Un bene raro, una merce preziosa, un diritto di pochi. E’ l’acqua – l’oro blu del XXI secolo – che, paradossalmente, spesso viene sprecata, inquinata o dispersa mentre in alcune aree del pianeta è razionata o del tutto mancante. Secondo stime delle Nazioni Unite, ancora oggi un miliardo e 200 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile. Una su sette solo in Europa. E la situazione è destinata a peggiorare nei prossimi vent’anni: nel 2025, si stima infatti che 3,5 miliardi di persone, la metà della popolazione mondiale, non avranno accesso a questa risorsa primaria, Medio Oriente e Africa in testa. Già oggi nel mondo la distribuzione delle risorse idriche è tutt’altro che omogenea: per un statunitense per esempio la disponibilità di acqua è di 425 litri al giorno, mentre per un abitante del Madagascar è di soli 10 litri. Oltre ai mutamenti climatici, tra le cause della carenza idrica mondiale c’è il degrado della qualità delle acque e le opere artificiali di deviazione e di sbarramento del 60 per cento dei maggiori fiumi della Terra.
La mancanza d’acqua oggi costringe all’esodo intere popolazioni e causa conflitti in territori inariditi come quelli del triangolo mediorientale tra Turchia, Israele e Iraq. Tuttavia, anche nei Paesi che non hanno problemi di siccità, l’acqua non sempre è disponibile a causa degli sprechi e delle inefficienze dei sistemi di rifornimento. Il caso dell’Italia è emblematico: nonostante sia uno dei Paesi più ricchi d’acqua del mondo, il 15 per cento della popolazione, ovvero 8 milioni di persone, per tre mesi all’anno (da giugno ad agosto) vive sotto la soglia del fabbisogno idrico minimo, pari a 50 litri di acqua al giorno a persona.
Questo anche perché circa il 30 per cento dell’acqua immessa nelle condotte idriche si perde per strada e non arriva nelle case. Per approfondire i problemi che ruotano intorno a questa risorsa fondamentale per la vita sulla Terra, abbiamo incontrato Riccardo Petrella, docente di economia all’Università Cattolica di Lovanio e promotore del Comitato Italiano per il Contratto mondiale dell’acqua.
Professor Petrella possiamo ricostruire le principali tappe di quella che viene definita la “conquista dell’acqua” e che ha spinto a parlare di questa risorsa come dell’oro blu del XXI secolo?
”E’ stato un processo lento, avviato da un paio di decenni. In questo periodo sono avvenute delle trasformazioni radicali nella gestione delle risorse idriche del pianeta che hanno conferito ad alcune multinazionali il monopolio del settore. Una prima tappa fondamentale è stato il conferimento ad alcuni soggetti privati, istituzioni internazionali e intergovernative o di cooperazione multilaterale, del potere di decisione in materia di allocazione delle risorse idriche. Alcune istituzioni internazionali e intergovernative, come l’Onu e la Fao, hanno perso via via potere a favore del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Questo ha fatto sì che tali soggetti assumessero pieno potere nella definizione della natura dell’acqua come bene e sui suoi usi, giungendo all’affermazione, accettata da tutte le organizzazioni internazionali, che l’acqua è un bene economico. O, meglio, è un bene comune se nessuno lo tocca, come nel caso della pioggia, delle falde, dei fiumi, ma diventa un bene economico quando si trasforma per usi agricoli o domestici. In altre parole: rendere la risorsa disponibile per la popolazione e per la produzione ha dei costi che, secondo quanto previsto dalla seconda Conferenza mondiale tenutasi all’Aja nel 1998, devono essere compensati facendo pagare l’acqua a prezzi di mercato.Nello stesso periodo, dopo la crisi del sistema finanziario di Bretton Woods (1), c’è stato un processo di liberalizzazione del movimento dei capitali che ha condotto alla deregolamentazione del ruolo dello Stato nel sistema finanziario e alla privatizzazione delle banche e delle assicurazioni.
