Coronavirus, come vanno regolati i condizionatori

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È la fine di maggio. Le misure restrittive sono state allentate, l’estate è alle porte. Passeremo, verosimilmente, molto più tempo fuori nei prossimi mesi, con tutte le raccomandazioni del caso. Continueremo però anche a stare a casa o al lavoro, a maggior ragione ora con la ripresa di diverse attività. Così se da una parte ci si domanda se l’arrivo delle temperature più elevate possa influenzare o meno la diffusione del coronavirus, chi rimarrà al chiuso, potrà contare sul ristoro dei sistemi di ventilazione e condizionamento in tutta tranquillità? Quello che sembra è che la questione più che giocarsi sulla capacità dei sistemi di refrigerare l’ambiente e influenzarne i livelli di umidità abbia a che fare con quella di modificarne la ventilazione. Prima ancora che fare da filtro.

Il rischio di trasmissione del coronavirus negli ambienti indoro

sistemi di areazione, naturali o artificiali che siano, possono influenzare la concentrazione del patogeno, ma più un generale di inquinanti, negli ambienti chiusi. Concentrazione, in questo caso, legata soprattutto alla presenza di persone infette in uno spazio confinato, visto che la principale via di trasmissione del coronavirus rimane quella da persona a persona attraverso l’emissione di droplets respiratorie a distanza ravvicinata, e non alla presenza del virus nell’aria in sé.

E proprio partendo da questo – senza escludere la possibilità delle particelle virali di rimanere nell’ambiente e sulle superfici, in modalità, tempi e quantità diversa a seconda dei materiali coinvolti e delle condizioni ambientali presenti – l’Istituto superiore di sanità ha messo insieme una serie di indicazioni per la gestione del rischio di trasmissione negli ambienti indoor, ma più propriamente per mantenere una buona qualità dell’aria, tanto negli ambienti domestici ma soprattutto in quelli lavorativi. Dove si parla anche di sistemi di ventilazione, raffreddamento e impianti di climatizzazione.

Miscelare e cambiare l’aria

Pur con le distinzioni per i diversi tipi di impianti in uso e condizioni di utilizzo degli spazi condivisi, esistono linee di indirizzo generali che si possono estrapolare. Così per esempio, resta valida praticamente ovunque, ma certo in dipendenza delle condizioni atmosferiche e delle disponibilità, la raccomandazione di areare naturalmente gli ambienti chiusi, nella logica di facilitare lo scambio d’aria e ridurre/diluire così la presenza di eventuali contaminanti ambientali, aerosol biologici compresi, scrivono gli esperti. Dove possibile più volte al giorno più che in un’unica sessione.“In generale – scrivono a tal proposito dall’Iss – scarsi ricambi dell’aria favoriscono, negli ambienti indoor, l’esposizione a inquinanti e possono facilitare la trasmissione di agenti patogeni”.

Impianti di ventilazione sempre attivi ma no al ricircolo d’aria

La diluizione e sostituzione dell’aria così rappresentano un buon modo per ridurre eventuali inquinanti presenti, motivo per cui nelle raccomandazioni si suggerisce, soprattutto per gli ambienti lavorativi, di eliminare la funzione di ricircolo dell’aria, di mantenere sempre accesi i sistemi di ventilazione che movimentano e ricambiano l’aria con l’esterno (magari diminuendone l’attività durante gli orari non lavorativi) e i sistemi di ventilatori/estrattori nelle stanze prive di finestre come i bagni, e di adottare tutte le procedure per la pulizia e la manutenzione aggiornata delle prese, delle griglie e dei sistemi di filtrazione (più come norma generale che riferita al caso specifico del coronavirus). Lo scopo ultimo è quello di favorire il ricambio d’ariadall’esterno, ridurre il possibile accumulo di sporcizia ed evitare la dispersione di eventuali inquinanti.


Tutti in fila per il test sierologico, ma ne vale veramente la pena?


Anche dalla Federation of European Heating, Ventilation and Air Conditioning Associations (Rehva), e dalla sua federata italiana Aicarr (Associazione italiana condizionamento dell’aria riscaldamento e refrigerazione), si invita a evitare il ricircolo dell’aria. Generalmente, si legge sul sito Rehva: “non raccomandato perché diffonde inquinanti in tutti gli spazi dell’edificio – che continua –: i classici filtri hanno una bassa efficienza per le particelle che trasportano i virus”. Qui il cenno è all’efficacia dei filtri d’aria (misurata attraverso i Minimum Efficiency Reporting Value, Merv) utilizzati comunemente negli impianti casalinghi e lavorativi, non sufficiente a bloccare la maggior parte delle particelle contenenti i virus. Né è richiesto normalmente, come invece può avvenire in ambienti ospedalieri.

Questo video dell’Università dell’Oregon mostra gli effetti dell’aumento della ventilazione sulla diffusione di particelle virali in un ambiente chiuso

Umidità e direzione dei flussi

L’umidità può influenzare la dimensioni delle droplets e quindi la loro capacità di diffusione, anche se non è chiaro quanto questo coronavirus sia sensibile ai valori di umidità. Il consiglio della Società italiana di medicina ambientale (Sime) è di mantenere i livelli di umidità tra il 50-70% in estate, mentre secondo Rehva i valori di umidità (così come quelli di temperatura) andrebbero considerati più in relazione al benessere personale che agli effetti sul coronavirus, che sarebbe sensibile solo con alte percentuali di umidità relativa. Ma c’è un altro aspetto, continuano dalla Sime da considerare: “Evitare il flusso dell’aria dagli split dall’alto verso il basso e direttamente rivolti verso le persone presenti nell’ambiente, preferendo direzionare le griglie esterne verso l’alto”. Perché anche questo, l’effetto vento dell’aria condizionata, potrebbe fare la differenza, seppur in via eccezionale, come ha spiegato pochi giorni fa Giovanni Rezza dell’Iss, intervenendo ad Agorà in merito.

A suggerire come è un report che ha ricostruito le dinamiche di infezione in un focolaio all’interno di un ristorante in Cina. A uno dei tavoli è stato seduta una persona arrivata a Guangzhou da Wuhan, che avrebbe poi sviluppato sintomi da Covid, così come diverse altre persone sedute ai tavoli vicini per le quali l’unico fattore di esposizione al rischio sembra essere stato proprio il ristorante e la vicinanza con il primo degli infettati del gruppo. Secondo gli autori questo sarebbe stato possibile, pur a distanza maggiore di un metro, grazie al trasporto di droplets favorito da forti flussi di aria degli impianti di condizionamento del ristorante. Ma, di nuovo, poco ventilato, come ha suggerito un’altra analisi preliminare sul caso. Tanto che nel complesso, secondo alcuni esperti il caso andrebbe considerato un’eccezione.

Via: Wired.it

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