Cozze in pericolo con l’acidificazione degli oceani

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(Credits: a.rey/Flickr CC)
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Che l’acidificazione degli oceani, causata dalla presenza di gas serra nell’atmosfera, danneggi l’ambiente marino non è una novità: già da alcuni anni se ne conoscono gli impatti sull’ecosistema e le ripercussioni su specie quali i ricci e cozze. Che le cozze possano essere vittime dei cambiameni climatici, in particolare dell’acidificazione, lo sostiene anche una nuova ricerca presentata alla conferenza annuale della Society for Experimental Biology, che ha analizzato i mitili, la famiglia di molluschi bivalvi di cui fanno parte, appunto, le cozze. L’aumento dell’acidità delle acque di mari e oceani potrebbe infatti complicarne l’attaccarsi a rocce e scogli, rendendoli facili obiettivi per i predatori e provocando seri danni alla florida industria dell’acquacoltura.

Come ha spiegato Emily Carrington, autrice principale dello studio, per i mitili potersi attaccare a una roccia è fondamentale per la sopravvivenza. Essi si attaccano infatti a queste superfici per poter filtrare il plancton dall’acqua di mare e, in questo modo, nutrirsi. Vivendo in zone dove sono presenti le correnti di marea, essi sono protetti dalle onde da predatori quali granchi, pesci e stelle marine. Tuttavia, se per qualche motivo si staccano dal loro scoglio, rischiano di sprofondare in acque più profonde, dove è più facile diventare preda.

Tuttavia, sostiene lo studio, in futuro potrebbe essere più difficile per i mitili rimanere attaccati alle rocce: questo perché il pH (la scala numerica che indica l’acidità o la basicità di una soluzione acquosa) dei mari gioca un ruolo fondamentale durante il processo di attaccamento, e i nostri oceani stanno diventando sempre più acidi, a causa dell’assorbimento di CO2 dall’atmosfera.

I mitili hanno infatti bisogno di un pH alto (quindi più basico che acido) per fare sì che le proteine adesive utilizzate per formare il legame si solidifichino e aderiscano alla superficie della roccia. Dallo studio, è emerso che i legami formati in acqua con pH inferiore a 7,6 (quindi più acida) sono il 25% più deboli e facili da spezzare, mentre quelli formati in acque con pH pari ad 8, considerato un livello normale, sono più forti e in grado di resistere anche a successivi aumenti dell’acidità.

Nonostante il pH globale dei nostri oceani dovrebbe abbassarsi solamente di 0,2 (da 8,0 a 7,8) entro la fine del secolo, Carrington ha sottolineato come questo potrebbe avere già profonde conseguenze sulle comunità di mitili, soprattutto localmente: “A causa della risalita delle acque profonde e la produzione locale, l’acqua di mare a Washington ha già un pH di 7,8. Inoltre, i mitili solitamente vivono in ambienti costieri molto dinamici, il cui pH fluttua sempre. Questo vuol dire che essi sono già esposti, per alcuni periodi di tempo, a condizioni che indeboliscono i loro legami, periodi che in futuro si allungheranno sempre di più”.

Riferimenti:  Society for Experimental Biology

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