Queste trasformazioni hanno consentito al capitale di espandersi e di agire a livello mondiale, portando così all’affermazione delle imprese come attori principali del sistema economico, come soggetti attivi nella regolazione e nella gestione degli scambi internazionali. Nel frattempo, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale sono diventate gli organi di gestione dei fondi di investimento e dei prestiti da parte del sistema finanziario verso i Paesi poveri e in via di sviluppo. E tra le tappe che hanno portato alla conquista dell’acqua da parte di alcune multinazionali mondiali, c’è stato proprio il cosiddetto “principio di condizionalità” imposto dalla Banca Mondiale come presupposto necessario per erogare un prestito. Questo principio prevede che, in cambio di un finanziamento, il Paese destinatario debba liberalizzare il settore per il quale riceve il prestito e aprirsi quindi alle imprese private. Negli ultimi quindici anni questo principio ha favorito l’azione delle multinazionali private che in alcune regioni dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia hanno acquisito la gestione dei servizi d’acqua. Una volta liberalizzato il settore e bandita una gara d’appalto, infatti, le imprese locali non sono state in grado di fronteggiare la concorrenza di quelle occidentali.
Per inquadrare la portata del fenomeno, basti considerare che questo meccanismo ha permesso a due grandi multinazionali francesi dell’acqua, la Vivendi e la Suez – rispettivamente la ex Alpes des eaux e la ex Lionnaise des eaux – di passare dai circa 12 milioni di persone servite al di fuori della Francia nel 1980 ai più di 120 milioni di oggi. Diverso il discorso che riguarda la graduale cessione al privato dell’erogazione dell’acqua nei Paesi occidentali: qui infatti il fenomeno ha fatto leva sulle inefficienze dell’amministrazione pubblica. Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, in questi Paesi c’è stata una graduale affermazione dell’idea che lo Stato non debba più essere il principale regolatore della vita sociale. Secondo questa visione, alle autorità politiche dovrebbe spettare il compito di fissare il quadro normativo generale mentre soggetti privati dovrebbero organizzare la vita e le relazioni tra i cittadini. Le imprese così sono diventate delle organizzazioni sempre più strutturate a livello mondiale: hanno moltiplicato le loro sfere di competenza, assunto il know how tecnologico e il capitale umano per regolare dei settori come l’energia, il gas e, non ultima, l’acqua, dai quali erano rimaste tradizionalmente escluse.
Così chi era favorevole al passaggio dei servizi dell’acqua sotto la responsabilità dei privati ha avuto facile gioco nel dimostrare che questi avrebbero instaurato un sistema più efficiente, meno corrotto, più economico. Inefficienza, inadempienza e incuria delle gestioni pubbliche hanno portato all’apertura al privato del settore, tanto che oggi, per esempio, in Italia l’ultima legge finanziaria impone la trasformazione delle imprese municipali di servizi in società per azioni”.
L’ Italia è il Paese dell’Unione Europea con il più elevato consumo di acqua per usi domestici e, al tempo stesso, ha circa il 35 per cento della popolazione con una disponibilità insufficiente e irregolare di acqua potabile e alcune regioni del Sud in situazioni di vera e propria emergenza idrica. Ritiene che la privatizzazione possa migliorare la situazione?
