Chernobyl, a che punto siamo oggi?

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A 29 anni di distanza dal grave incidente avvenuto il 26 aprile 1986, gli animali tornano a ripopolare la zona di esclusione, un’area che si estende in un raggio di circa 30 km intorno all’ex centrale nucleare. A confermarlo è un progetto di ricerca guidato da Mike Wood dell’Università di Salford, che ha installato fotocamere automatiche in 84 punti diversi nelle aree circostanti la centrale. Nei primi mesi il team ha già ottenuto, infatti, oltre 10.000 immagini che testimoniano come lupialcicavalli ed orsi abbiano ricominciato a popolare la zona. Il progetto rappresenta una parte di un programma di ricerca più ampio della durata di cinque anni, chiamato Transfer, Exposure, Effects (TREE) che avrà lo scopo di studiare i rischi connessi alle contaminazioni radioattive per uomini e animali.

Il ritorno della fauna selvatica però non racconta che una parte della storia sullo stato di salute degli animali della zona. Lo scienziato dell’Università della Carolina del Sud di Columbia, Timothy Mousseau, che si occupa da oltre 15 anni dell’impatto evolutivo delle radiazioni in alcune specie animali, ha infatti osservato una maggiore frequenza di tumori ed anomalie fisiche (come becchi deformati tra gli uccelli) e una significativa riduzione tra le popolazioni di insetti e ragni. Inoltre, uno studio condotto dallo stesso Mousseau e colleghi, mostra un adattamento fisiologico alle condizioni ambientali avverse, grazie alle analisi sui campioni di sangue provenienti da 16 specie di uccelli in otto aree circostanti il luogo del disastro.

Il vecchio sarcofago non regge più, va rifatto

Oltre allo stato degli animali, l’ex centrale presenta elementi di estrema criticità. Nei mesi successivi all’esplosione del reattore n. 4, infatti, è stata costruita una struttura in acciaio e cemento con l’intento di contenere la dispersione di materiale radioattivo nell’atmosfera e nelle zone circostanti. Ciononostante, la struttura denominata “sarcofago” e che funge da involucro dell’edificio ospitante il reattore esploso, non è mai stata considerata una soluzione permanente. Al giorno d’oggi, infatti, presenta numerose crepe e falle dati gli eccessivi livelli di radiazioni e calore cui è sottoposta. Livelli di radiazioni che rendono quasi impossibili le operazioni di manutenzione in quanto ucciderebbero un uomo in pochi minuti.

Nel 1997 però è stato istituito il Chernobyl Shelter Fund (CSF), amministrato dall’European Bank for Reconstruction and Development (BERS) allo scopo di raccogliere fondi destinati alla messa in sicurezza della centrale nucleare. Obiettivo principale del progetto, denominato Shelter Implementation Plan (SIP), è la costruzione di una nuova struttura protettiva a forma di arco denominata New Safe Confinement (NSC). La costruzione, il cui progetto è stato approvato nel 2004, è stata affidata al consorzio francese Novarka con un costo totale stimato di un miliardo e mezzo di euro. Tuttavia, nonostante l’urgenza di sopperire ai deficit strutturali della prima copertura, la realizzazione del NSC ha incontrato numerosi ostacoli di percorso, tra cui la mancanza di finanziamenti, che ne stanno ritardando il completamento posticipandolo dal 2015 al 2017.

A tal proposito si è svolta a Londra, lo scorso 29 aprile, la conferenza internazionale dei Paesi donatori per la ricerca di fondi destinati a ricoprire un gap di 615 milioni di euro, necessari per portare a termine il progetto. Gap che, al termine della giornata, si è ridotto a 85 milioni grazie ai finanziamenti della BERS, G7, Commissione Europea ed altri contribuenti. Il costo totale del SIP si aggira intorno ai 2.15 miliardi di euro, 1.15 miliardi dei quali destinati al nuovo “sarcofago”.

Chernobyl: a che punto siamo oggi

Ma a che punto siamo oggi? A causa delle eccessive radiazioni presenti all’interno del reattore n. 4, i lavori stanno avvenendo in una zona adiacente. Una volta ultimato, NSC verrà fatto scorrere su dei binari e posizionato sopra il vecchio “sarcofago”, mentre due muri di cemento chiuderanno ermeticamente le due aperture della struttura, impedendo la fuoriuscita di sostanze radioattive. Alto 110 metri, lungo 164 e largo 257 metri, diventerà la più grande struttura mobile del mondo. Ancora una volta, però, il “sarcofago” sarà temporaneo dato che avrà una durata garantita di “soli” cento anni. Il motivo è da imputare nuovamente all’effetto logorante delle radiazioni cui i materiali saranno sottoposti.

Missione impossibile: rimuovere i detriti radiattivi

Il completamento del New Safe Confinement, tuttavia, non sarà l’atto conclusivo. Il passo successivo riguarderà la rimozione dei detriti e delle scorie radioattive ancora presenti all’interno del reattore danneggiato. L’obiettivo, però, appare di difficile realizzazione a causa dell’elevato livello di radiazioni, i costi elevati e il fatto che, causa l’esplosione del 1986, l’area si presenta come una massa indistricabile di acciaio, cemento e carburante radioattivo fusi tra loro. Una situazione per la quale, secondo alcuni esperti, non esiste al momento una tecnologia per fare tutto ciò.

Qualora NSC, pur nel suo aspetto “temporaneo”, dovesse dimostrarsi efficace, permetterebbe di guadagnare tempo prezioso per l’ideazione di nuovi strumenti e mezzi e l’utilizzo degli stessi in un ambiente caratterizzato da un graduale abbassamento delle radiazioni che si verificherà nel corso dei decenni.

Credits immagine: Zoriah/Flickr CC

Questo articolo è stato prodotto in collaborazione con il Master in Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza dell’Università di Ferrara

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1 commento

  1. Nel nostro Paese perdono la vita ogni anno per incidenti stradali 4.500 persone e un numero triplo rimane pesantemente menomato tra l’indifferenza generale. Altro che Cernobyl!
    Le nostre strade statali sono contornate da grossi alberi assassini e sono pertanto fuori legge ma nessuno se ne preoccupa, anzi guai a parlare di espiantare gli alberi.
    Italiani, strana gente.

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