Marcianne Blévis
La gelosia e il recupero dell’infanzia amorosa
Castelvecchi 2008, pp. 240, euro 17,50
Quando si è innamorati, è naturale temere la perdita della persona amata. Se si è gelosi, invece, si ha paura di essere traditi. Questo il punto centrale del libro di Marcianne Blévis, psicoanalista francese che svolge la professione da più di 25 anni. Dal tradimento scaturiscono il sospetto, il controllo sull’altro, l’aggressività. E il costante senso di incertezza nella vita di chi è sempre guidato dal timore che qualcosa stia accadendo alle sue spalle. Basta qualche parola “insignificante” per scatenare una crisi. Se nessun sospetto si profila all’orizzonte, se nulla alimenta le sue insicurezze, il geloso tende quasi a rimpiangerlo.
Un sentimento forte, secondo Blévis, che a volte diventa addirittura una forma di dipendenza, un sostegno sul quale basare la propria vita. Spesso il geloso sembra artefice dei propri tormenti: eterno incompreso, riversa sull’altro le sue angosce e le sue ossessioni, dolori che pensa di dover patire a causa di un’altra persona. Lancia accuse alle persone che ama, ma non riesce a separarsene. Un circolo vizioso in cui spesso rimane intrappolato anche l’amante. Convivere con un geloso, infatti, comporta dei rischi, ma può essere molto appagante, perché non si corre il rischio di sentirsi trascurati.
Secondo l’autrice, la gelosia non è donna, come si dice. Diversi sono solo i mezzi con cui due sessi si difendono dalle angosce che la gelosia provoca. L’uomo valuta le situazioni usando un particolare metodo di giudizio, la virilità: è restio a parlare della sua rabbia e ne censura gli effetti per una sorta di codice d’onore.
Un posto particolare, all’interno dei meccanismi che regolano la vita affettiva dei gelosi, è dedicato al presunto rivale. Questo diventa quasi una figura fondamentale per alimentare il desiderio. Una conquista non è tale, infatti, se viene percepita come scontata. Inconsciamente, il geloso vede il rivale come un fratello: se è assente, ne soffre. Ma di fratelli e sorelle si è anche invidiosi, perché con loro viene contesa l’attenzione della madre. Quanto più il rivale somiglia a noi, proprio come un fratello, tanto più potrà suscitare un forte sentimento di gelosia.
Blévis conduce il lettore attraverso le vite dei suoi pazienti. Come Fabien, sofferente perché la compagna che aveva lasciato aveva già trovato un altro uomo che la consolasse. O Clèa, in preda all’angoscia nonostante avesse appena incontrato un uomo che non le destava alcuna preoccupazione. O infine Simon, pronto a controllare ogni azione della sua partner non appena questa cercava di allontanarsi da lui per qualche giorno. E ci guida anche attraverso i percorsi che li hanno portati ad affrontare la propria gelosia, riconoscendo e affrontandone le cause. Storie concrete e mondi soggettivi irreali, composti di immagini e allusioni celate, in cui è difficile non riconoscere qualche situazione vissuta in prima persona nel proprio passato. Il confine tra gelosia normale e patologica, infatti, è molto sottile.
Da dove proviene, quindi, la gelosia patologica? Secondo l’autrice, tutto nasce, come per la migliore scuola freudiana, dall’infanzia. Il momento in cui la capacità relazionale del bambino può essere danneggiata da rapporti affettivi confusi o squilibrati. In alcuni casi, la mancanza di condivisione o di elaborazione di un lutto, indifferenza da parte dei genitori. In che modo quindi superare il trauma? Recuperando il linguaggio di questa infanzia amorosa perduta, ovviamente con l’aiuto della psicoanalisi.
“La gelosia” si rivela un libro che probabilmente non allevierà le sofferenze dei gelosi, ma che potrebbe rivelarsi una chiave di lettura per alcuni atteggiamenti, uno stimolo per porsi delle domande e leggere noi stessi più in profondità.





