Campi Flegrei, segni di un nuovo ciclo di eruzioni

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(Credits immagine: Francesca Forni)

Sotto i Campi Flegrei si sta accumulando una nuova riserva di magma, una situazione simile a quella che c’era prima delle grandi eruzioni avvenute nella storia. È l’ipotesi degli autori di uno studio pubblicato su Science Advances. Analizzando i materiali associati a 23 eruzioni degli ultimi 60 mila anni, gli studiosi hanno rilevato che il magma di quella più recente (1538) ha caratteristiche simili a quelle che hanno dato inizio alle grandi eruzioni, e che si sono create le condizioni favorevoli per un accumulo potenzialmente pericoloso. Ma appunto solo potenzialmente, perché?

Campi Flegrei, una storia ciclica

I Campi Flegrei sono una delle zone più popolate al mondo, e la loro attività vulcanica è il motivo per cui sono al centro dell’attenzione di molti esperti. Negli ultimi 60 mila anni nei Campi Flegrei ci sono state due eruzioni calderiche, ovvero talmente grandi da creare le tipiche conche che rimangono nel luogo di espulsione del magma. La prima grande eruzione, quella dell’Ignimbrite campana, risale a 39 mila anni fa, e la seconda, l’eruzione del Tufo giallo napoletano, è di 15 mila anni fa. Da allora si sono succedute eruzioni più piccole e frequenti: l’ultima, l’eruzione di Monte Nuovo, nel 1538, dopo 3 mila anni di quiescenza. Ed è proprio analizzando i magmi di questa, e paragonandoli con quelli delle grandi eruzioni e di quelle minori, che gli studiosi hanno potuto capire in quale fase del ciclo eruttivo ci troviamo oggi.

Cosa ci dice l’analisi del magma

I ricercatori hanno analizzato la composizione dei materiali eruttati in passato, da cui sono risaliti alle temperature di cristallizzazione e al contenuto di acqua dei magmi delle diverse eruzioni: “Le eruzioni calderiche sono molto complesse e lunghe, con grandi serbatoi di magma che di solito variano in composizione dal basso verso l’alto: gli strati più in fondo nel terreno, quindi i primi a essere eruttati, sono poveri in cristalli, e si arricchiscono man mano che si sale con gli strati” ci spiega Gianfilippo De Astis, ricercatore all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), e autore dello studio. Infatti, il materiale fuoriuscito per primo nelle due grandi eruzioni è più ricco di sostanze come silice e alcali e ha un basso contenuto di cristalli. Inoltre questo stesso materiale ha una temperatura di cristallizzazione bassa e un alto contenuto di acqua. Tutte queste caratteristiche si ritrovano anche nel magma dell’eruzione di Monte Nuovo.

Cosa sta accadendo ora sotto i Campi Flegrei

“I prodotti dell’eruzione di Monte Nuovo hanno caratteristiche chimiche e fisiche simili a quelli eruttati per primi dalle grandi eruzioni. Dalle analisi si può ipotizzare che i Campi Flegrei si trovino all’inizio di una nuova fase in cui si sta formando un magma molto ricco in gas, quindi facilmente eruttabile” spiega De Astis. Dopo l’ultima eruzione, infatti, i Campi Flegrei sono entrati in una fase di quiescenza, accompagnati da diversi episodi di deformazione del suolo. Dagli anni ’50 si sono registrati tre principali periodi di irrequietezza caratterizzati da sismicità superficiale ed evaporazione di gas, probabilmente causati dal trasferimento del magma dalle riserve più profonde a zone superficiali. È possibile dunque che l’area sottostante il vulcano dei Campi Flegrei stia entrando in una nuova fase di accumulo, che potrebbe portare, in un non precisato momento del futuro, a un’eruzione di portata enorme. Ma non è affatto detto, spiega De Astis: “Al momento non c’è nessun vero e proprio serbatoio e un sistema magmatico non dura all’infinito: il magma potrebbe essersi esaurito e potrebbero verificarsi solo delle piccole eruzioni in futuro. Può anche essere che un nuovo ciclo non ci sarà”.

Rfierimenti: Science Advances; credits immagine: Francesca Forni

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