alcune delle malattie infettive che possono essere veicolate dalle zecche. Ad attirare l’attenzione dei ricercatori negli ultimi anni, però, è soprattutto una condizione che è sì trasmessa da questi parassiti, ma non è un’infezione batterica o virale. La sindrome alfa-gal, infatti, è ascrivibile a una allergia alimentare, con sintomi aspecifici – come nausea e dolori addominali, orticaria e, più raramente, anafilassi – che si manifestano dalle 2 alle 8 ore dopo aver consumato carne di mammifero o prodotti lattiero-caseari. Questa condizione è dovuta a una sensibilizzazione del sistema immunitario a una particolare molecola che la zecca può trasferire all’essere umano durante il morso. Si tratta del galattosio-α-1,3-galattosio (alpha-gal, appunto), uno zucchero che è presente in molte carni di mammiferi, ma non nell’essere umano, e per questo viene registrato dal sistema immunitario come estraneo e potenzialmente pericoloso. Una minaccia da eliminare qualora venisse nuovamente riconosciuto.

Una diagnosi difficile

Le insolite caratteristiche di questa allergia la rendono però complessa da diagnosticare. Come detto, i sintomi sono vaghi e compaiono con diverso ritardo rispetto al contatto con l’allergene. Considerando anche la relativa rarità della sindrome, spesso i medici non la includono nella diagnosi differenziale e, quando la sintomatologia non è grave, può essere scambiata per comune indigestione. Quando invece la situazione è più seria, viene spesso annoverata come anafilassi idiopatica, che è un modo tecnico per indicare una reazione allergica grave di cui non si riesce a individuare la causa. Per queste ragioni, gli epidemiologi ritengono che la sindrome sia ampiamente sottodiagnosticata, sottolineando la necessità di identificare dei biomarcatori specifici misurabili nel sangue che permettano di sviluppare test diagnostici veloci e precisi, in grado di distinguerla da altri tipi di allergia. 

Sintomi a scoppio ritardato, perché?

Un mistero che riguarda la sindrome alpha-gal è il motivo per cui, a differenza delle comuni allergie alimentari, la reazione immunitaria non è immediata ma gli effetti compaiono ore dopo il pasto. L’ipotesi più accreditata in questo momento è che l’alpha-gal sia inizialmente intrappolato nei grassi della carne, incluso in particelle chiamate chilomicroni e che solo dopo che questi sono stati frammentati sia esposto e riconosciuto dal sistema immunitario, tanto da provocarne la reazione. Tuttavia, non è ancora chiaro perché questo processo richieda tempi diversi (anche molto diversi) da persona a persona, rendendo imprevedibile il momento della crisi allergica.

Anticorpi senza allergia

Un altro enigma riguarda il fatto che, secondo gli studi disponibili, dopo essere state morse da una zecca, ci sono molte più persone che sviluppano anticorpi specifici (IgE) contro l’alpha-gal rispetto a quelle che, alla fine, manifestano sintomi allergici. In Germania, ad esempio, circa il 19,6% dei lavoratori forestali esposti alle zecche risulta sensibilizzato, ma solo l’8,6% soffre effettivamente di allergia alla carne. In Danimarca, oltre il 97% degli adulti che presentano gli anticorpi nel sangue continua a mangiare carne rossa senza alcuna reazione avversa. Quale sia il fattore scatenante che trasforma una semplice presenza di anticorpi in una allergia potenzialmente mortale, però, non è ancora chiaro.

Addio alla carne?

Per chi è stato morso e ha sviluppato la sindrome alpha-gal non c’è oggi una soluzione: non esiste un farmaco in grado di eliminare l’allergia, anche se a volte gli antistaminici riescono ad attenuare i sintomi. Per scongiurare l’anafilassi, però, l’unico modo è quello di evitare il consumo di carne. Ci sono progetti che prevedono la creazione di registri internazionali di pazienti che hanno lo scopo di monitorare i sintomi e comprendere meglio l’evoluzione della malattia nel lungo periodo. Alcune evidenze suggeriscono, infatti, che, proteggendosi da ulteriori morsi di zecca, il livello di anticorpi nel sangue possa diminuire nel tempo, un fenomeno chiamato riposo del sistema immunitario che potrebbe in teoria permettere ad alcuni pazienti di tornare a mangiare carne dopo anni di astinenza. Sono dati ancora da verificare, però, ed eventuali sperimentazioni richiederanno la definizione di protocolli di reintroduzione che riducano al minimo i rischi.

Foto di Erik Karits su Unsplash

RESTA IN ORBITA

Articoli recenti