”Non credo che la riforma avviata negli ultimi anni possa risolvere questi problemi. Oggi circa il 15 per cento degli italiani, concentrati prevalentemente al Sud, si trova al di sotto del fabbisogno idrico. Si tratta di una situazione su cui pesa il passato di una gestione pubblica inefficiente dell’intero apparato irriguo del Paese. In particolare, nel Mezzogiorno gli impianti mostrano gravissime disfunzioni. Basti pensare che le perdite d’acqua nelle condotte di adduzione e di distribuzione arrivano mediamente al 30-40 per cento, con punte del 60 per cento. Così i circa 2.700 metri cubi di acqua annuali pro capite (su un totale nazionale di 175 mila milioni di metri cubi), si riducono a poco più di 920 metri cubi. Tra le cause anche la vetustà dei nostri acquedotti, le cui tubature hanno mediamente 35 anni e in alcuni casi raggiungono i 50 anni. Proprio questo cattivo stato della rete idrica è responsabile delle perdite dell’acqua distribuita.Tra gli altri, è esemplare il caso dell’Acquedotto Pugliese. Si tratta del più grande sistema acquedottistico d’Europa che oggi è tuttavia “privo d’acqua”, come ha recentemente ammesso il suo presidente.
Le cause vanno ricercate soprattutto nelle perdite degli impianti, anche se a questo si deve affiancare una cattiva gestione degli invasi che alimentano l’acquedotto e il fatto che la struttura è stata uno strumento di contesa politica invece che essere gestita come un patrimonio della collettività. In seguito alla riforma del settore l’Acquedotto Pugliese è stato il primo impianto che si è aperto all’amministrazione da parte dei privati: già il governo di centrosinistra aveva pensato di cederne la gestione all’Enel; poi, di fronte all’opposizione contro questo progetto, l’attuale governo ha deciso di trasferire la proprietà dal Ministero del Tesoro alle Regioni. Così dalla fine dello scorso gennaio il capitale è ripartito tra la Puglia (che ne detiene l’ 87 per cento delle azioni) e la Basilicata (per il 13 per cento). Ora spetta a questi due Enti il compito di aprire una gara d’appalto per attribuire la gestione dell’acquedotto. E’ ancora incerto invece l’organo di gestione al quale si affiderà questo incarico, se sarà cioè una società per azioni a capitale pubblico, privato o misto. Fatto sta che l’Acquedotto Pugliese è un esempio evidente del fallimento del pubblico che ha portato all’espulsione dei cittadini dal settore dell’acqua e li ha resi dei clienti-consumatori di un bene oggi considerato a tutti gli effetti economico, come una qualsiasi merce. Come Comitato italiano per il Contratto mondiale sull’acqua, abbiamo steso il primo rapporto (2) sulle risorse idriche italiane, facendo il punto sugli sprechi, le inefficienze di gestione, la presenza di reti idriche vecchie e il pericolo inquinamento.
Dal Rapporto risulta che il degrado qualitativo delle acque nel nostro Paese è il più elevato dell’Unione Europea. Per quanto riguarda le acque superficiali, fiumi, laghi, canali artificiali, solamente nel ‘97 sono stati segnalati dal Ministero della Sanità 600 eventi di inquinamento al di sopra dei limiti di legge. E se nel Sud, come abbiamo visto, esistono concreti problemi di siccità, nella regione padana e nel Nord-est più di 2 milioni e mezzo di abitanti sono riforniti da fonti in cui le concentrazioni di nitrati e di atrazina superano le soglie consentite. Tuttavia, non credo che la privatizzazione del settore possa risolvere i problemi idrici dell’Italia. Al contrario, a mio avviso, il degrado delle risorse idriche nel nostro Paese è il risultato del fatto che i cittadini sono stati espulsi dalla gestione di questo bene. Che non deve essere nelle mani dei privati, bensì in quelle dei cittadini. Basterebbe infatti che questi si costituissero in cooperative per acquistare le azioni pubbliche in vendita. Noi vorremmo rilanciare la dinamica della partecipazione da parte dei cittadini agli affari del bene pubblico e in particolare di quel bene comune che è l’acqua, facendo in modo che nella gestione si passi dalla pianificazione dell’offerta a quella della domanda, riducendo i consumi, gli sprechi e i prelievi illegali, e arrivando a pensare l’acqua come un bene comune e limitato”.
