Bambini, a due anni già distinguono i leader dai bulli

Già nella primissima infanzia riuscirebbero a distinguere un comportamento autorevole da uno prepotente e aggressivo. Lo studio dell'Università di Trento e dell'Illinois svela questa precoce abilità cognitiva

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(Università di Trento) – Leader o bullo? Carismatico o prepotente? Già da piccolissimi i bambini sarebbero in grado di distinguere chi è autorevole e influente da chi è autoritario e aggressivo. A mostrarlo è uno studio coordinato dall’Università di Trento insieme all’Università dell’Illinois. I risultati sono pubblicati sulla rivista PNAS.

Gli autori sono partiti dall’osservazione delle diverse forme di potere e dominanza. “C’è quella basata semplicemente sull’uso della forza fisica o psicologica e quella, più complessa, in cui la subordinazione è spontanea perché il potere è frutto di un riconoscimento sociale“, spiega Francesco Margoni, ricercatore del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive dell’Università di Trento, “e questa è quella che regola la società civile, in cui l’obbedienza non è soggetta alla coercizione ma è frutto della risposta al potere legittimo”. I ricercatori si sono domandati quale tipo di potere viene riconosciuto dai bambini e quando si impara a distinguere tra l’autorevolezza di un leadere la coercizione fisica o psicologica di un bullo.

I ricercatori hanno coinvolto bambini e bambine di 21 mesi di età, in una fase in cui i contatti sociali sono ancora ridotti, ma i meccanismi dell’attenzione e della memoria di base sono già sufficienti per poter collaborare all’interno di test comportamentali. Ai bambini sono stati mostrati dei brevi cartoni animati in cui sono state rappresentate due situazioni: una caratterizzata dalla presenza di un leader (o, in una diversa condizione, di un bullo) che interagisce con un gruppo. Nella scena successiva il leader (o il bullo) impartisce un ordine al gruppo, il quale inizialmente obbedisce. In seguito, leader e bullo escono di scena e in diverse situazioni il gruppo continua o non continua a rispettare l’ordine impartito.

Dalle reazioni dei bambini, in particolare dal tempo con cui si soffermavano ad osservare le scene, i ricercatori sono riusciti a individuare i meccanismi alla base della comprensione e del riconoscimento delle due diverse forme di potere. “Misurando i tempi di osservazione relativi alle scene di obbedienza o disobbedienza, abbiamo stabilito che già nella prima infanzia si distinguono diversi tipi di potere sociale, quello basato sull’autorità rispettata e quello basato, invece, sulla paura”, chiarisce Margoni. “Infatti, solamente quando era il leader a impartire l’ordine, i bambini hanno guardato più a lungo la disobbedienza rispetto all’obbedienza, mostrando così di possedere l’aspettativa che il gruppo obbedisca a un potere legittimo”.

Gli autori hanno utilizzato un paradigma metodologico basato sul fenomeno della violazione dell’aspettativa. “I bambini piccoli, proprio come gli adulti, non recepiscono passivamente il mondo fisico e sociale che li circonda, ma elaborano continuamente predizioni e ipotesi su come esso funzioni”, prosegue Margoni. “Se le loro ipotesi non incontrano la realtà vi è, tipicamente, una reazione di sorpresa che si riflette in un tempo di osservazione prolungato. Nell’indagare come nell’infanzia vengono comprese le regole o rappresentate le proprietà degli oggetti si sfrutta proprio questo comportamento di osservazione e sorpresa di fronte ad eventi inattesi”. I ricercatori hanno condotto anche alcuni esperimenti di controllo che hanno permesso replicare il dato principale ed escludere alcune ipotesi di spiegazione alternative che potevano essere avanzate.

Il risultato è piuttosto sorprendente. “Fino ad oggi, si riteneva che i bambini apprendessero questa competenza più avanti, attraverso la ripetizione di schemi comportamentali o l’educazione”, spiega Luca Surian, docente del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive dell’Università di Trento. “Ora siamo in grado di stabilire che il riconoscimento è precoce e avviene prima che i bambini siano esposti a contatti sociali significativi”.

*Lo studio è stato svolto in collaborazione con Renée Baillargeon del Dipartimento di Psicologia dell’Università dell’Illinois.

Riferimenti: PNAS

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