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Della non sincerità

di
Silvia Tamburini

Simona Argentieri
L’ambiguità
Einaudi 2008, pp. 123, euro 9,00

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“Una sorta di ambiguità del pensiero che consente a livello individuale e collettivo di eludere la fatica delle proprie responsabilità e delle proprie scelte, in una deriva silenziosa e inarrestata, che può far scambiare la frequenza statistica con la normalità….”. È così che la psicoanalista freudiana Simona Argentieri definisce l’argomento del suo libro piccolo ma assai succoso, pubblicato recentemente. Il tono del libro è sicuramente in “crescendo”. Per spiegare cosa intende dire, l’autrice fornisce moltissimi esempi, tratti dal suo lavoro di indagine via lettino. Si comincia con “minime falle”: la signora che biasima chi non paga le tasse, e contemporaneamente si sente autorizzata a evadere un pochino; la madre-matrigna che accudisce con cura il suo rampollo ma non quello del suo compagno. Quest’ultimo è peraltro un caso che rientra in una categoria piuttosto nutrita: trattamento di favore per i propri figli o (ma meno) la propria moglie. Non è il caso di parlare di sdoppiamento della personalità o di rimozione, per un atteggiamento del genere l’autrice suggerisce la parola malafede. Il vecchio adagio su chi predica bene e razzola male viene, più elegantemente, indicato come “compromesso di integrità”.

La Argentieri parte lancia in resta: bisogna adoperarsi perché i pazienti affidati alle cure sue o dei suoi colleghi abbandonino il “sì, però…”, che è la risposta classica data quando si viene contestati sul campo. E fin qui andiamo avanti tranquilli, leggendo le considerazioni della nostra amica. Ma ecco una bella stoccata ai politici, che “si atteggiano a campioni della Chiesa cattolica in difesa dei sacri valori, alzando muraglie contro qualsiasi ipotesi di cambiamento che si discosti dal più stucchevole e fasullo modello di vita e di famiglia”. Malafede? Eccome! Ed è superfluo insistere con nomi e cognomi.

Il capitolo “Passioni e affetti” parte dalla considerazione dei cambiamenti sociali intervenuti nell’ultimo mezzo secolo, strutture familiari diverse e flessibili, in cui i ruoli non sono quelli delle famiglie tradizionali; il bene e il male non sono più categorie assolute e perfino il complesso di Edipo ha perso la centralità di un tempo. Va bene così; ma è anche più difficile da gestire. L’orrore totale per l’incesto, per la pedofilia, si incrocia con “casi di seduzione a metà strada tra la colpevolezza e l’innocenza”.

L’autrice si sofferma sulle modalità con cui l’ambiente – terapeutico, familiare, mediatico – risponde all’impatto di questi crimini. Per esempio, ci sono pedofili che sostengono la bontà delle loro pratiche su preadolescenti, argomentando che esse hanno valore “educativo” e “liberatorio”, in questo caso si tratta di farneticazioni che mostrano una patologia grave, ben al di là della semplice ambiguità. I tempi cambiano, il problema è distinguere le spinte sane, evolutive, dalle pretese narcisistiche. La parola natura viene tirata da tutte le parti, pro e contro i cambiamenti. Un paradosso: la grande discussione sulla fecondazione assistita, che riguarda direttamente poche persone, e viceversa uno scarso dibattito su un problema che riguarda tutti: quello della fine della vita, quindi del testamento biologico. Un vero esempio di malafede, quest’ultimo, “da parte di chi mette il veto, per di più facendone un vessillo ideologico di virtù”, al bisogno di coloro che preferiscono la morte a una pseudovita.

Altri problemi sorgono nel campo delle patologie psichiatriche, in cui la pratica del “consenso informato”, divenendo una formalità burocratica, rientra nel campo delle ambiguità, che servono a calmare la coscienza, mentre il paziente avrebbe bisogno di delegare, e il medico di usare questa delega per fargli ricuperare al più presto salute e autonomia. Questi e altri problemi di cui si occupa la bioetica chiamano sovente in causa le fedi religiose, “per lo più in contrapposizione al pensiero laico, come se la spiritualità fosse un’esclusiva della trascendenza”. Ma in alcuni casi la saltuarietà dell’adesione a un credo religioso ci mette in sospetto: la paura della morte porta a conversioni inattese, come se da “oppio dei popoli” la religione si sia trasformata in “banale pillola antidepressiva”. Un ennesimo esempio di tendenza regressiva al funzionamento ambiguo.

In ultimo, la Argentieri come psicoanalista parla di come e quanto è cambiato il suo mestiere: “Sono uscite di scena le nevrosi classiche, sostituite dai disturbi narcisistici…”. Il testo si fa per me più arduo, le ultime venti pagine sono per persone che, se non sono colleghi dell’autrice, hanno almeno una conoscenza approfondita: non appartenendo a questo gruppo, mi astengo dal proseguire il resoconto. Ma una cosa ho capito: anche nel mondo degli psicoanalisti, ambiguità e malafede possono essere di casa. Mi inchino all’insolita franchezza. Difficile in poche righe dare un’idea della complessità e varietà delle situazioni elencate, delle interpretazioni proposte. Da parte sua, l’autrice riesce a essere estremamente concisa, visto la quantità di materiale che, senza salti o approssimazioni, riesce a contenere in poco più di cento pagine. Più una nutrita bibliografia.

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