Può esserci, dunque, una soluzione per la gestione delle risorse idriche diversa da quella all’inglese, che prevede la privatizzazione di tutte le strutture, e da quella francese, che lascia allo Stato la proprietà affidando la gestione ai privati. Insomma, una soluzione che consenta di evitare gli sprechi e garantisca ai cittadini l’accesso all’acqua?
“Con la legge Galli (3) e l’ultima legge finanziaria, in Italia si pensa di aver messo a punto un sistema efficiente basato sulla società per azioni. Io ritengo invece che, nonostante le apparenze, la logica alla base del modello che delega allo Stato il compito di fissare i principi di gestione e alle imprese il potere di gestire effettivamente gli impianti attraverso le diverse forme societarie non sia, in fondo, diversa, né possa portare a risultati migliori di quello su cui si fondano il sistema francese e quello inglese. Soprattutto se l’obiettivo è contenere gli sprechi e garantire un regolare accesso alle risorse idriche. Né credo che se questo modello venisse esportato ai Paesi in via di sviluppo, che oggi sono tra quelli che pagano di più la privatizzazione dei sistemi di gestione, potrebbe consentire l’accesso all’acqua a quei sei miliardi di persone che, secondo le stime, tra vent’anni non godranno di questo diritto. La privatizzazione e la mercificazione dell’acqua non sono delle soluzioni adeguate.
La grande conquista delle imprese è stata proprio quella di riuscire ad affermare l’idea che, poiché è un bene scarso, l’acqua deve essere considerata a tutti gli effetti un bene mercantile. In questa prospettiva, non soltanto la privatizzazione e la mercificazione delle risorse idriche è possibile, ma è addirittura auspicabile per evitare gli sprechi. Tuttavia, il prezzo dell’acqua dovrebbe essere regolato da un sistema di tariffe, modulate in base al reddito delle persone. Il nostro Comitato sostiene l’idea che la migliore gestione dell’acqua sia quella affidata a un sistema pubblico. Completamente riformato però su principi diversi da quello della sovranità sull’acqua da parte dello Stato. Bisognerebbe sviluppare un meccanismo di fiscalizzazione in grado di ripartire e finanziare i costi dell’acqua attraverso un sistema redistributivo.
Proprio questo sistema potrebbe guidare una politica equa, basata sulla priorità del diritto alla vita. Personalmente, per esempio, non sono d’accordo con il principio stabilito per l’aria del “chi inquina paga”: quando, infatti, si tratta di gestire un bene della collettività, sia aria, acqua o altro, l’ottica deve essere quella della tutela, della salvaguardia. Inoltre, per contenere le lottizzazioni e le inefficienze, bisognerebbe approntare un sistema di gestione che preveda la partecipazione diretta dei cittadini. Un sistema pubblico di gestione simile a quello adottato in passato non è in grado da solo di garantire una risposta efficace, bisognerebbe quindi organizzare un sistema pubblico, democratico e solidale sostenuto da una politica fiscale e gestito attraverso strutture locali. Senza tuttavia arrivare a situazioni sbilanciate come quella che si è verificata in Italia dove, come riportato nel Rapporto, abbiamo localizzato troppo. Consideriamo il ciclo delle acque urbane: oggi in Italia sono circa 8.000 i soggetti che gestiscono i servizi idrici, il 60 per cento dei quali concentrati nel Nord, mentre nel Mezzogiorno e nel Centro si collocano rispettivamente il 29 e l’11 per cento dei gestori. Tra questi, la percentuale dei Comuni è molto alta, circa l’83 per cento. Per quanto riguarda i servizi idrici questo sistema ha provocato dei deficit: se il 98 per cento dei centri urbani dispone del servizio di fognatura, soltanto l’83,1 per cento del totale dei Comuni dichiara oggi di disporre del servizio di depurazione delle acque reflue”.
Ma come si può risanare il sistema italiano?
