È la cultura che plasma le nostre preferenze musicali

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(Credits: Sander van der Wel/Flickr CC)


La bellezza di una melodia non sarebbe una proprietà intrinseca dell’armonia, ma dipenderebbe dalla nostra educazione musicale. È questa è la conclusione di uno studio del Massachusetts Institute of Technology, pubblicato su Nature: il nostro cervello infatti non avrebbe la capacità innata di riconoscere combinazioni di note come più piacevoli, rispetto ad altre. 

Le melodie che conosciamo contengono talvolta momenti di tensione, movimento e instabilità. Questi scaturiscono da insiemi di note, o accordi, detti dissonanti, che sono da noi percepiti come sgradevoli. A volte sono stati usati per simboleggiare sentimenti negativi, come inquietudine, odio, o dolore. Le dissonanze richiedono una risoluzione successiva su accordo consonante, cioè su un altro insieme di note che produce sul nostro orecchio invece un effetto di affermazione, armonia e riposo.

Nel corso dei secoli, gli scienziati hanno a lungo dibattuto sulla possibilità che le sensazioni prodotte dalla consonanza e dalla dissonanza avessero un’origine biologica, data dall’anatomia del nostro cervello. “È difficile stabilire quanto la nostra preferenza sia dovuta alla biologia o alla convenzione, perché la maggior parte delle persone ascolta la musica occidentale, in cui gli accordi consonanti predominano” afferma Josh McDermott, neuroscienziato al Mit, e autore principale dello studio.

Nel tentativo di far chiarezza in materia, i ricercatori si sono recati in Bolivia, presso il popolo Tsimane nella foresta amazzonica. I circa 12.000 membri di questa tribù vivono isolati, senza acqua corrente, elettricità, e con sporadici contatti con le città vicine e rappresentano quindi un ottimo modello di popolazione non esposta, culturalmente, alla musica occidentale.

Gli scienziati hanno quindi intervistato un centinaio di Tsimani, a cui hanno proposto accordi consonanti e dissonanti, prodotti sia attraverso strumenti musicali, sia attraverso il canto. Il gradimento dimostrato per i suoni proposti è stato paragonato a quello di altri gruppi di controllo: residenti nelle zone rurali della Bolivia, abitanti della capitale boliviana e cittadini americani, alcuni dei quali musicisti. I dati ottenuti dimostrano che la preferenza dei suoni consonanti è proporzionale all’esposizione alle melodie occidentali: infatti, essa è totalmente assente nella popolazione Tsimana, mentre è evidente tra gli abitanti della Bolivia, ed è più rilevante tra gli Americani.

La spiegazione di questo fenomeno risiede, secondo i ricercatori, nella natura della musica che la tribù Tsimane produce. “I membri di questa popolazione non suonano in gruppo e nelle loro canzoni sono assenti armonia e polifonia, pertanto il loro orecchio non ha avuto modo di abituarsi alle armonie consonanti” spiega McDermott. Nessuna differenza tra i gruppi si evince, al contrario, per i rumori familiari come le risate o i respiri, indicando una sostanziale similitudine nella discriminazione dei suoni. “Per noi occidentali la consonanza appare come un fenomeno semplice e codificato, tanto che lo riteniamo un effetto biologico. Questo studio indica invece che la cultura è il fattore più importante nella predilezione di questi suoni” conclude McDermott.

Riferimento: Nature 

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