“Occorrerebbero innanzitutto maggiori investimenti, mentre negli ultimi anni è stato realizzato un radicale taglio dei finanziamenti destinati a questa voce della spesa pubblica. Si potrebbe rimediare, per esempio, alle falle degli acquedotti, dove le perdite d’acqua nel ciclo di prelievo-immissione-erogazione si sono elevate in media al 27 per cento. Questi sono alcuni degli obiettivi del nostro Comitato. Oltre all’aumento degli investimenti però vogliamo proporre agli enti locali una Carta dei servizi per regolare i criteri e le modalità di accesso all’acqua potabile da parte dei cittadini. Vogliamo inoltre rivalutare il ruolo delle gestioni locali, anche se in Italia come abbiamo visto precedentemente, si è verificata un’eccessiva localizzazione (al momento dell’entrata in vigore della legge Galli oltre agli 8.000 gestori che erogavano l’acqua, erano15.000 i soggetti, tra operatori pubblici, privati e misti, che gestivano acquedotti o fognature) con il rischio di produrre una vera e propria atomizzazione del sistema e non quella forma di gestione efficiente che dovrebbe essere auspicata attraverso la partecipazione dei cittadini a forme di democrazia diretta o rappresentativa. Devono essere loro infatti a monitorare e valutare quanto viene fatto dagli organi gestori. Oggi invece nessun dato consente di controllare quanto fanno le amministrazioni, con il rischio di assumere posizioni ideologiche che sostengono questo o quell’interesse. Concludendo, la condizione di efficacia di un sistema alternativo a quello britannico o a quello inglese, a mio avviso, dipende da una pluralità di fattori, tra i quali il punto cardine deve essere la partecipazione dei cittadini a una valutazione diretta e regolare della gestione delle risorse idriche, la presenza di un’istituzione pubblica a capo del settore che organizzi un sistema fiscale di tassazione proporzionale al reddito e una gestione articolata sul territorio”.
Questo modello potrebbe essere valido in altre realtà?
“Naturalmente, dovrebbe essere applicato non solo all’Italia ma a tutti i Paesi, ricchi, poveri o in via di sviluppo. In questi ultimi, la gestione locale dell’acqua, prima che si attuasse la colonizzazione delle grandi multinazionali, si era dimostrata efficace. L’India per esempio aveva gestione dell’acqua a livello locale e dei villaggi tra le più avanzate. Lo stesso discorso vale per molti Paesi arabi dove persino le popolazioni nomadi riuscivano a garantirsi i rifornimenti idrici in zone aride o desertiche. Le loro pratiche sono state messe a dura prova dalle tecnologie di una cultura di consumo che ha imposto anche in questo settore il modello del cittadino-consumatore”.
Oltre al fenomeno della colonizzazione dei Paesi poveri da parte delle multinazionali dell’acqua, esistono aree del pianeta in cui l’acqua è al centro di conflitti. Di quali regioni si tratta?
La cosiddetta idropolitica alimenta spesso i conflitti tra Stati, anche se personalmente credo che il termine forzi un po’ l’analisi di alcune realtà, dove oggi sono in corso delle guerre che usano l’acqua come uno dei pretesti per riaccendere questioni ataviche. Insomma, il monopolio delle risorse idriche deve essere considerato una causa di conflitti multifattoriali. Detto questo, esistono delle aree calde del pianeta, dove l’acqua è al centro di continue dispute. Per esempio, il conflitto in corso tra israeliani e palestinesi trova nell’acqua un punto di forte attrito. E, in particolare, nelle sorgenti sotterranee presenti nella Striscia di Gaza e nei Territori Occupati della Cisgiordania. In questi casi, esistono dei documenti che stabiliscono la spartizione della gestione delle risorse idriche tra i due popoli, eppure la società israeliana Mekorot continua a detenere il monopolio degli impianti di gestione.
Questo alimenta la disparità del consumo giornaliero procapite da parte delle due comunità: gli israeliani infatti usufruiscono di 260 litri di acqua mentre i palestinesi di soli 70 litri. Tensioni esistono anche con la vicina Giordania, che dipende da Israele per le proprie risorse idriche. Lo Stato ebraico, infatti, durante la Guerra dei Sei giorni distrusse le opere avviate per la costruzione di una diga siro-giordana sulloYarmuk, per timore di una riduzione della portata del fiume Giordano, oggi scarsamente utilizzato per la sua eccessiva salinità. Lo sfruttamento delle acque del Nilo invece alimenta i conflitti tra Egitto, Sudan ed Etiopia, tre Paesi a forte crescita demografica. Oggi l’Etiopia con il Nilo Azzurro si assicura l’85 per cento delle acque del fiume ma non usufruisce delle sue riserve, l’Egitto se ne assicura invece la maggior parte mentre al Sudan spetta una piccola quota residua. Di fronte alla minaccia da parte dell’Etiopia di costruire una diga, l’Egitto ha avviato dei gruppi di lavoro che coinvolgono tutti i Paesi interessati per trovare una soluzione equa alla distribuzione dell’acqua. In Asia, la distribuzione delle acque del fiume Gange è stato fin dalla nascita del Bangladesh, nel 1971, uno dei problemi più dibattuti con l’India, nonché il principale argomento della propaganda anti-indiana, alimentata sin dal 1951 dalla costruzione della diga di Farraka.
Il primo trattato che sancisce la spartizione delle acque del Gange risale al 1996 e tuttavia non ha ancora messo a tacere le dispute tra i due Paesi, a causa soprattutto dell’andamento stagionale della portata del fiume, notevolmente ridotta nella stagione secca. Il bacino del Tigri e dell’Eufrate, infine, è al centro delle dispute tra Turchia, Siria e Iraq. La Turchia rappresenta un serbatoio idrico per Siria e Iraq. Sicché questi ultimi si sentono fortemente minacciati dall’attuale politica economica di Ankara, che mira a promuovere l’agricoltura con la realizzazione di 32 grandi dighe. Ed effettivamente, se il progetto dovesse andare in porto, dall’Eufrate, per esempio, verrebbe prelevato circa un terzo dell’attuale portata. E sempre l’acqua è una delle cause del conflitto tra India e Pakistan per il Kashmir e, ancora, delle tensioni tra Cina, dove nasce il fiume Mekong, e Indocina, che utilizza le sue acque per la produzione di riso”.
Tra le proposte che portate avanti come Comitato italiano per il Contratto mondiale dell’acqua c’è l’istituzione di un parlamento. Quali compiti dovrebbero spettare a questo organismo?
”Dovrebbe sostituire le attuali strutture tecnocratiche ed economico-finanziarie che gestiscono la politica dell’acqua a livello mondiale su mandato di organizzazioni come la Banca Mondiale. Tra le nostre proposte due capisaldi sono l’accesso all’acqua per tutti e l’idea di considerare questa risorsa come bene comune e non come bene economico. E’ un’ottica che considera il mondo come un villaggio globale dove le risorse che ne costituiscono il patrimonio non possono essere né privatizzate né mercificate. A partire da queste convinzioni, nasce la proposta di istituire un Parlamento, i cui membri dovrebbero essere designati dai Parlamenti nazionali, e varie Assemblee che facciano da riferimento territoriale per i bacini acquiferi internazionali e funzionino come centri di discussione dei problemi. Se si considera l’acqua come un bene comune dell’umanità, il parlamento avrebbe la funzione di sistema pubblico internazionale e di tribunale nei conflitti sulle risorse idriche con l’obiettivo di garantire a tutti gratuitamente il minimo vitale di acqua. Ovvero, secondo le stime, 1000 metri cubi all’anno a persona (considerando tutti gli usi) e 50 litri al giorno per gli usi personali.
I consumi ulteriori dovrebbero essere pagati allo Stato in modo progressivo mentre gli abusi verrebbero considerati illegali. Il parlamento che potrebbe essere istituito presso l’Assemblea delle Nazioni Unite o eletto ad hoc dovrebbe assumere il controllo dell’acqua su scala planetaria, non per cederla alle multinazionali ma semmai per comprare da loro brevetti e tecnologie per la depurazione, il riciclaggio, il dissalamento, per una distribuzione efficiente e un uso razionale di questa risorsa. Il suo obiettivo non sarebbe di lucrare su questo bene ma di incentivare l’agricoltura locale, promuovere sistemi di riciclaggio dell’acqua e di captazione di quella piovana per gli usi industriali e domestici che non richiedono acqua potabile. I bacini locali potrebbero essere affidati alla gestione di cooperative o a imprese no-profit o pubbliche. Il tutto finanziato con denaro pubblico, come si è sempre fatto per le grandi infrastrutture di interesse collettivo.
Questo sistema di gestione delle risorse idriche, a mio avviso, favorirebbe la ricerca, e sarebbe sganciato quindi dall’ottica tipica delle imprese che spinge a minimizzare i costi e massimizzare i profitti. Il Parlamento avrebbe inoltre la responsabilità di fissare alcuni principi basilari: l’acqua come bene comune dell’umanità, l’accesso alle risorse idriche come diritto umano e collettivo e, rispetto alle tariffe, la condivisione delle responsabilità per garantire a tutti l’accesso alla quantità minima di 1700 metri cubi per anno a persona. Ad esso si affiancherebbero le autorità locali, a livello di bacino, che abbiano potere legislativo e di risoluzione dei conflitti sul territorio. Queste autorità rappresenterebbero un’alternativa concreta all’unico organo oggi riconosciuto a livello internazionale nella risoluzione dei conflitti in materia, l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), che attribuisce poteri sopranazionali a un numero ristretto di Paesi, escludendo dalla rappresentanza quelli direttamente coinvolti nelle dispute sull’acqua”.
NOTE
(1) Nell’intento di ristabilire un ordine monetario internazionale distrutto dal settembre 1931, la Conferenza monetaria e finanziaria internazionale che si tenne nel luglio del 1944 a Bretton Woods (New Hampshire, Stati Uniti) elaborò le carte del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS) (divenuta Banca Mondiale nel 1960), consacrando la supremazia degli Stati Uniti (ritorno all’oro come base di cambio). Il FMI (con sede a Washington) iniziò a operare nel marzo del 1947, mentre la BIRS era già entrata in attività nel giugno del 1946. Il sistema, che si basava sulla stabilità dei cambi e dei mercati delle valute libere, fu profondamente scosso nell’agosto del 1971 dalla decisione unilaterale degli Stati Uniti di sospendere la convertibilità del dollaro in oro (N.d.R.).
(2) Il pozzo di Antonio, Rapporto sulle risorse idriche in Italia a cura del Comitato Italiano per il Contratto mondiale dell’acqua, di prossima pubblicazione. E’ stato presentato a Roma il 22 marzo 2002 in occasione della Giornata mondiale dell’acqua.
(3) La legge n. 36 del 1994, nota come “legge Galli”, ha disegnato l’Organizzazione delle risorse idriche italiane con l’obiettivo di realizzare una “gestione unificata del ciclo delle acque rispettando l’unità dei singoli bacini dirografici. La legge prevede la costituzione di S.p.A. affidate a soggetti pubblici o privati preposte alla gestione complessiva delle risorse idriche. Un ruolo strategico è attribuito alle Autorità di bacino, soggetti tecnici che gestiscono le acque e raccordano la loro attività con quella dei comuni, soggetti politici deputati all’organizzazione delle suddette società per azioni. Ma a otto anni dalla sua entrata in vigore, la legge Galli pur valutatat positivamente dagli esperti in materia, resta ampiamente inattuata per le enormi difficoltà di mettere d’accordo i diversi soggetti politici e tecnici coinvolti (N.d.R.).





